A un anno dal suo insediamento, Leone XIV è già nella Storia. I viaggi apostolici in Africa e in Spagna mostrano Father Bob perfettamente a suo agio nella veste talare bianca, un leader con una propria connotazione, non più definita per contrasto con il vulcanico predecessore sudamericano. E dire che la sua elezione aveva suscitato grande sorpresa, e non in senso positivo. Un americano? E non un americano effervescente come Tim Dolan, ma un tipo riflessivo, incline, si sarebbe detto, a sopire dopo le turbolenze creative di Francesco. Eppure non è stata affatto una sorpresa, se è stata, come racconta Massimo Franco in Papi, dollari e guerre, il punto di arrivo coerente di una lunga e complicata storia, americana e transatlantica.
Il filo narrativo che lo spiega meglio è quello del denaro. Nel libro è affrontato con il realismo che merita: il Vaticano, se è indebolito, quando si trova a eleggere il successore di Francesco, lo è anche per ragioni economiche. Il tema dei conti che non tornano è da tempo motivo di divisioni interne, ma anche ragione di riposizionamenti da parte del potere di Roma rispetto agli episcopati più importanti e meglio equipaggiati con i soldi, come quello statunitense. La perdita di centralità dell’Europa cattolica e dei suoi episcopati, quello italiano in particolare, procede con la crescita del ruolo dell’episcopato americano. E dei suoi dollari.
Gli Stati Uniti rappresentano oggi un interlocutore decisivo della Santa Sede, non solo come massima potenza politico-militare dell’Occidente: quarto paese cattolico al mondo dopo Brasile, Messico, Filippine, e prima singola denominazione religiosa del paese, al confronto di un protestantesimo frammentato. Da tempo, inoltre, i cattolici occupano posizioni di rilievo in politica, amministrazione e istituzioni giudiziarie con un’influenza che si dispiega sul piano simbolico e su quello decisionale. Ed elettoralmente il blocco cattolico – che in crescente misura è sovrapponibile alla componente demografica ispanica – è diventato un pezzo decisivo in ogni elezione. Da tempo l’elettorato cattolico si è progressivamente orientato verso il Partito repubblicano e, con quasi identiche percentuali, perfino verso una figura come Donald Trump, esponente di quel protestantesimo bianco e anglosassone fortemente anticattolico.
L’elezione di un papa americano era tuttavia rimasta nel novero delle ipotesi improbabili sia per il timore di sovrapporre il primato spirituale della Chiesa al primato geopolitico degli Stati Uniti, sia per evitare che il papato apparisse il riflesso religioso dell’egemonia americana. Eppure già nel precedente conclave questa soglia simbolica aveva cominciato a incrinarsi, con la possibile candidatura del cardinale cappuccino di Boston Sean Patrick O’Malley.
Certo, nel momento in cui la potenza economica di una singola Chiesa diventa chiave narrativa dominante, gli ultimi Conclavi possono sembrare guidati da logiche di un’assemblea di azionisti, nella quale prevale chi dispone delle risorse più cospicue: un aspetto reale e spesso rimosso della vita ecclesiale, ma che tende a lasciare in ombra altri fattori non meno decisivi di quest’epoca di forti trasformazioni anche per un corpaccione conservatore come la Chiesa cattolica: le correnti dottrinali, i conflitti ecclesiologici, il peso crescente delle Chiese africane e asiatiche, la ridefinizione del rapporto tra centro romano e periferie globali.
Ora che è successo, sembra normale che un americano guidi la Chiesa cattolica; ma che ciò avvenga nella più turbolenta epoca della politica statunitense, e mondiale, con al centro un protagonista come Donald Trump, ha i contorni della fantascienza. Due americani che hanno le chiavi del mondo: da una parte un’autorità che parla il linguaggio dell’universalismo e della mediazione; dall’altra un potere politico-personale che si esprime nei termini della forza e del suprematismo. Un confronto non nuovo, anzi a lungo animato, come racconta Franco, da incomprensioni reciproche, ma che oggi sembra raggiungere livelli di frizione che solo l’alta autostima di Leone e la sua conoscenza delle dinamiche americane sembrano riuscire a contenere.
Anche in questo lavoro, Franco intreccia fatti e analisi con il gusto del racconto. Così nello scorrere delle pagine appaiono ritratti ben costruiti, figure larger than life del cattolicesimo statunitense, come i cardinali newyorkesi Spellman e Dolan, e di luoghi come il Collegio americano al Gianicolo. Sono pagine che spalancano un mondo americano nel cuore di Roma.
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