Razzismo e xenofobia sono state leve strategiche nell’ultimo tratto della campagna elettorale condotta da Simone Venturini e dal suo schieramento, fattori che hanno pesato sull’esito elettorale insieme all’astensionismo. Molti lettori hanno giudicato fuorviante questa nostra chiave di lettura, che non vuole essere esaustiva. Noi riteniamo invece che lo stesso differente esito elettorale tra terraferma e città insulare ne possa essere conferma. Gli abitanti del centro storico vivono il conflitto con i turisti, come gli abitanti delle aree popolari di terraferma lo vivono con le comunità multiculturali di immigrati; entrambi si ergono a difesa del proprio carattere identitario.
In terraferma gli immigrati sono diffusamente percepiti come un pericolo, sempre più numerosi, visibili e perciò sentiti come invadenti, una presenza ingombrante. Si teme di diventare minoranza e di essere soppiantati dalle nuove comunità che sono prolifiche alla faccia della nostrana crisi demografica. Non c’è razzismo, se vogliono possono stare, ma devono farlo con discrezione e solo a condizione di rinnegare le loro origini, i loro costumi, le loro tradizioni, le loro consuetudini, occidentalizzandosi anche nei costumi. Per questo infastidiscono le tante donne col velo che girano con passeggini in piazze e giardini, non solo quelle che indossano il velo integrale (Niqab, Burqa o lo Chador), ma anche quelle che indossano l’hijab (il foulard che copre capelli, orecchie e collo lasciando libero il viso), lo shayla (lunga sciarpa rettangolare simile al precedente avvolta attorno alla testa e appoggiata sulle spalle) o l’al-amira (una cuffia aderente che copre i capelli e un secondo pezzo a forma di tubo che copre collo e spalle, lasciando il viso libero). Quanti tra i lettori conoscono queste differenze tra i veli? Una volta si vedevano solo viaggiando nei paesi arabi e in oriente, e anche “a casa loro” consideravamo questo evidente segno di arretramento e inciviltà, oggi vederceli intorno “a casa nostra” è una provocazione intollerabile. A me che sono cresciuto in Sicilia, non fa nessun effetto, quando ero bambino erano normale vedere le tante donne che portavano il lutto in aeternum, tutte vestite di nero compreso il velo, eredità della cultura araba oggi non più in voga, oggi depositario del carattere sedimentario delle culture che si portano dentro tracce di civiltà diverse, è la lingua.
Che dire poi dei volantini elettorali scritti con caratteri incomprensibili, il cui testo si è scoperto aprirsi con un’invocazione ad Allah? Scandaloso, è chiaramente prova di integralismo (pur essendo in effetti consuetudine non di una singola religione, ma atto universale in quasi tutte le culture e le credenze della storia umana). Non sopportare il diverso, islamico o cinese che sia, vuol dire dimenticare che meticcia Venezia lo è sempre stata, per “statuto”.
La recente elezione ha fotografato la consolidata trasformazione di Venezia che da città si è fatta centro storico dove risiedono dei privilegiati, una Zona a Traffico Limitato… di immigrati, qui tollerati perché non ci abitano ma la cui presenza comincia a diventare troppo visibile con i tanti lavoratori moldavi e albanesi nei cantieri edili o i bengalesi che si sopportavano finché stavano invisibili nel retro di bar e ristoranti, ma che infastidisce vedere nelle edicole cittadine che stavano fallendo per il crollo nella vendita di giornali. È per salvarle che si è consentito di venderci un po’ di tutto. All’inizio l’attività era affidata loro in subappalto dai titolari veneziani che, insoddisfatti del guadagno, hanno finito per cederla a costoro che con spirito imprenditoriale l’hanno rilanciata, e oggi vediamo loro andare in filiale a versare contanti e ci diciamo che saranno di dubbia provenienza, non considerando possibile che siano i proventi della vendita alla marea di turisti che evidentemente apprezzano gadget economici. Viene da domandarsi cosa succederebbe se oltre ai turisti anche il nuovo proletariato e la classe popolare multietnica cominciassero a rivendicare il diritto alla casa e ad abitare la dove lavorano?
Il video in cui Simone Venturini lancia l’offensiva contro il Pd, partito filoislamico
La differenza più visibile, tra isole e terraferma, è oggi la presenza — o l’assenza — di una comunità bengalese residente. L’economia turistica è sorretta da lavoratori stranieri, moltissimi dei quali bengalesi, gli invisibili che diventano visibili con le loro famiglie numerose a Marghera e a Mestre in una geografia sociale che disegna una sorta di apartheid urbano di fatto, tollerata e non desiderata dalla sinistra cittadina in nome della “salvaguardia” del centro storico.
Dentro questa frattura si è inserita la campagna di Venturini che, come altre destre europee, galoppa cavalcando xenofobia e islamofobia. A Venezia la Lega ha battuto il tasto della moschea in terraferma, ma il suo scarso risultato non cancella il tema, segnala piuttosto “la crisi endemica” del partito e la dispersione di un sentimento xenofobo ormai “spalmato” nel campo della destra e, a tratti, oltre. Islamofobia e razzismo si presentano in versione “light”, da bar sport, o come fastidio ostentato verso le donne velate o che fanno il bagno con abiti lunghi: forme subliminali che, se cinicamente stimolate, agiscono come reagente emotivo nelle urne. La vicenda di Sumuyia Begun, giovane bengalese del PD a Marghera, travolta da insulti fino a dichiararsi ‘tentata dal rinunciare’, è la cartolina più nitida di questo clima: quando chi raccoglie più preferenze pensa di farsi da parte per l’odio ricevuto, la xenofobia di fondo è diventata incentivo politico.
A questo quadro obietta Franco Migliorini, spostando il fuoco su un’ipotesi che, a suo giudizio, non regge alla prova dei numeri e della città reale. Scrive Migliorini in un post su Facebook: “Se la comunità dei bangladesi decidesse di trasferirsi nella città storica insulare di Venezia, Murano, Burano, che dispone di quasi cinquantamila alloggi che oggi, per oltre un terzo sono airbnb, seconde case, fitti a studenti o vuote, imprimerebbe una ulteriore ovvia pressione alla crescita dei prezzi.” Non solo: “Si potrebbe così prefigurare una specie di ritorno agli anni del dopoguerra quando la densità abitativa insulare arrivava al sovraffollamento di 171 mila abitanti…”. E conclude che ci troviamo davanti a “una ipotesi, con scarse o nulle possibilità di realizzarsi”, che sottintende che “la città d’acqua” possa ospitare la totalità dei lavoratori della mono-economia turistica, oggi basata su bassi salari e lavoro a bassa qualificazione. L’esito, per Migliorini, sarebbe un loop di congestione permanente, peggior qualità della vita e della visita, nuovo esodo e crollo dell’immagine di Venezia.
All’apparenza è un punto di cui tener conto: chi parla di riequilibrare la residenza non può ignorare la scarsità e la distorsione dell’offerta abitativa, la forza centrifuga di affitti brevi, seconde case e rendite turistiche.
Un’intera comunità che si trasferisce a Venezia? Non di questo si sta parlando. Il tema non è una “traslazione di massa”, ma la possibilità per lavoratrici e lavoratori — italiani o meno, indistintamente — di abitare la città a cui danno sostegno quotidiano. E qui irrompe il grande assente: una politica per la casa degna di questo nome.
Sentire parlare di Piano Casa oggi rasenta il ridicolo se pensiamo a quel che è stato il Piano INA-Casa dal 1949 al 1963. Il patrimonio pubblico di allora è stato smantellato. C’è bisogno di case popolari da destinare ai lavoratori anche se oggi sono in maggioranza stranieri. Il loro impiego va molto oltre il turismo e l’indotto, sono manovalanza e maestranze qualificata nell’edilizia nella città insulare, in Fincantieri a Marghera, nell’agricoltura di terraferma.
La sequenza degli espulsi — prima i ceti popolari, poi la borghesia di reddito medio — mostra come la città abbia progressivamente rimosso, più che risolto, le proprie contraddizioni abitative. La lettura “etnica” del voto non basta certo se non incrocia la struttura materiale che la rende credibile: salari bassi, housing inaccessibile, segregazione funzionale tra città-vetrina e città-lavoro. La spinta xenofoba funziona da catalizzatore perché offre un capro espiatorio a un elettorato arrabbiato che vuole lavoro, casa, servizi, mentre i nuovi concittadini, che danno un contributo determinante a tenere in piedi l’economia cittadina, si accontentano di molto meno e sembrano prosperare. Ma il fatto che la Lega cali e Venturini vinca come Gentilini, il sindaco sceriffo di Treviso, dice che la leva identitaria è stata riassorbita in un blocco politico più largo, capace di governare insieme paure e interessi locali. Non è un dettaglio comunicativo, è un assetto di potere.
Che fare, allora, per non fermarsi alla denuncia? La prima onestà è ammettere che Venezia rischia davvero di diventare un laboratorio della “xenofobia light” e della sua efficacia elettorale quando si combina con l’assenza di politiche abitative pubbliche e con la naturalizzazione della rendita. La seconda è spostare il fuoco dal “chi” al “come”, passare dal fantasma dell’invasione al diritto alla casa per tutti i lavoratori, indistintamente.
La qualità del modello insediativo dei nostri centri storici è proprio nella tutela della varietà e della diversità come valore. Questo richiede scelte che oggi appaiono controcorrente: ricostruzione di un patrimonio ERP e strumenti fiscali e regolativi che disincentivino l’uso speculativo degli alloggi; incremento delle residenze sociali anche nel perimetro insulare; riallineamento tra salari e costo della vita; corridoi di mobilità abitativa che non ghettizzino in eterno Marghera e Mestre costringendole alla marginalità di periferia. Non si tratta di “trasferire una comunità”, ma di riaprire spazi reali di scelta a chi oggi non ne ha.
Se la campagna di Venturini avesse puntato su questo terreno — salario, casa, servizi — avrebbe parlato a quell’elettorato arrabbiato senza offrirgli un bersaglio umano. Non lo ha fatto, e non affronterà il problema ora se non costretto da un clima politico e civico che rimetta al centro l’abitare come infrastruttura della cittadinanza tutta. Fino ad allora, le parole d’ordine identitarie resteranno a sua portata di mano e alla bisogna le tirerà di nuovo fuori.
È venuto il momento di occuparsi seriamente del problema, senza rifugiarsi in tatticismi. Riconoscere il vortice tossico non significa rassegnarsi: significa nominare il nesso tra paura e casa, tra lavoro e diritto alla città. Solo lì si spezza la chimica emotiva che oggi trasforma la xenofobia da sottotraccia sociale in motore elettorale. Venezia può essere laboratorio di altro, di una politica dell’abitare che, finalmente, guardi in faccia i nuovi cittadini e dica loro – con i fatti – che qui c’è posto anche per loro.
Immagine di copertina: Gli uomini bengalesi non lavorano solo come lavapiatti e addetti alle pulizie nelle cucine dei ristoranti di Venezia, ma anche come cuochi nei ristoranti italiani, avendo imparato a preparare i piatti tipici della cucina italiana, apprezzati sia dai turisti che dai residenti. (© Faiza Ahmed Khan. Immagine tratta da Megnaa Mehtta, The Banglascapes of Venice, Wetlands, in uscita gli inizi del 2027)
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