Si può essere pacifisti ad oltranza, accesi guerrafondai o qualcosa tra i due, ma nell’argomentare bisognerebbe sempre rispettare i dati che, come è noto, hanno la testa dura. E invece nel dibattito in corso intorno alla difesa europea, al futuro della Nato, alla minaccia della Russia, non il pubblico in generale ma gli esperti di politica estera, gli analisti militari, si lasciano andare a considerazioni retoriche, ripetitive, addirittura propagandistiche, senza nessun o con scarso riferimento ai dati che dovrebbero supportarle.
Vediamo allora. Sono decenni (dai tempi della presidenza Reagan) che gli Stati Uniti lamentano lo scarso impegno finanziario degli europei nella loro difesa non contribuendo sufficientemente alla Nato e appoggiandosi prevalentemente al sostegno americano. Negli anni Duemila perfino una persona posata come Barack Obama accusò i partner della Nato di essere degli “scrocconi”. Naturalmente con Donald Trump e il suo ministro della guerra Hegseth le accuse si sono fatte ancora più ruvide e insistenti: “dovete adeguarvi, spendere di più (il cinque per cento del PIL), non potete contare sempre su di noi, tanto più che quando a noi sareste serviti (la guerra di Iran) non ci avete voluto aiutare”.
Quindi parliamo di soldi e di contributi. Il bilancio centrale della Nato, che copre le spese del quartier generale di Bruxelles, le esercitazioni congiunte, i sistemi radar e di all’erta, è inferiore a sei miliardi di dollari. Il Consiglio della Nato ha fissato un criterio per dividere questa somma tra i paesi membri. Si parte dal rapporto tra il reddito nazionale lordo (RNL) di ogni paese e lo si divide per la somma di tutti gli altri. Ora, gli Stati Uniti hanno un RNL di circa trentamila miliardi di dollari, mentre tutti gli altri 31 paesi insieme arrivano a 25.000 miliardi. Su questa base il contributo americano al bilancio Nato dovrebbe essere di circa il 55 per cento. La percentuale reale però non viene applicata automaticamente, ma viene negoziata tra gli stati membri. Fino al 2019 gli Stati Uniti avevano ottenuto un contributo “scontato” del 22 per cento, che è stato ulteriormente ridotto al 16 per cento, la stessa somma della Germania che ha una popolazione quattro volte inferiore e un sesto dell’RNL americano. All’Italia è andata un po’ meglio: paga la metà degli Stati Uniti pur avendo un decimo del suo reddito nazionale e un sesto della popolazione.
Se il criterio di contribuzione deve corrispondere ad un minimo di equità con riferimento al reddito e alla popolazione di un paese, si può affermare che nel finanziamento diretto della Nato i principali “scrocconi” non sono gli europei ma gli Strati Uniti.
Ma naturalmente la spesa militare è ben altra cosa. Ci sono le basi e i soldati americani in Europa per difenderci e questo ha un costo. Le basi sono una trentina, i soldati circa 68.000 stazionati principalmente in Germania, Italia, Turchia, Regno Unito, Romania, Spagna. La spesa complessiva per questa presenza ammonta a circa 35 miliardi di dollari, una bella somma considerato che tutto il bilancio della difesa italiano è di circa 48 miliardi. Ma bisogna considerare, primo, che i 35 miliardi che gli Stati Uniti spendono in Europa costituiscono appena il 3,5 per cento della loro complessiva spesa militare (mille miliardi circa nel 2025), e che con questo tutto sommato modesto esborso ottengono l’uso gratuito (affitti e servizi sono pagati dagli stati ospitanti) di basi e porti che gli assicurano la proiezione politico-militare per eventuali contingenze belliche (come, da ultimo, nel caso dei famosi seicento voli “logistici” partiti da Sigonella per la guerra in Iran).
La seconda considerazione è che le basi americane in Europa costano più o meno quanto le altre decine di basi sparse nel mondo (Corea del Sud, Giappone, Filippine, Africa, Indopacifico) per un totale di una sessantina di miliardi di dollari. Ma non è tutto: ci sono le flotte oceaniche, ben sette, costituite da trecento navi, che anche in periodi di pace costano molto. Uno studio della Rand Corporation ha calcolato che la spesa militare (guerre escluse) americana all’estero ammonta tra i 200 e i 250 miliardi dollari. all’anno La complessiva spesa militare dei paesi Nato – Stati Uniti esclusi – nel 2025 è stata di circa 600 miliardi; quella degli Stati Uniti di mille miliardi, ma di questa somma appena 35 miliardi sono stati spesi nella difesa europea, contribuendo così per meno del sei per cento del totale.
Non si vede quindi come la eventuale perdita di questo pur rilevante contributo possa costituire un evento da fare trascorrere notti insonni ai leader europei. Tanto più che quei seicento miliardi (peraltro proiettati a crescere a 750 miliardi nel 2026) sembrano del tutto sufficienti, sul piano quantitative, a soddisfare i requisiti di una efficace difesa europea contro una possibile aggressione russa, se si considera che la spesa militare della Russia nel 2025, dopo tre anni di guerra, è stata di 170 miliardi dollari
Gli Stati Uniti spendono molto di più degli europei per la difesa, anzi più di qualsiasi altro paese al mondo. La spesa militare americana ha oscillato negli ultimi venti anni intorno al cinquanta per cento di quella mondiale ed è proiettata a raggiungere il sessanta per cento nel 2027 raggiungendo i 1500 miliardi dollari. È del tutto evidente tuttavia che tutti questi soldi non servono soltanto e neppure principalmente alla difesa degli Stati Uniti, bensì ad assicurare la presenza delle sue forze armate in ogni oceano e continente per dare seguito ad una delle tante guerre o operazioni militari che i diversi presidenti negli anni hanno ordinato. A partire dall’inizio del secolo, secondo uno studio del Cost of War Project della Brown University i numerosi conflitti iniziati dagli Stati Uniti, o in cui sono stati coinvolti, sono costati all’erario americano ottomila miliardi di dollari, naturalmente senza contare i morti, i feriti e le distruzioni.
Ma oltre alla quantità c’è la qualità, e non c’è alcun dubbio che gli Stati Uniti dispongano di tecnologie militari di avanguardia, oltre che di grande esperienza bellica (non propriamente difensiva). A fronte del potenziale bellico americano, europei e canadesi manifesterebbero attualmente varie carenze in alcuni settori significativi (e oggi determinanti): sistemi antimissilistici, cybersicurezza, sorveglianza satellitare, intelligence, robotica (droni). Uno studio del SIPRI di Stoccolma ha calcolato che queste lacune potrebbero essere colmate in pochi anni con una spesa aggiuntiva nell’ordine dello 0,3 per cento dello RNL dei principali paesi europei, o anche meno se tutti vi partecipassero. Un altro studio del Kiel Institute aveva già calcolato a inizio 2025 che per fronteggiare una eventuale minaccia russa sul fronte nordorientale basterebbe mobilitare subito una divisione corazzata con centomila uomini e nel giro di qualche settimana altri duecentomila. Non si tratta certo di obbiettivi irrealistici se solo si tiene conto che i paesi della Nato – Stati Uniti esclusi – hanno oltre due milioni di soldati in servizio effettivo (active duty)
In ogni caso, oltre a non sgomentarsi per la possibilità di perdere (in tutto o in parte) il contributo economico e militare americano, gli europei e i canadesi non dovrebbero magnificare troppo la prodezza bellica americana. Dovrebbero riflettere sul fatto che a partire dalla seconda guerra mondiale gli Stati Uniti, nonostante la loro superiorità tecnologica e vantata “intelligence”, hanno perso tutte le guerre principali che hanno iniziato dal Vietnam all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia e, ora sembra, all’Iran.
I clamorosi errori di intelligence (da ultimo nel non prevedere che gli iraniani avrebbero chiuso lo stretto di Hormuz) hanno portato a previsioni sbagliate e esiti fallimentari. Intanto, con la guerra di Ucraina, sono cambiati molti dei parametri – dominio navale e aereo – che garantivano il successo ad un paese di superiore tecnologia e potenza industriale. Come e con che mezzi saranno combattute le guerre del futuro nessun esperto militare è oggi in grado di dirlo con sicurezza. Ragione di più per assumere una postura rigorosamente difensiva senza dare troppo peso agli inviti e alle rampogne del “grande fratello” che di recente le ha perse tutte.
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