Le immagini arrivate da Lampedusa lo scorso 4 luglio resteranno a lungo impresse nella memoria collettiva: Papa Leone XIV in preghiera silenziosa tra le croci senza nome del cimitero dell’isola, prima di varcare la Porta d’Europa per chiedere al continente di non dimenticare le proprie responsabilità. Questo monito si colloca in un filo rosso drammatico che dura da più di un decennio, aperto nel 2013 – esattamente tredici anni fa, proprio l’8 luglio – dal primo viaggio di papa Francesco e dal suo grido contro la «globalizzazione dell’indifferenza».
A pochi giorni da quell’ultima visita papale, venerdì 10 luglio, Venezia risponde idealmente a quel richiamo accogliendo alla Serra dei Giardini a Castello la proiezione di Non dirmi che hai paura (uscito in Germania con il titolo Samia). Il film della regista tedesca Yasemin Şamdereli, tratto dal bestseller internazionale di Giuseppe Catozzella – vincitore del Premio Strega Giovani – e prodotto da Indigo Film, restituisce un volto, un corpo e una dignità a quei numeri che troppo spesso la cronaca riduce a fredde statistiche.
Al centro del racconto c’è la storia vera di Samia Yusuf Omar, la giovane atleta somala che, dopo aver corso alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, è annegata nel Mediterraneo nel 2012 nel tentativo di raggiungere l’Europa. Dopo una distribuzione nelle sale tradizionali faticosa e ridotta, la pellicola sta incontrando il pubblico italiano attraverso una rete alternativa di arene estive, rassegne comunali e presidi dell’associazionismo, toccando tappe in varie regioni.
Abbiamo incontrato la regista – con cui siamo rimasti in contatto fin dal 2013, quando fu ospite a Venezia del festival Incroci di civiltà – per un colloquio che tocca le scelte registiche dell’opera, l’utilizzo simbolico dei legami familiari, fino alle contraddizioni politiche e distributive che circondano oggi il cinema d’impegno civile tra Italia e Germania.
Sul set di Non dirmi che hai paura
Come è nato il progetto di questo film?
Sono stata contattata dai produttori italiani di Indigo Film. Cercavano una coproduzione con la Germania e si ricordavano del mio nome grazie al successo che Almanya aveva avuto anche in Italia. Mi hanno proposto il romanzo di Giuseppe Catozzella, che ancora non conoscevo. Io e mia sorella Nesrin ne siamo rimaste profondamente colpite e commosse. Abbiamo deciso subito di provare in tutti i modi a portare sullo schermo la storia di Samia.
Cosa ti ha colpita particolarmente della figura di Samia?
Il paradosso della sua storia: una ragazza giovanissima che partecipa ai Giochi Olimpici e, solo quattro anni dopo, muore annegata nel Mediterraneo come rifugiata. Trovo scioccante che sia accaduto proprio a un’atleta olimpica, una figura che nell’immaginario comune si pensa possa godere di tutele o canali di sostegno solidi. Nella sua storia emerge tutta la complessità burocratica e materiale della migrazione. Samia non sognava di fuggire in Europa, e il libro di Catozzella lo documenta bene. Dopo aver corso a Pechino senza velo, la situazione a Mogadiscio era diventata pericolosa. Il suo piano era trasferirsi temporaneamente ad Addis Abeba, in Etiopia, per continuare ad allenarsi in sicurezza. Ma non aveva i documenti. A Mogadiscio le istituzioni erano crollate e non c’era nessun ufficio in grado di rilasciarli. Dopo un anno di attesa e speranze vane in Etiopia, ha capito che non poteva tornare indietro e che l’unica opzione rimasta era la rotta verso l’Europa.
Sul set di Non dirmi che hai paura
Avete scelto di coinvolgere attori della minoranza somala. Come siete entrati in contatto con la comunità e come è stato lavorare con loro?
Con la produzione abbiamo stabilito da subito che gli interpreti dovessero essere somali. Siamo partiti da Torino, dove risiede una numerosa comunità. Attraverso un appello, siamo entrati in contatto con Suad Mohamed Osman, che aiuta i rifugiati e con le sue due figlie. Una di loro, Deka Mohamed Osman, all’epoca studentessa di cinema, è diventata la mia assistente alla regia per tutto il film. Avevo assoluto bisogno di una “metà somala” che mi aiutasse con la lingua e la cultura. L’altra figlia, Ilham, aveva l’età perfetta per interpretare Samia.
Il casting è stato un processo lunghissimo, durato anni, perché per entrare in queste comunità serve tempo, è necessario costruire un legame di fiducia. Oltre all’Italia e alla Germania, abbiamo cercato in Kenya – dove abbiamo girato la parte ambientata a Mogadiscio perché c’è un’industria cinematografica solida e una forte presenza somala – e persino negli Stati Uniti. La madre di Deka e Ilham, Suad, è stata fondamentale: avendo ancora parenti a Mogadiscio, ha viaggiato per noi e ha fatto da ponte con la famiglia reale di Samia. La comunità somala giustamente protegge i propri bambini e avere figure di fiducia come Suad ci ha permesso di far superare loro ogni timore.
Sul set di Non dirmi che hai paura
Si tratta di attori professionisti?
No, nessuno di loro lo era. L’attrice che interpreta Samia adulta era alla sua prima esperienza, ma ha lavorato benissimo. La stessa Kaltuma Mohamed Abdi, che interpreta Miriam, è una rifugiata, l’abbiamo incontrata a Roma, a una festa della comunità per il giorno dell’indipendenza somala.
Non è stato difficile lavorare con loro perché ho dato loro tutto il tempo necessario per prepararsi. Sia Ilham che Kaltuma, così come i bambini, hanno un talento naturale straordinario; li abbiamo selezionati tra centinaia di candidati. Per me la chiave è creare un ambiente in cui le persone si sentano libere di sperimentare.
Ricostruire Mogadiscio o il deserto presenta complessità enormi. Come avete gestito la logistica e le location?
Il merito va alla nostra straordinaria scenografa, Paola Bizzarri. Quando abbiamo capito che il Kenya offriva i luoghi adatti, Paola ha fatto una ricerca meticolosa. Mogadiscio è una città marittima molto peculiare e lei è riuscita a ricostruirne i dettagli. La casa della famiglia di Samia è stata costruita da zero, prima abbiamo individuato un albero con caratteristiche molto specifiche e poi Paola ha letteralmente edificato l’abitazione attorno a esso.
Il film si discosta in parte dal romanzo di Catozzella. Quali sono state le vostre scelte per l’adattamento?
Il romanzo è scritto in prima persona, ma volevo evitare che il film si trasformasse in un lungo monologo. Inoltre, l’infanzia di Samia e la delicatezza della sua famiglia, che Giuseppe racconta in modo molto efficace, erano per me il nucleo centrale. Volevo che lo spettatore avvertisse costantemente l’amore e la forza di quel nido familiare. Per questo abbiamo deciso che il viaggio verso l’Europa avrebbe fatto da cornice, ma la narrazione sarebbe andata continuamente indietro nel tempo, ai momenti felici dell’infanzia. Volevamo mostrare la normalità di una famiglia fatta anche di amici, ironia e tolleranza; una famiglia che cerca di fare il meglio in una situazione drammatica, non volevamo raccontarli come semplici vittime.
Sul set di Non dirmi che hai paura
In Almanya hai raccontato una migrazione inserita in un contesto di pace. Con Samia, invece, ci scontriamo con lo sfondo doloroso della guerra civile somala, dei conflitti tra clan e della repressione, oltre che della povertà. Come si è evoluto il tuo approccio alla regia di fronte a questa realtà?
Anche nella realtà c’è stato il momento in cui Samia si è tuffata in acqua. Un gesto di una forza enorme, l’affermazione di una donna giovanissima che fino alla fine ha vissuto con determinazione. Per me e mia sorella Nesrin era fondamentale mettere in rilievo questa vitalità. Non volevamo raccontare una vittima. Se è vero che tutti i personaggi subiscono un contesto geopolitico feroce, volevamo mostrare persone che lottano, che hanno fiducia in se stesse e non si arrendono al destino. Questo è il paradosso di ogni guerra civile: una parte della città è sotto assedio, ma l’altra continua a vivere.
Come si inserisce in questo quadro la figura del padre? È lui che incoraggia Samia fin dall’inizio.
Giuseppe Catozzella aveva intervistato a lungo la sorella di Samia, e il suo romanzo unisce fatti reali a elementi di finzione. Credo che il padre reale fosse un uomo che non si lasciava intimidire, fermamente convinto che nessuno potesse decidere al posto suo il futuro della sua famiglia. Nella sceneggiatura abbiamo mantenuto questa combinazione di realtà e finzione, abbiamo reso il padre il pilastro morale di Samia.
Sul set di Non dirmi che hai paura
Il romanzo metteva già in evidenza un forte valore simbolico legato alla fascia per capelli che il padre regala a Samia, non potendosi permettere le scarpe da corsa promesse. Come avete lavorato visivamente su questo talismano?
Era un elemento centrale già nel libro ed è qualcosa in cui chiunque può identificarsi. Tutti abbiamo ricevuto da un genitore o da un nonno un oggetto o una parola da cui trarre forza nei momenti bui. In condizioni di deprivazione assoluta, una fascia per la testa assume un significato immenso. Abbiamo studiato con attenzione la sua collocazione drammaturgica, e l’abbiamo usata in diversi momenti chiave per restituire visivamente il legame indistruttibile con le sue radici.
Al momento dell’uscita, la distribuzione nei cinema italiani è stata penalizzata. Ora il film si sta riscattando grazie al circuito delle arene estive e delle programmazioni comunali. Come vivi, da regista, questo paradosso dopo aver investito così tanti anni di lavoro?
Inizialmente è frustrante, ti chiedi se lo sforzo sia valso a qualcosa. Allo stesso tempo, mi riempie di gioia vedere che il film viene presentato in occasione di festival per ragazzi e nelle scuole. In Germania, politicamente abbiamo ricevuto pochissimo sostegno. Abbiamo ottenuto finanziamenti per la produzione, ma nessuna emittente televisiva ha voluto acquistare i diritti di trasmissione. Nessuno ammette che il problema sia un cast interamente composto da persone di colore, ma la componente politica è evidente. Se lo spettatore apre il cuore al destino di queste persone, diventa più difficile per la politica portare avanti la narrazione dominante secondo cui i migranti sono tutti criminali, pronti a sfruttare il welfare o a minacciare la nostra sicurezza. Questo film dimostra l’esatto contrario. Per questo sono grata per ogni singola proiezione. E devo ringraziare Rai Cinema, per l’importante finanziamento che ci ha dato. Con il clima politico attuale, in Italia come in Germania, dubito che oggi qualcuno stanzierebbe cifre simili per un progetto del genere. La politica si fa anche così: decidendo cosa non finanziare.
Si avvertono forti contraddizioni: da un lato il sostegno istituzionale iniziale della Rai, dall’altro le barriere attuali della distribuzione. Molto dipende dalle parabole politiche dei singoli Paesi. La Germania ha investito a lungo sull’integrazione, e ora la situazione appare radicalmente mutata.
Proprio per questo considero prezioso ogni singolo spettatore. Spero che questo film lasci qualcosa nei cuori e che impedisca alle persone di chiudersi. Credo fermamente che i confini geopolitici si sigillino solo dopo che si sono chiusi i cuori delle persone. Se riusciamo a mantenere i cuori aperti, allora qualcosa può ancora cambiare.
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