Per un amante del cinema la prima del nuovo film di Nolan è una cosa imperdibile. L’Odissea, interamente girato con la tecnologia Imax, è infatti sicuramente il film del momento che ha scatenato una discussione accesa e subito politicizzata per alcune scelte, si pensi all’improvvida e significativa uscita di Elon Musk, campione della reazione oscura contemporanea. Ma sicuramente è un film di un regista, il britannico Christopher Nolan, che si sta da tempo affermando per le sue capacità e per la sua modalità di montare e mettere in veloce movimento le immagini, i fotogrammi, riuscendo a scrivere opere delle volte estreme e sfidanti per l’occhio della persona ordinaria, ma con il tempo sempre più in linea con la velocità dei film d’azione e la loro forma, e quello che conta nel caso in questione di perfetta fattura.
Da questo punto di vista l’ultimo Nolan, meno del precedente Oppenheimer, raggiunge un equilibrio che avvicina senza appiattite l’opera autoriale al kolossal mainstream più ordinario. Ma se la forma è più adeguata al contenuto, e lo sguardo di Nolan non raggiunge quello di alcuni grandissimi registi del passato – uno su tutti, il miglior Kubrick -, certamente Odissea al netto di alcune scelte forse rivedibili sui costumi (un Agamennone tra il Batman e il Darth Vader), oppure alcune rinunce della sceneggiatura, ad esempio per quanto riguarda Polifemo, si rivela essere un grande film, una bella interpretazione dell’Odissea, con una potenza estetica, una perizia poietica-tecnica e una proposta ermeneutica di tutto rispetto tale da farne un capolavoro.
La capacità registica, il montaggio, l’intreccio, l’equilibrio della costruzione sono veramente notevoli, ma lo è anche la proposta ermeneutica. Forse meno la performance attoriale, che comunque nel complesso, specie per Damon, è molto buona. Andiamo a considerare proprio la proposta ermeneutica: e qui è evidente quanto i nuovi oligarchi dell’IA possano essere urticati (tanto che la prossima loro mossa sarà cercare di prendere il controllo sul cinema – come potente arte politica). Nolan propone sotto forma della cosiddetta legge di Zeus una sorta di sintesi della moralità umana capace di stabilire pace e reciprocità, ma tale legge, a causa della bramosia di potere di Agamennone (il controllo delle rotte commerciali), va infranta (Ulisse ridefinisce la vera causa, al di là di quella apparente). E pertanto il percorso di ritorno di Ulisse è un viaggio quasi di espiazione, presa di consapevolezza – intuita già nella presa di Troia – di quanto fatto. Si tratta quindi di una nuova interpretazione dell’Odissea che si mantiene nel “tempo grande” come direbbe Bachtin ma che in questo tempo, dentro il codice epico omerico, dissolve la lettera dell’opera e molti aspetti ormai anacronistici culturalmente.
Non a caso si tratta di una versione molto disincantata, in cui più volte Ulisse si rivolge contro la superstizione e le contraddizioni della sua cultura e Atena, unica dea dell’Olimpo visibile, diventa quasi una sorta di coscienza critica presente accanto all’eroe o di sdoppiamento dell’eroe nella propria conversazione con sé stesso e le sue ferite e colpe.
Quello che non può sfuggire, come si diceva, è nel tempo grande dell’arte e dell’epica il tempo presente: è quindi emerge una rilettura critica delle virtù della Grecia arcaica o della nascente Grecia classica, si pensi a quanto ha rappresentato l’intelligenza di Ulisse nella cultura occidentale, ma anche dell’imperialismo del tempo passato e presente. Un Ulisse che alla fine insieme a Penelope se ne va in esilio, verso Occidente, le colonne d’Ercole, ricordando la fine del Signore degli Anelli. E giustamente questa reinterpretazione di Nolan non accetta la logica esclusiva della storia universale presente nell’Odissea e pertanto con scelte evidenti, ad esempio nella scelta del cast, fa capire che si tratta di una storia non di alcuni eletti o di un tempo passato, ma che ha un significato universale, inclusivo che parla a tutta l’umanità, a tutti i generi, e che manda all’umanità, in una bottiglia di ottima fattura, un messaggio autocritico di pace e fratellanza.
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