Ecco un uomo che sa come salvarsi, e salvarci, dal consumo delle immagini che la modernità compie ogni istante. Lo fa con un foglio, la matita, gli acquerelli, ma anche scrittura, meditazione, poesia, haiku, suoni.
“Tutto comincia con i miei primi viaggi immobili, da bambino. Avevo la matita in mano a cinque anni e a sette mio padre (il mio primo maestro che mi ha insegnato a ‘vedere’) mi ha regalato la mia prima scatola di acquerelli. Mi è rimasto così un fortissimo imprinting, un indirizzo di vita. La memoria della mia infanzia è fortissima”, come in “Verde stupore”, un carnet de voyage sulle foreste pluviali del Madagascar, vincitore (2018) del Grand Prix al Rendez-Vous du Carnet de Voyage di Clermont Ferrand.
Per capire se davvero i colori siano i sogni del presente occorre incontrare Stefano Faravelli, il padre dei “carnet” italiani almeno una volta nella vita. La prossima occasione sarà a Mestre venerdì 8 maggio alle 18 nelle librerie Coop di Piazza Ferretto Mestre dove l’autore presenta “Giappone, Taccuini dal mondo fluttuante” (EDT edizioni) un lavoro che riprende un’opera di anni fa ma che si regge sempre su quell’affermazione che Faravelli ha ripreso da Oscar Wilde: “Il Giappone è un’invenzione bell’e buona. Un paese simile non c’è. Non c’è un simile popolo”.
Adesso è il Giappone. Un anno fa è stato “Capo Horn” (Adelphi). Faravelli si confessa così: con stile e semplicità di chi, considerato il padre del carnet di voyage italiano, ha solo voglia di scoprire, ascoltare, sapere, dipingere.
Di cosa sono fatti suoi carnet?
Come le invenzioni dei bimbi, delle letture di gioventù che trasportano ovunque perché dentro la natura c’è il fantastico che bisogna cogliere, leggere, suggerire, scrivere, dipingere: per salvarlo. Nel mio primo quaderno di scuola ci sono decine di disegni di foreste – spiega Faravelli – che ho rievocato in qualche libro.
Dentro le letture di Verne, Salgari, le incisioni del Tour du Monde; nei profili e nelle incisioni cinquecentesche, nei codici della botanica disegnata nel medievo, nella scrittura che descrive il poco, niente o tantissimo che ogni posto nasconde o mostra Faravelli viaggia nel tempo a ritroso. Ritrova l’infanzia di quei bimbi che, come diceva lo scrittore-filosofo Elémire Zolla “fino ai dieci anni possono volare”.
Il mondo che vedo – spiega l’artista che qualche anno fa ha partecipato nel 2011 anche alla Biennale d’Arte di Venezia nel padiglione italiano – è quello dove qualcuno conserva lo stupore, con le matite e con i pennelli, del tempo lentissimo quasi inesistente. Mi trovo spesso con altri che dipingono, scrivono, osservano, raccolgono. Nel mondo dell’arte, ormai inquinato, resta proprio il tentativo, anche abbastanza disperato di salvare la bellezza sul punto del suo giovanile essere; e di racchiuderla in qualche forma di narrazione che sia anzitutto un beneficio per noi che lo facciamo e per gli altri che ne partecipano.
I carnet de voyage suoi (e degli altri) li definisce illuminazioni.
Eugène Delacroix nel 1832 viaggia in Marocco e si innamora del Nordafrica ritrovando i sogni infantili – spiega l’artista – e raccoglie le sue esperienze in un meraviglioso scrigno di impressioni che sono scritte e disegnate. Da lì poi, nel suo atelier farà nascere il movimento orientalista. Ma mette la parola accanto all’immagine, il testo deve convivere con il segno. All’inizio, nel profondo che muove dall’indoeuropeo per passare al greco e poi latino la parola e la cosa sono un’unica articolazione; poi a un certo punto si separano. Cerco di ritrovare quell’identità: non intendo mai la scrittura come una didascalia ma come uno scavo, un altro modo di scavare dentro la cosa che ho disegnato. Poi c’è, come una partitura, la parte visiva che chiede attenzione e fatica al lettore ma che restituisce l’invisibile della realtà. Anche un granello di polvere nelle nostre mani sprigiona una musica, come qualunque cosa noi facciamo quando ci sta a cuore e che traducibile in musica.
Come qualche musica riesce a esprimere odori, sapori, ambiente così fanno i disegni di Stefano Faravelli – nel web c’è una sua delicatissima immagine, seduto su una riva di Venezia dove ha fatto delle lezioni, con carta pennello e acquerello di questo uomo alto e magro, 67 anni compiuti da poco – che riporta in fogli color avorio i frammenti di tante esistenze, di alcuni paesi, della natura quasi sconosciuta ancora.
È un autore che si appassiona alle piccole cose – nel suo volume Capo Horn il segnalibro è un’unghia di pinguino di cartone da lui trovata, persa, e disegnata – che conservano i segreti più belli da ascoltare. O che si affida al caso incontrando, senza saperlo, nel Sud del Mondo, nell’isola di Navarino con l’ultima donna “yaghan” che parla quella lingua. E Faravelli disegna alberi, arbusti, pesci, conchiglie, come fece Darwin girando con l’Endeavour.
Ma una cosa su tutto: l’acquerello è metaforico. Dice:
Mi interrogo su questa cosa, questo colore che diventa acqua e che sembra sfuggire dalle mani. Non sai mai cosa succederà: mentre con l’olio fai il verde e resta verde l’acquerello può trasformarsi. Mi viene in mente una mia allieva che ha classificato gli uomini in base alle tecniche di pittura: l’uomo olio che non si asciuga mai che lentissimo. L’uomo acrilico è duro, amico; ma è plasticoso, e così via. Fino all’idea che l’uomo acquerello, quello, sia il migliore in assoluto: proprio perché ha capacità di adattamento, una caratteristica dell’acqua che prende la forma del recipiente che la contiene. La qualità dell’uomo perfetto: una visione taoista.
Se il disegno reinventa la realtà è anche oggetto di costante meditazione. Perché?
Vorrei dire: diventa bambù per disegnare il bambù: una bella lezione, è una mimesi. La mimesi è il principio della conoscenza, che ha due modalità: la conoscenza delle cose, l’approntamento di soggetto e oggetto. Possiamo dire che da una parte c’è Cartesio mentre dall’altra parte c’è l’atteggiamento del pittore orientale, taoista. In altri termini: il cacciatore deve diventare simile alla sua preda per catturarla; deve sapere tutto della sua preda fino al punto da confondersi con essa. Così è nella mia pittura. Mi chiede chi mi piace dei contemporanei? Le rispondo che i miei contemporanei si chiamano Albrecht Durer. Quelli come lui (è considerato l’inventore moderno della pittura ad acquerello ndr) sono molto più presenti in carne e sangue di un sacco di fantasmi che si aggirano in questi tempi. Considero poi l’illustrazione botanica o naturalistica arte che tocca vertici straordinari, tant’è vero che un artista immenso come Durer non trascurava la descrizione della zolla, del granchio, dell’ala della gazza. Molto taoista anche in questa attenzione verso gli oggetti le cui parti infinitesimali sono più grandi del tutto.
Ispirazioni?
Spesso uso un libro, il “Manuale del giardino grande come un granello di senape” di Jieziyuan Huazhuan, un trattato di pittura cinese della fine del 1600 dove c’è praticamente descritto l’intero universo, così come un colpo di pennello lo può generare.
La pittura ad acquerello sta diventando femminile?
Ci sono più allieve che allievi; sta diventando molto femminile come nella scrittura. Ma non voglio fare la distinzione di genere bensì di essenza di sguardi: c’è una percentuale maggiore di donne alcune sensibilissime. Ma alcuni uomini sono strepitosi.
Carnet di viaggi come i pavimenti delle cattedrali medievali: dove il pellegrinaggio per Gerusalemme si faceva camminando sul labirintico pavimento di marmo. Il viaggio esisteva ugualmente. Come sulla carta tracciata da matita e pennelli. Sì, Faravelli è uomo da conoscere.
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