Da dove cominciare per descrivere la grandezza di Osvaldo Bagnoli? Forse dalle sue origini nella Milano operaia delle case di ringhiera, col bagno sul ballatoio, a cavallo tra la guerra e il dopoguerra, quando l’Inter era davvero la squadra dei bauscia e il Milan quella dei casciavitt? Forse dalla Bovisa, il quartiere in cui era nato novantuno anni fa? Forse dal suo sembrare un personaggio uscito dalla penna di Enzo Jannacci, una versione calcistica di “Vincenzina e la fabbrica”, un “fiore di campo che è nato in miniera”, un esponente della “banda dell’Ortica”? O forse bisogna spingersi qualche centinaio di chilometri a est, in quella Verona patria del capolavoro di Shakespeare e dell’Arena ma anche di una compagine cui nessuno avrebbe dato un centesimo e che lui, invece, seppe condurre allo scudetto?
Enzo Biagi, a suo tempo, disse che ne apprezzava il garbo, la naturalezza e il modo di fare da gentiluomo. Era il 1985 e aveva appena vinto il più incredibile degli scudetti, ma il cronista di Pianaccio, figlio di un operaio, aveva cominciato ad amarlo molto prima: chissà se rivedeva, in parte, in lui la figura del padre, un eterno sconfitto che morì a soli cinquantun anni, in mezzo alla guerra, mentre l’Osvaldo per fortuna ha superato i novanta, regalandoci momenti di autentico splendore!
Erano gli anni di Zico e di Platini, di Socrates che veniva in Italia per leggere Gramsci nella lingua originale, della Roma di Liedholm, dell’Inter di Rumenigge e del primo Napoli di Maradona, ma quel Verona aveva qualcosa in più, per l’appunto Bagnoli. L’Osvaldo, infatti, seppe convincere i vari Fanna, Elkjær e Galderisi che nulla fosse impossibile, che potesse esserci gloria anche per una realtà di provincia e vinse la sua sfida, andando persino al di là, secondo noi, del capolavoro di Manlio Scopigno, nel ’70, a Cagliari. L’Italia di Riva e Domenghini, difatti, era ancora il paese forgiato dal centro-sinistra di Moro e Nenni e dai progressi degli anni Sessanta mentre nell’85 eravamo già nel cuore della Milano da bere, della Reaganomics, del thatcherismo, della svolta liberista mondiale e dell’esaltazione acritica delle ingiustizie e delle disuguaglianze. Il Cagliari del filosofo reatino innervò la Nazionale messicana di Bearzot, il Verona del timoniere della Bovisa venne poi depredato dalle grandi, a dire il vero con non molto successo. Del resto, quel gruppo di ragazzi, di buoni sentimenti e piedi discretamente educati, non avrebbe potuto vincere con nessun altro se non lui: un personaggio uscito dal libro “Cuore”, il maestro che tutti avremmo voluto incontrare, il pedagogo del calcio, “un comunista”, per citare lo sprezzante Berlusconi (in realtà era socialista ma nenniano, non certo affascinato dalla Piramide di Panseca e dai tristi fasti del Garofano craxiano) che per questo lo scartò, benché glielo avesse consigliato Gianni Brera, in grado di condurre il berlinguerismo in panchina e di compiere il miracolo di lanciare un guanto di sfida alle corazzate senza mai peccare di arroganza. Non era, infatti, la sua una follia in stile Maradona, non c’era nella sua battaglia quel misto di etica e riscatto di tutti i Sud del mondo; c’era, piuttosto, l’etica operaia di quegli uomini venuti fuori dalle fabbriche e dai cantieri del dopoguerra, coloro che si alzavano prima dell’alba per recarsi al lavoro e che, per citare ancora Biagi, che “se votavano DC si sentivano più cristiani e se votavano PCI si sentivano più giusti”.
Bagnoli, dunque, è stato una sorta di Trapattoni dei poveri, mentre tutto andava svanendo, il corso della storia diveniva tragico e il 12 maggio 1985, un mese prima del referendum sulla Scala mobile che avrebbe sancito il definitivo trionfo di Craxi sul già morto Berlinguer, con tutte le conseguenze del caso, un mite condottiero senza pretese da santone, figlio di un operaio e di una donna rimasta predto orfana, aveva osato sfidare ogni convenzione e aveva avuto la meglio.
Ci ha detto addio in questi giorni di luglio, forse davvero il più crudele dei mesi, mentre il caldo la fa da padrone, il sole ci abbaglia e un pensiero ci pervade: come sarebbe oggi il mondo se in ogni ambito ci fossimo permessi, almeno per un istante, la pacata irriverenza dell’Osvaldo?
L’articolo Bagnoli. La pacata irriverenza dell’Osvaldo proviene da ytali..