Donne e uomini, al mare, separati da un muro? Succede ancora oggi. Non in una località saudita. Succede nella cristianissima Trieste. Ad attirare l’attenzione su questa peculiarità tutta triestina è un caso di questi giorni. La cronaca di un litigio tra turisti e bagnanti locali racconta una tradizione che, fuori dal capoluogo giuliano, ha dell’incredibile.
A chi non è di Trieste, il Bagno marino Alla lanterna, o meglio il Pedocin, com’è comunemente chiamato, dice poco o nulla. Eppure, è un nome che ha una lunga storia ed è anche d’attualità, Si trova nel cuore della città giuliana, è uno stabilimento balneare in cui uomini e donne vengono separati fisicamente da un muro, in due sezioni distinte, secondo una consuetudine che risale all’inizio del Novecento. Un episodio minimo dei giorni scorsi — il diverbio avvenuto nei giorni scorsi tra una coppia di turisti e una bagnante triestina — riporta alla luce tutta la singolarità di questo luogo.
Due turisti ,”sembra meridionali residenti a Milano “(sic – puntualizza il cronista del Piccolo), entrano nella sezione maschile dello stabilimento; una frequentatrice del posto spiega loro che lì non possono stare, perché al Pedocin, per regolamento e per storica tradizione, vige ancora la divisione tra uomini e donne. La discussione degenera, volano accuse di arretratezza e sessismo, viene minacciata una chiamata ai carabinieri, un’addetta viene spintonata, e infine la coppia se ne va chiedendo la restituzione del biglietto.
A Trieste quello stabilimento è vissuto come un frammento di memoria urbana, una tradizione radicata, un piccolo emblema cittadino. Il muro non è un relitto museale, è una barriera ancora attiva, capace di produrre reazioni, incomprensioni, perfino conflitti.
Va detto che il Pedocin non è un unicum assoluto in Europa. Anche altrove sopravvivono forme storiche di balneazione separate per sesso, come avviene in alcuni bagni di Zurigo. Nella città svizzera si trovano alcuni dei più suggestivi stabilimenti balneari (detti bad o badi) progettati o riservati esclusivamente alle donne. Al “Frauenbadi” solo le donne possono rilassarsi al sole con vista sul Grossmünster. Costruito nel 1837 come “bagno per signore”, ancora oggi è riservato esclusivamente alla clientela femminile. Di giorno, invece, il suggestivo stabilimento sul canale dello Schanzengraben è riservato agli uomini. Dopo il tramonto, però, entrambi aprono le porte a tutti e diventa il luogo perfetto per concludere la giornata accanto all’acqua che scintilla (dal Sole 24 ore).
Ma il caso triestino conserva una sua peculiare eccentricità, perché qui la separazione non riguarda stabilimenti distinti o accessi differenziati: si consuma dentro lo stesso spazio, lungo un muro che continua a dividere uomini e donne. Proprio questa evidenza materiale, quasi teatrale, contribuisce a farne un caso così sorprendente nel panorama italiano.
Se poi si allarga lo sguardo, il Pedocin entra in risonanza con un’altra vicenda friulana, a una trentina di chilometri da Trieste, che, pur nella sua diversità, tocca un punto analogo: il dibattito acceso a Monfalcone attorno al burkini.
La vicenda è scoppiata nell’estate del 2023 ed è ancora oggi un argomento caldissimo al centro della politica locale e nazionale. Tutto inizia quando l’allora sindaca Anna Maria Cisint (oggi eurodeputata) contesta duramente l’abitudine delle donne musulmane di origine bengalese di fare il bagno completamente vestite sulla spiaggia di Marina Julia, definendola una pratica contraria al decoro, all’igiene e ai costumi occidentali.
Oggi se ne parla ancora molto perché questo scontro non si è mai fermato, ma si è esteso ad altri aspetti della vita quotidiana in città. Negli ultimi anni la giunta comunale ha introdotto una serie di altre restrizioni che hanno colpito le abitudini della comunità bengalese: è stato vietato il gioco del cricket nelle aree pubbliche, sono stati chiusi alcuni centri di preghiera islamici ed è stato persino introdotto il divieto di sedersi per terra o sulle banchine del porto. La questione del burkini, insomma, è diventata il simbolo di un dibattito molto più ampio sull’integrazione e sull’identità culturale che continua a dividere l’opinione pubblica.
Il cerchio si chiude con il rimbalzo – quando scoppia la vicenda di Monfalcone, nel 2023 – della disputa sul burkini nello stesso stabilimento triestino, come racconta un sevizio televisivo che qui proponiamo:
Pedocin e Marina Julia rappresentano due facce della stessa ossessione regolativa. Nel primo caso si conserva una divisione materiale dei sessi, pur derubricandola a folclore cittadino; nel secondo si pretende di difendere l’universalità dello spazio pubblico vietando una pratica associata a una minoranza religiosa. Ma tanto il muro del Pedocin quanto il dibattito sul burkini finiscono per porre la stessa domanda: chi ha il potere di definire la normalità del corpo nello spazio comune?
Infine, in tutto questo, che posto ha la comunità LGBTQ+?
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