Siamo spiacenti, ma non possiamo unirci al coro dei complimenti nei confronti del PSG. E non perché la squadra di Luis Enrique, grande tecnico e persona meravigliosa, non meriti stima e applausi, ma perché le violenze compiute dai tifosi parigini al termine della vittoriosa finale di Champions League, con parecchi feriti, addirittura un morto e la città di Parigi, e non solo, messa a ferro e fuoco da bande di ultras fuori di testa, non può non farci inorridire. La Francia, anche a causa del suo pessimo governo, vive una situazione drammatica, con l’estrema destra alle porte, la sinistra afona, il macronnismo ormai ridotto all’inconsistenza e l’estremismo dilagante, oltre a una questione islamica assai più presente e pervasiva che da noi.
Fatto sta che la mancata integrazione, la rabbia sociale, la furia che cova sotto la cenere e l’occasione propizia per dare il peggio di sé hanno trasformato una serata di festa in un calvario. E così, noi ci schieriamo dalla parte dei civilissimi sostenitori dell’Arsenal, che hanno applaudito i propri beniamini nonostante la sconfitta ai rigori, li hanno ringraziati per una stagione comunque straordinaria e sono pronti a incitarli anche l’anno prossimo nella speranza di vivere emozioni simili a quelle che hanno vissuto in questi mesi. Ebbene, ma a nessuno viene mai in mente che se l’Inghilterra domina in Europa ormai da anni, se Aston Villa e Crystal Palace hanno sollevato al cielo, rispettivamente, l’Europa League e la Conference League, se la Premier League è il campionato più bello del mondo e se a quelle latitudini si gioca un calcio aperto e spettacolare, a nessuno viene in mente che forse è pure perché da quelle parti non si pretende che si vinca sempre, non si esonerano gli allenatori dopo una partita andata male, si impostano progetti decennali come quello del Manchester City con Guardiola e si consente ai giovani di spiccare il volo mettendoli in campo e dando loro la possibilità di sbagliare serenamente? Ve l’immaginate una squadra italiana che compie il giro della città sul pullman scoperto dopo una sconfitta come quella patita dall’Arsenal? Ve l’immaginate uno stadio che applaude anche un club retrocesso da settimane? Ve l’immaginate un ciclo come quelli di Sir Alex Ferguson sulla panchina del Manchester United o di Arsène Wenger proprio all’Arsenal?
Si parla sempre di soldi, e per carità sono straricchi, ma perché non si dice che in un Paese liberista e turbocapitalista la metà dei diritti televisivi viene ripartita fra tutte le squadre in maniera equa, così che anche una piccola possa realizzare un mercato coi fiocchi? E che dire degli impianti e dei centri sportivi all’avanguardia, dei talenti gettati nella mischia poco più che adolescenti, delle tribune sempre gremite e del clima di serenità e di festa che si respira là dove un tempo imperversavano gli hooligans?
Ridurre tutto a una questione di soldi, insomma, ci impedisce di affrontare i nodi del nostro calcio: avvizzito, pletorico, lento, difensivista, tattico, noioso, incapace di valorizzare i giovani e in mano talvolta a parodie di presidenti che stanno al calcio come io sto alla fisica quantistica, per di più attorniate da onesti ragionieri anziché da dirigenti in grado di accendere la scintilla e allestire una squadra competitiva e ben assortita in tutti i reparti. E no, neanche il nazionalismo pseudo-sovranista ci salverà: in Premier giocano più stranieri che da noi ma il campionato è eccezionale e l’Inghilterra ai Mondiali non solo si qualifica regolarmente ma è anche una delle pretendenti al titolo. E pensare che un tempo la Premier League eravamo noi, quando i Ronaldo e gli Zidane facevano la fila per venire a giocare in Italia e le partite erano quasi tutte avvincenti, benché gli stadi fossero già allora vecchi e malmessi e le disuguaglianze fra poveri e ricchi eccessive. Eppure, c’era la passione, c’era l’entusiasmo, c’era la cultura del gioco e si sapevano spendere i soldi: così Berlusconi e Galliani, così la Triade juventina, così Moratti, che pure di bidoni ne ha acquistati ma poi si è riscattato col già citato Fenimeno brasiliano, con Bobo Vieri, con il “Chino” Recoba, con Dejan Stanković, con un portiere come Francesco Toldo e con tutta un’altra serie di fuoriclasse grazie ai quali ha vinto la bellezza di sedici trofei.
Non è vero che in Italia non si possa fare; è che non siamo l’Arsenal nella testa. Abbiamo introiettato, difatti, una mentalità bellicista, confermando l’aspra battuta di Churchill secondo cui noi italiani andiamo a una partita di calcio come se fosse una guerra e alla guerra come se fosse una partita di calcio.
Lo stesso Paris Saint-Germain, per dire, ha cominciato a vincere quando ha trovato un allenatore che ha detto chiaro e tondo di volere una squadra e non una raccolta di figurine, puntando su talenti giovani e affamati di gloria, dismettendo primedonne costosissime e ingestibili ed esibendo un gioco dinamico e spettacolare, in cui si segna, si subisce, si segna ancora e si va avanti, senza tutti i calcoli di casa nostra, buoni solo per accrescere l’invidia di noi appassionati quando ci troviamo di fronte a una semifinale come quella fra i parigini e il Bayern Monaco: un 5 a 4 semplicemente impensabile nel regno del pallone giocato a centrocampo, dei retropassaggi e del “corto muso” allegriano.
Non lamentiamoci, pertanto, se i campioni veri qui non vogliano mettere piede: non si tratta solo di emolumenti ma di amore per il calcio. In Italia si gioca male e quasi ci si vanta di ciò. Siamo indietro di almeno dieci anni su tutto e ci reggiamo solo grazie a realtà all’avanguardia come l’Inter, che tuttavia nell’anno appena trascorso in Champions ha deluso non poco.
Il PSG ha vinto perché ha alzato la coppa, l’Arsenal ha vinto ancora di più perché ha accettato la sconfitta, pur dolorosa, senza farne un dramma, noi abbiamo straperso perché, oltre a marcar visita per la terza volta consecutiva ai Mondiali, non siamo più capaci né di vincere né, soprattutto, di perdere. Qui è sempre tutto una catastrofe, tranne l’unico aspetto che lo è davvero: la nostra mentalità.
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