L’ennesima invettiva di Massimo Cacciari contro il Partito democratico, locale e nazionale, non fa notizia? Be’, questa volta sì. Non tanto per i suoi contenuti e toni, che ormai da tempo seguono lo stesso spartito, una diagnosi catastrofica che non lascia spazio neppure alla speranza, a dispetto del tema del Festival della politica di quest’anno – Le ragioni della speranza – che è l’occasione per Cacciari per commentare a modo suo la sconfitta del centrosinistra nelle recenti elezioni amministrative.
Non c’è alcuna possibilità di qualsiasi idea di ripresa della sinistra dopo una batosta simile. Una batosta che ha ragioni e cause profondissime, l’incapacità di una classe dirigente di rinnovarsi e di presentare candidature e squadre veramente competitive rispetto alle altre. Perché la verità è che dall’altra parte ci sono due trentenni e quindi, se non fanno cazzate, il discorso è chiuso per almeno una generazione
Siamo nella stagione estiva delle repliche di film e talk show già visti, e questo di Cacciari è un già visto, un già sentito mille volte. Però questa volta fa rumore. Non per merito del filosofo. Ed è qui la notizia. Merito di Giulia Albanese, campionessa di preferenze, che ha giustamente preso sul serio il suo ruolo di capogruppo del Pd al Comune di Venezia. A Cacciari, non gliele manda a dire.
Se questa sinistra non ha un futuro qualche responsabilità ce l’ha anche lui, e non solo per non aver parlato prima delle elezioni. […]
Mi pare che bisogna avere il coraggio di dirsi che stiamo ancora combattendo con il superamento del modello Cacciari, sia perché un pezzo anche della sinistra quel modello e i suoi epigoni continua a rinfacciarceli, sia perché purtroppo non siamo più riusciti ad avere un’elaborazione alta del modello Venezia dopo il fallimento di quella fase. […]
Poteva esprimere le sue critiche prima della sua candidatura e non farlo, come sempre dopo.
La sortita di Cacciari, soprattutto grazie alla replica di Albanese, consente finalmente di discutere senza diplomazie e riposizionamenti tattici sulla sconfitta dello scorso fine maggio, sulle sue ragioni, che, come rimarca la capogruppo del Pd,, vengono da lontano e non risparmiano certo il ruolo cruciale avuto in città da Massimo Cacciari.
Dal nostro punto di vista – di una rivista presente e attiva in città e nel suo dibattito culturale politico – la notizia non è tanto nella discussione che si è aperta ma nel momento e nell’occasione in cui essa è stata aperta: nella presentazione alla stampa del Festival della politica.
Che anche quest’anno snobba completamente Venezia, il Veneto e il nord-est. Un’area attraversata da una crisi esistenziale, come anche il recente voto veneziano segnala e che Cacciari stigmatizza. È, come le precedenti edizioni, un festival senza tempo e senza luogo, un format che potrebbe tenersi tranquillamente, così com’è, a Rocca Csnnuccia o a Trebaseleghe, a Roma o a Milano, oggi, ieri, domani, non essendo altro che la trasposizione in piazza dei talk show e relativi conduttori e ospiti della tv, soprattutto quella di Cairo, esponenti di un mondo mediatico in una crisi abissale e senza ritorno. Che loro si guardano bene dall’affrontarla, anzi dal menzionarla, fingendo di essere ancora ai tempi di Scalfari e Ottone, e perfino di essere alla loro altezza, impartendo lezioni di bon ton ai politici, categoria con una reputazione in caduta libera, ma almeno ancora costretti a cercare voti e consensi per stare a galla.
Quindi, dopo la batosta questo è il balsamo che il filosofo prescrive alla sua città – e alla sinistra?
Il festival in sé può anche avere, anzi ha certamente – come nelle passate edizioni – dibattiti di qualità e panel con ospiti interessanti. Ma accade anche in altri festival del genere. Ne fanno decine se non centinaia in Italia, tutti con lo stesso identico format e le stesse persone. Manca la specificità veneziana, di Venezia e, per restare all’attualità, di una sinistra, nella politica locale e regionale, che chiede un forte impegno per scongiurarne la fine. Non porsi quest’obietivo, in un’occasione di discussione pubblica, aperta, a due mesi da una sconfitta storcica, come fai a fare un festival della politica, a Venezia, che non parli almeno in parte della politica locale e regionale, per giunta presentando il programma con considerazioni banali sulla politica locale che poi non. è neppure tenatizzata in nessuno dei 43 eventi? Che cosa può rialzare il livello del dibattito politico se non là battaglie delle idee, un pensiero rinnovato, e questo ci si aspetta da un festival della politica a Veneziai.
È il pensiero che muove la politica e da un “pensatore” ci si aspetterebbe un festival della politica che faccia pensare e non parole non meditate su giovani e trentenni come chiave del rinnovamento della politica.
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