Bice Lazzari (Venezia 1900-Roma 1981) è stata un’artista poliedrica, che ha sperimentato molteplici tecniche (olio, matita e pastelli, tempera, acquerello, collage, mosaico, acrilico…) e molteplici linguaggi formali (figurativo, astratto, informale), costruendo un suo percorso coerente e originale, segnato sia dal contesto culturale poco incline a riconoscere il valore delle personalità femminili sia dalle vicende politiche del Novecento. A Milano (Palazzo Citterio) e poi a Roma (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, sino al 3 maggio scorso) un’importante mostra retrospettiva, curata da Renato Miracco con la fondamentale collaborazione dell’Archivio Bice Lazzari, ne ha delineato in maniera impeccabile la biografia e i valori estetici attraverso l’esposizione di dipinti, disegni, arazzi, accessori, gioielli, testi poetici e stralci della preziosa autobiografia. Tra gli esiti più fecondi del tributo rappresentato dalle due mostre si annoverano senz’altro i due saggi di R. Miracco e di C. Macel, contenuti nel catalogo Bice Lazzari e i linguaggi del suo tempo (Torino: Allemandi, 2025), che accennano alla necessità di approfondire sia la relazione dell’artista con l’astrattismo, sia il ruolo delle artiste – e in primo luogo di Bice Lazzari – nel superamento dei confini convenzionali tra arti maggiori e arti minori.
Come si apprende dall’autobiografia, citata in più punti nel catalogo, la prima formazione di Bice Lazzari nel campo dell’arte si è svolta al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Dopo questo esordio musicale, a cui rimarrà legata, si è orientata verso lo studio dell’arte decorativa, diplomandosi nel 1918 all’Accademia di Belle Arti. Dopo il diploma, per poter continuare a dipingere, si impegna anche nel campo delle arti applicate (stoffe, merletti, oggetti decorativi), proponendo un design influenzato dal nascente Futurismo che ambisce alla “Ricostruzione dell’Universo” (cfr. il manifesto del 1915 firmato da G. Balla e F. Depero). Il sistema di valori propugnato dai fondatori del movimento non l’ha però attratta, come dichiara nell’autobiografia.
In campo pittorico giunge all’astrattismo in maniera autonoma, esponendo nel 1925, in occasione di una mostra collettiva a Ca’ Pesaro, un disegno su carta intitolato Astrazione di una linea n. 2 (p. 89 del catalogo), opera ritenuta un caposaldo dell’arte del Novecento. Un’altra tappa significativa è rappresentata dalle numerose collaborazioni con un gruppo di architetti, tra cui Diego Rosa – che diverrà suo marito – Giò Ponti, Carlo Scarpa, Attilio Lapadula. Da queste collaborazioni scaturiscono anche progetti decorativi per alcuni spazi pubblici, tra cui spiccano, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, il cinema Fiammetta e il Caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti e scrittori, a Roma.
Queste esperienze lasciano una traccia profonda che viene così descritta nell’autobiografia: “Quando dipingo un quadro, penso sempre segretamente alla parete su cui in quel momento potrei dipingere, allo spazio, all’architettura a cui quel quadro dovrebbe essere destinato. Il che vuol dire forse che io non credo alla pittura purista, alla pittura che vive da sé, autonoma nel suo astratto isolamento. Questa è o dovrebbe essere, a mio avviso, l’unica possibile ‘umanità’ della pittura contemporanea”.
Solo nel secondo dopoguerra inizia, da parte della critica, il lento riconoscimento del suo lavoro. Alcune sue opere vengono acquisite negli anni Sessanta da Palma Bucarelli, allora direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, e il suo nome figura, ad esempio, nella mostra L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, curata da Lea Vergine (Palazzo Reale, Milano, 1980), e nella più recente Kandinsky e l’avventura astratta organizzata dalla Peggy Guggenheim Collection (Venezia, 2003).
Nel campo della riflessione teorica sull’arte contemporanea, il merito di avere messo in risalto la qualità del lavoro di Bice Lazzari, con poche e significative frasi, va a Emilio Garroni, ordinario di Estetica all’Università di Roma “La Sapienza” dal 1973 al 1997. Garroni, in un saggio dal titolo Arte, mito e utopia. 11 dipinti di Bice Lazzari (1964, Quaderni di Arte oggi, Roma: Multigrafica Editrice), precisa nella premessa:
Dal catalogo Bice Lazzari e i linguaggi del suo tempo (Torino: Allemandi, 2025)
Non proprio il silenzio, ma non so quale perplessità circonda l’attività artistica di Bice Lazzari. Non sono mancati sinora giudizi autorevoli e calzanti… ma non è accaduto che l’apprezzamento positivo si trasformasse in acquisizione pacifica. Certo, la pittura della Lazzari, a dispetto del suo rigore riduttivo, della sua apparente semplicità, non è propriamente una pittura semplice…
E più oltre:
Ho tentato di scrivere per lei (non su di lei) un saggio teorico che forse la riguarda solo di scorcio e che tuttavia vuole impostare un discorso generale sull’arte d’oggi dal quale possa provenire una qualche luce (che non sia retorica e formalistica) anche sull’esperienza così particolare e intenzionalmente appartata della Lazzari (p. 5).
E ancora:
Il 1964 ha segnato, per Bice Lazzari, il ritorno a un ordine formale, che non contraddice però le precedenti esperienze, eminentemente ‘liriche’ (penso soprattutto al bellissimo “Canto largo”, che è tra le opere più notevoli – non temo di dirlo – della pittura italiana di questi ultimi anni). Ma questo ‘lirismo’ e quest’‘ordine’ non appartengono affatto al repertorio, piacevole e noioso, del moderno formalismo… In realtà essi sono piuttosto aspetti indisgiungibili di quella ‘utopia in atto’ che costituisce un momento saliente dei movimenti artistici contemporanei (p. 6).
Bice Lazzari, Canto largo, Archivio Bice Lazzari
Immagine di copertina: Beatrice Lazzari, Autoritratto, 1929, Archivi Beatrice Lazzari
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