Questa è una storia tragicamente esemplare. La storia del dottor Hussam Abu Safiya e della sua famiglia. Una storia raccontata su Haaretz da quel grande giornalista che risponde al nome di Gideon Levy, e documentata da Amnesty International in una campagna internazionale per la liberazione del dottor Safiya, il pediatra di Gaza..
Racconta Levy su Haaretz:
Il resto della famiglia del dottor Hussam Abu Safiya vive stipata in un appartamento ad Almaty, in Kazakistan. L’ambasciata kazaka a Tel Aviv è riuscita a far uscire la famiglia da Gaza, dopo che Abu Safiya era stato rapito da Israele, suo figlio Ibrahim era stato ucciso in un attacco con droni israeliani e gli altri due figli erano rimasti feriti. Ora si trovano tutti a casa della nonna, madre della moglie kazaka del dottore, Albina.Ibrahim era stato ucciso in un attacco con droni israeliani e gli altri due figli erano rimasti feriti. Ora si trovano tutti a casa della nonna, madre della moglie kazaka del dottore, Albina.
Secondo il resoconto dell’avvocato che lo ha incontrato la scorsa settimana, Abu Safiya sta morendo. L’avvocato ha avuto difficoltà a riconoscerlo. Ha riferito che il suo cliente aveva difficoltà a respirare, a parlare o a stare seduto. Ma Israele se ne è semplicemente infischiato. Considera il medico un terrorista. Nella casa di Almaty, invece, sono così angosciati e in ansia da non riuscire a dormire la notte. Ci sono anche diversi israeliani che trascorrono notti insonni a causa della sorte del medico rapito, il quale ha insistito per rimanere con le centinaia di bambini feriti nell’ospedale Kamal Adwan da lui diretto.
Qualche giorno fa ho parlato a lungo con il suo figlio maggiore, Eliyas, 28 anni, tecnico di laboratorio. Mi ha parlato dall’appartamento della nonna ad Almaty.
Ci sono stati momenti in cui aveva la gola serrata dalle lacrime. Ha visto suo padre per l’ultima volta nel suo ospedale all’inizio di dicembre 2024. Allora ha cercato di convincerlo ad andarsene: «Ibrahim è stato ucciso, Idris è rimasto ferito da un bombardamento sulla nostra casa, io sono stato ferito da un proiettile. Non abbiamo nulla da mangiare, papà. Andiamocene», ha detto a suo padre.
Abu Safiya ha spiegato che non poteva abbandonare i 187 bambini ricoverati in ospedale con ustioni e ferite gravi. «I miei figli non sono più importanti dei bambini in ospedale», ha detto a suo figlio. Anche l’agente del servizio di sicurezza Shin Bet, il «capitano Wahl», fece pressione su Abu Safiya affinché se ne andasse, ma lui rispose che lo avrebbe fatto solo se accompagnato dai suoi pazienti. Eliyas è convinto che suo padre sia stato rapito perché aveva parlato con i media internazionali di ciò che stava accadendo nel suo ospedale. «Non ha attaccato Israele, ha solo cercato di mobilitare aiuti», ha detto suo figlio. Abu Safiya ha inviato all’agente dello Shin Bet delle foto dall’ospedale. È dubbio che queste lo abbiano commosso”.
Un ospedale ridotto ad un girone dell’inferno.
Così lo descrive Levy
L’ospedale era pieno di corpi di bambini. Quando i genitori venivano a cercare i propri figli, Abu Safiya chiedeva loro l’età del bambino e, in base a quella, consegnava loro un sacco contenente i resti di un corpo, del peso corrispondente a quell’età. Un neonato di un anno: un chilo (2,2 libbre); un bambino di cinque anni: cinque chili. Bambini morti a peso. Era impossibile identificarli, bruciati e schiacciati, e quindi ha dovuto fare ciò che ha fatto.
Ha seppellito suo figlio Ibrahim, ucciso dal fuoco dell’esercito israeliano, nel complesso ospedaliero e, pochi giorni dopo, ha chiesto ai suoi figli di portare il corpo in un cimitero. Abu Safiya sapeva che Israele avrebbe distrutto l’ospedale ed era preoccupato per il corpo di suo figlio. Ibrahim aveva 20 anni quando è morto.
Quaranta giorni dopo il suo rapimento dall’ospedale, avvenuto circa 550 giorni fa, la famiglia ha ricevuto un primo segno di vita: Abu Safiya si trovava in isolamento nel campo di detenzione di Sde Teiman. Da allora è stato sballottato da una prigione all’altra e le sue condizioni sono progressivamente peggiorate. È chiaro che Israele sta maltrattando il medico solo per il gusto di farlo. Il mese scorso, la giudice della Corte Suprema Gila Canfy Steinitz ha respinto il ricorso del medico contro la sua detenzione prolungata.
«Hai figli?», mi ha chiesto Eliyas. «Per quanto i tuoi figli ti amino, noi amiamo e sentiamo la mancanza di nostro padre». A settembre la moglie di Eliyas darà alla luce un figlio in Kazakistan. Lo chiameranno Ibrahim, in memoria dell’Ibrahim defunto.
Ma questa non è solo una storia straziante su un uomo strappato alla moglie e ai figli. Le violenze subite da Abu Safiya non sono meno crudeli di quelle subite dagli ostaggi israeliani. Le violenze fisiche ed emotive che sta subendo sono frutto di puro sadismo. Il volto sereno di Abu Safiya è diventato il volto dell’ombra di un uomo. È diventato anche il volto del male israeliano. Ora dobbiamo fare tutto il possibile per ottenere il suo rilascio.
Il suo destino dovrebbe toccare il cuore di ogni israeliano, non meno di quello dei nostri stessi ostaggi, ma questa è già una questione senza speranza nell’attuale realtà israeliana,
conclude Levy.
Senza speranza perché questo sentimento non può crescere dentro una società che il peggior governo della storia dello Stato d’Israele sta progressivamente, inesorabilmente, vigliaccamente disumanizzando.
Amnesty International ha dichiarato nei giorni scorsi che le autorità israeliane devono scarcerare immediatamente il pediatra palestinese e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, detenuto arbitrariamente, alla luce delle informazioni riferite dal suo avvocato dopo una visita in carcere, secondo le quali la sua vita è in imminente pericolo a causa delle torture e dei maltrattamenti cui è stato sottoposto durante la detenzione.
Il dottor Hussam Abu Safiya è illegalmente in carcere da oltre 18 mesi, senza incriminazione né processo, dal 27 dicembre 2024, quando è stato arrestato mentre era in servizio presso l’ospedale Kamal Adwan, nella Striscia di Gaza.
I dettagli che stanno emergendo sul peggioramento delle condizioni di detenzione del dottor Hussam Abu Safiya sono davvero agghiaccianti. Siamo profondamente allarmati dalle informazioni fornite dal suo avvocato, secondo cui la sua vita è in imminente pericolo mentre continua a essere detenuto illegalmente. È inaccettabile che un pediatra, che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri nella Striscia di Gaza occupata, sia sottoposto a torture e maltrattamenti, compresi gravi abusi fisici e psicologici e un prolungato isolamento, mentre viene detenuto senza alcuna giustificazione,
ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International.
Le autorità israeliane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni il dottor Hussam Abu Safiya. Fino a quel momento, il Servizio penitenziario israeliano deve garantire che sia pienamente protetto da ulteriori violenze, che riceva cure mediche adeguate e che possa essere visitato immediatamente da osservatori indipendenti, compreso il Comitato internazionale della Croce Rossa, al quale deve essere consentito l’accesso anche a tutte le altre persone palestinesi detenute,
ha proseguito Guevara Rosas.
In aperta violazione dei propri obblighi di diritto internazionale, Israele impedisce al Comitato internazionale della Croce Rossa di visitare le persone palestinesi detenute e imprigionate dall’ottobre 2023.
Le informazioni sul peggioramento delle condizioni del dottor Hussam Abu Safiya e sui gravi maltrattamenti inflitti dal Servizio penitenziario israeliano sono emerse dopo la visita effettuata il 2 luglio 2026 dall’avvocato Nasser Odeh, di Physicians for Human Rights Israel. Secondo quanto riferito dall’avvocato, dopo il trasferimento nel famigerato centro di detenzione sotterraneo di Rakevet, il medico è stato sottoposto quotidianamente a percosse, minacce e ad altre forme di violenza.
Nasser Odeh ha riferito di aver visto lividi recenti e segni di tortura sulla testa e su tutto il corpo del dottor Hussam Abu Safiya, al punto da renderlo quasi irriconoscibile. Ha inoltre raccontato che il medico si è presentato all’incontro con mani e piedi incatenati. Nella sua drammatica testimonianza, l’avvocato lo ha descritto come estremamente debilitato e sul punto di perdere conoscenza. Ha inoltre riferito che il dottor Hussam Abu Safiya gli ha detto:
“Questa è l’ultima volta che mi vedrai… Mi hanno portato qui per uccidermi”.
La testimonianza dell’avvocato deve rappresentare un urgente campanello d’allarme per gli stati di tutto il mondo, in particolare per gli alleati di Israele. È profondamente riprovevole che un medico che si è rifiutato di abbandonare i propri pazienti e che è diventato una delle voci più autorevoli nel denunciare la distruzione del sistema sanitario di Gaza continui a essere detenuto arbitrariamente e illegalmente sulla base dell’infondata definizione israeliana di ‘combattente illegale’. Continua a essere privato dei suoi diritti fondamentali, compreso il diritto a essere protetto dalle torture e maltrattamenti, nonché del diritto a un processo equo e alle garanzie procedurali,
ha aggiunto Erika Guevara Rosas.
Il trattamento disumano riservato da Israele al personale sanitario palestinese della Striscia di Gaza, comprese la detenzione arbitraria e la tortura, è stato reso possibile dal deliberato fallimento degli stati nell’adottare misure efficaci sia di fronte alla distruzione del sistema sanitario della Striscia di Gaza, sia agli attacchi contro il personale sanitario palestinese. Queste condotte rientrano tra gli elementi che caratterizzano il genocidio in corso commesso da Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Le semplici espressioni di preoccupazione rappresentano ormai poco più di un cinico alibi per giustificare l’inazione degli stati di fronte alla sistematica distruzione dei diritti umani della popolazione palestinese. Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni per i diritti umani, non chiede soltanto l’immediata scarcerazione del dottor Hussam Abu Safiya. Chiede un intervento urgente ed efficace per salvargli la vita,
ha concluso Guevara Rosas.
In una dichiarazione inviata ad Amnesty International dal figlio del dottor Hussam Abu Safiya, Elias, portavoce della famiglia, si legge:
Mio padre sta vivendo un momento estremamente critico, sospeso tra la vita e la morte. Le sue condizioni di salute e la sua situazione peggiorano di giorno in giorno. Chiediamo alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani, agli organi di stampa e a tutte le persone di coscienza di intervenire con urgenza affinché cessino immediatamente le torture e tutte le altre violazioni commesse nei suoi confronti, gli siano garantite cure mediche urgenti, sia possibile monitorare le sue condizioni attraverso canali legali e umanitari indipendenti e siano assicurati la sua protezione e il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali. Il silenzio del mondo oggi potrebbe costare la vita a una persona innocente. Il tempo sta per scadere e vi chiediamo di intervenire prima che sia troppo tardi.
Il dottor Hussam Abu Safiya è detenuto arbitrariamente dalle autorità israeliane dal dicembre 2024, dopo il raid condotto dall’esercito israeliano contro l’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza. Da allora è detenuto senza incriminazione né processo in base alla cosiddetta Legge sui combattenti illegali, una normativa crudele che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili indefinitamente nei confronti di chiunque, arrestato nella Striscia di Gaza, sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello stato o di essere coinvolto in attività ostili, sulla base di prove segrete e senza l’obbligo di presentare un atto d’accusa.
Il 16 giugno 2026 la Corte suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato dal dottor Hussam Abu Safiya contro la sua detenzione, confermandola almeno fino a ottobre 2026. Secondo Physicians for Human Rights Israel, l’intensificarsi delle violenze nei suoi confronti è collegato proprio al ricorso e ai suoi tentativi di contestare in tribunale la legittimità della detenzione.
Il dottor Hussam Abu Safiya è detenuto nel centro di detenzione di Rakevet, una sezione sotterranea situata sotto il complesso carcerario di Ayalon, dove le persone detenute, in gran parte palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza, sono sottoposte sistematicamente a torture e a trattamenti disumani. Il centro è stato riaperto durante il genocidio, dopo essere stato chiuso nel 1985 proprio a causa delle sue condizioni disumane”, conclude Amnesty International.
La “colpa” del dottor Abu Safiya è di essere rimasto accanto ai suoi piccoli pazienti per provare a salvar loro la vita. Così vanno le cose a Gaza, così agisce l’”unica democrazia in Medio Oriente”.
1.400 operatori sanitari sono stati uccisi nel pieno esercizio delle loro funzioni, 125 strutture mediche colpite, 186 ambulanze e 34 ospedali presi di mira come veri e propri bersagli dal Governo israeliano. Sono questi alcuni dei dati forniti dall’OMS dall’inizio del conflitto nella Striscia di Gaza ad oggi.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24“)
I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.
Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo“.
Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.
Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.
Questa è Gaza. Il più grande crimine di guerra e contro l’umanità dalla fine della Seconda Guerra mondiale a oggi. Una tragedia infinita.
Immagine di copertina: Cittadini israeliani manifestano per l’ingiusta detenzione del medico di Gaza, Hussam Abu Safiya
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