Tra tutti i giornalisti, non solo israeliani, che in questi decenni hanno raccontato la tragedia palestinese, Amira Hass, storica firma di Haaretz, è la più coraggiosa, capace. La più brava. Amira Hass, la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, con tanto da minacce di morte, da parte della destra messianica e dei coloni pogromisti.
Hass non si è mai lasciata intimorire. E continua a scrivere, raccontare, documentare sul campo la tragedia palestinese e la deriva disumanizzante di un pezzo d’Israele.
Sara Netanyahu fa ritoccare le sue foto, ma chi distorce la realtà in Israele è ben peggio. È il titolo del suo ultimo pezzo per il quotidiano progressista di Tel Aviv.
Annota Hass:
Sara Netanyahu si assicura che le sue foto vengano ritoccate, e per questo è bersaglio di una valanga di giustificate prese in giro da parte dello schieramento ‘Chiunque tranne Bibi’. Ma lei è una dilettante rispetto al ritocco professionale che quello stesso schieramento anti-Netanyahu opera sulla sua immagine, e ancor più sul ruolo, l’eredità e la responsabilità di quello schieramento per gli orrori perpetrati da Israele.
Di chi e di cosa si tratta, Amira Hass lo spiega con la forza della sua scrittura:
Questa volta parleremo dei soldati, uomini e donne, visibili, e solo di quelli presenti in Cisgiordania – non a Gaza e non dei piloti anonimi ai comandi dei caccia né dei soldati nelle basi dei servizi segreti militari e negli stabilimenti che sviluppano armi ancora più letali. Il loro anonimato, immune da qualsiasi critica, condanna e azione legale, è di per sé un lavoro di Photoshop.
I soldati che sono visibili sono anche gli emissari e i simboli di Israele. I loro compiti, i loro volti, le loro immagini e il loro linguaggio del corpo subiscono un miracoloso processo di rinnovamento, santificazione e assoluzione, dagli uliveti occupati e dai vicoli cittadini fino alle aule universitarie e ai talk show radiofonici e televisivi.
Nella foto ritoccata sono eroi e bambini. In realtà, urlano ordini e marciano con i volti mascherati fin nel cuore dei quartieri civili. Con i fucili puntati e le granate stordenti e di gas lacrimogeno legate intorno alla vita, mettono i giovani con le spalle al muro e li prendono a calci. Rubano denaro contante ai venditori di verdura che attraversano i posti di blocco con i loro furgoni.
Fanno irruzione nelle case nel cuore della notte, svegliando bambini spaventati, e arrestano cinquantenni nati sotto un’occupazione ostile e straniera. Scattano selfie ridicoli e poi si arrabbiano quando vengono definiti idioti.
Su ordine del coordinatore della sicurezza di qualche avamposto di coloni, cacciano i contadini palestinesi dai loro campi e dalle loro case. E su ordine dell’Amministrazione Civile israeliana, confiscano i serbatoi d’acqua ai pastori. Sfrecciano per le strade svuotate con la forza dei campi profughi di Tulkarm e, con i fucili puntati, inseguono le donne che speravano di recuperare qualcosa dalle loro case”.
Un’attività di repressione incessante e, è il caso di dirlo, a tutto campo. Un’attività pogromista che vede quello che un tempo veniva considerato, o narrato, come l’”esercito più etico al mondo” essere parte attiva di un’occupazione che si è fatta sistema (di apartheid). Una violenza legalizzata.
Racconta ancora Hass:
Supervisionano lo sradicamento di ulivi secolari e le demolizioni di case, e rallentano il ritmo dei controlli ai posti di blocco – proprio quando la gente si affretta a tornare a casa o al lavoro. Sono maleducati: Con i volti coperti dalle loro maschere dell’Aia (per sfuggire al processo per crimini di guerra) agitano le mani verso la cassiera del negozio come per scacciare una zanzara e minacciano una nonna con un bastone.
Sono eroi quando si tratta di adolescenti e bambini più piccoli che lanciano pietre da lontano, e li uccidono con i loro fucili. Armati dalla testa ai piedi, aprono il fuoco su un’auto con a bordo una famiglia e spiegano di aver sentito che le loro vite erano in pericolo.
Potreste dire: sono giovani, arance un po’ marce, non dimenticate il 7 ottobre, ci stanno proteggendo, non sapete quanti attacchi terroristici stanno sventando, stanno solo eseguendo gli ordini.
Tutto ciò serve a dare una nuova immagine a un esercito la cui missione suprema rimane quella di garantire l’appropriazione da parte di Israele di ciò che resta della patria palestinese e l’eliminazione di ogni possibilità di vita per i due popoli tra il mare e il fiume”
E l’opposizione che fa? Cosa dice? Con chi si schiera? Ma al fondo, esiste davvero oggi una seria, coraggiosa opposizione, in Israele?
La risposta di Amira Hass non induce all’ottimismo:
Il fronte ‘Chiunque tranne Bibi’ sceglie l’ignoranza. I suoi membri negano il ruolo dell’esercito e la propria parte nel plasmare la mentalità che ha formato i giovani che voteranno in massa per Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e il Likud di Benjamin Netanyahu. Obbediranno – all’inizio volentieri, finché non soffriranno di disturbo da stress post-traumatico – agli ordini di annientamento a Gaza e di distruzione in Libano.
Il campo anti-Netanyahu incarna ciò che il sociologo Baruch Kimmerling scrisse sulla rivista Theory and Criticism nel 1993. ‘Il militarismo è diventato una fonte di interessi acquisiti nel perpetuare il conflitto, trasformandolo in una parte integrante e abituale della società ebraica e radicandolo come un dato di fatto inalterabile’, scrisse nel suo articolo in lingua ebraica Il militarismo nella società israeliana.
Gli interessi immediati di questo schieramento, che in questa versione di Photoshop vengono definiti ‘sicurezza dello Stato’, includono una carriera garantita nel settore high-tech, un’indennità per chi completa il servizio militare, una startup in una zona industriale della Cisgiordania, una villa di lusso a Binyamin in Cisgiordania o in Galilea, una pensione a 45 anni e poi un lavoro come amministratore delegato.
Queste persone rifiutano Ben-Gvir ma non le segrete di tortura, fame e uccisioni del Servizio Penitenziario israeliano. Protestano contro la polizia che picchia i manifestanti della loro fazione, ma non vogliono sapere nulla dei soldati che sparano ai palestinesi che non hanno mai assaporato un solo giorno di libertà. Rifiutano Netanyahu e sospettano che le sue motivazioni siano solo personali, ma sostengono le sue guerre contro l’Iran e non dicono una parola sull’occupazione di ulteriori parti della Siria”.
L’opposizione è, in gran parte, questa. Una non opposizione. Persone e leader, annota Hass che “Sono impegnati a glorificare l’esercito, come se non sapessero che è uno strumento del ‘Piano Decisivo’ del ministro delle Finnaze Bezalel per annettere la Cisgiordania ed espellere i palestinesi, come se non ci fossero piani per portare a termine in Cisgiordania la cancellazione e la distruzione che l’esercito ha ‘realizzato’ a Gaza.
Nella lettera aperta del 1962 La mia prigione tremò: Lettera a mio nipote nel centesimo anniversario dell’emancipazione, lo scrittore James Baldwin, nato ad Harlem, preparò il suo nipote quindicenne al mondo delle ingiustizie creato dagli schiavisti – i bianchi negli Stati Uniti.
Baldwin insegnò a suo nipote a provare pietà per i bianchi – «quei innocenti che credono che la tua prigionia li abbia messi al sicuro». Ma non si limitò alla compassione e sottolineò che «non è ammissibile che anche gli autori della devastazione siano innocenti. È proprio l’innocenza a costituire il crimine». Innocenza nel senso di ignoranza per scelta”.
Così Hamira Hass. Questo innocenza criminale è parte del suicidio d’Israele.
Immagine di copertina: Sara Netanyahu in un graffiti a Tel Aviv
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