L’articolo che qui pubblichiamo entra nella discussione politica sul Pd e sul centrosinistra dopo il voto di fine maggio, avviata su queste pagine da Giulia Albanese (Anatomia di una sconfitta) a cui sono seguito interventi di Michele Vianello (La sconfitta rimossa) e di Maria Laura Faccini (Non ospiti, ma corresponsabili di un progetto comune)
Sono passate diverse settimane dal voto che ha sancito a Venezia la vittoria del Centro Destra.
La città lagunare era esplicitamente ritenuta “contendibile” da entrambi gli schieramenti e, in particolare, si era diffusa la sensazione di una possibile e probabile vittoria del Centro Sinistra, divenuto poi Campo Largo.
Il tutto era agevolato da alcuni fatti concreti, o pensati come tali:
i problemi giudiziari di un assessore arrestato e del sindaco inquisito;
il fatto che i sondaggi dessero il candidato del Centro Sinistra in chiaro e corposo vantaggio;
il trend nazionale dei risultati amministrativi, che segnava margini positivi per il cosiddetto Campo Largo;
i dati delle elezioni regionali per quanto riguardava il territorio comunale veneziano, ove la coalizione progressista aveva superato gli antagonisti, seppur di pochi voti;
il risultato straordinario del referendum, sia inteso per partecipazione che per vittoria del NO, che aveva permesso la speranza di un ritorno al voto dei giovani e di parte degli astensionisti;
l’alleanza addirittura “larghissima” raggiunta a Venezia, che andava dalle civiche di Centro all’estrema Sinistra;
l’effettivo e pubblico disagio di parti importanti della popolazione che, a Venezia, non sopportavano più l’overtourism e, a Mestre, vedevano una situazione pesante nella sicurezza e nella diffusione della droga;
il lavoro compiuto da anni da parte di alcune compagini di ricercatori ed intellettuali che, sotto sigle diverse – la più importante era la Fondazione Pellicani – avevano approfondito i vari temi di merito che riguardavano la città.
Invece si è perso, e si è perso male.
Da una parte il termine “male” vale proprio per tutte queste premesse; dall’altra per un elemento stroncante nella sua immediatezza: non si è arrivati nemmeno al ballottaggio.
È chiaro che bisogna trovare e dare ragioni, ma in questo quadro vi sono alcune note che vanno esplicitate perché sono verificabili e vere.
Faccio riferimento alle riflessioni di Gianluca Trabucco, che ha pubblicato sul suo sito una serie importante di dati:
rispetto alle precedenti elezioni comunali del 2020, che vedevano una maggiore partecipazione al voto (circa 15.000 votanti in più), il Centro Sinistra perde meno voti (circa 2.600) del Centro Destra (circa 10.000). Magra consolazione, che ancora di più sottolinea come le condizioni non fossero negative e la sconfitta divenga quindi più aspra;
il Partito Democratico sale nel 2026 a 26.444 votanti dai 22.962 del 2020. Questo a fronte di una stagnazione o di espliciti arretramenti delle altre forze della coalizione. Il dato appare interessante, ma in qualche modo spiegabile e forse scontato per via della presenza di riferimento del candidato sindaco, segretario regionale del Partito Democratico nel Veneto;
il Centro Sinistra dimostra, nelle varie elezioni, una stabilità di voto che, se appare significativa per chi temeva altro, nasconde però una esplicita e pesante incapacità espansiva;
il Centro Destra appare invece più capace di variare il proprio elettorato, in particolare nelle elezioni amministrative. Si comprime o aumenta a seconda delle occasioni, delle relazioni e degli obiettivi;
non credo poi vada sottovalutato un elemento interno alla dimensione del PD. Il maggior numero di preferenze porta come prima degli eletti in Consiglio Comunale una persona non iscritta al partito ma estremamente attiva nell’associazionismo di sinistra, e questo fa un po’ pensare alla dimensione che forse era ritrovabile in una diversa concezione delle “civiche” rispetto a quanto è accaduto.
Detto tutto ciò, è evidente che bisogna tentare di rispondere alla domanda, anzi alle domande che sempre di più si pongono. E cioè perché tutto ciò è accaduto e cosa si deve fare.
Intanto non si deve e non si può tacere. E nemmeno si deve addormentare il dibattito. Rischiamo di essere nel film Ricomincio da capo e di rivedere drammaticamente le stesse scene e gli stessi risultati. Non esiste un domani diverso se non si ragiona su ieri e oggi. Quindi si deve affrontare ciò che è accaduto con vigore.
Vi sono premesse? Sì, alcune:
i dirigenti del Pd Metropolitano, Comunale e Regionale hanno già rassegnato le loro dimissioni. In alcuni casi come conseguenza della sconfitta ed in altri per l’incrocio di tutto ciò con la fine mandato. Sia chiaro: quanto accade è dovuto e giusto. Ma, nello stesso tempo, non è sufficiente. Primo, perché mi interessa pochissimo la caccia al colpevole; secondo, perché il dato è così grave da non poter essere risolto in una o più figure.
In sostanza ritengo, come sottolineava su ytali Antonio Floridia, che i problemi dello “stallo” del Centro Sinistra siano più forti delle singole personalità. Siano cioè della “comunità” partito e del modo complessivo di operare.
E su questo credo che il dato veneziano vada esaminato bene, perché svela alcune problematiche tutt’altro che locali;
il Pd e la sinistra fanno inoltre fatica a dibattere, perché ciò significa mettere in discussione non solo l’esistenza e/o la qualità di un progetto per la città, quanto soprattutto la congruità della loro forma partito, della loro capacità di ascolto, dei numeri della loro presenza organizzata, delle relazioni con i mondi economici e produttivi.
Questa è una chiave di volta non più rinviabile. Il problema non è ricordare con nostalgia il partito di massa di memoria PCI. La questione è diversa, e cioè trovare una forma collettiva di lavoro credibile e ascoltabile nella società, guardando a come si è evoluta in questi anni e non immaginando come la vorremmo.
Oggi il Partito democratico è un partito sostanzialmente governato solo dagli “eletti” nelle istituzioni. Per questo non è in grado di cogliere tutte le espressioni che dalla società nascono, siano esse di carattere sindacale, antagonista o riformista. E ciò accade perché il sistema di relazioni, quando è delegato solo e oggettivamente alle rappresentanze elette nelle istituzioni, non può non incrociarsi con le prospettive di futuro, di opportunità e, al peggio, di carriera di ciascuno. Quindi il collettivo rischia di perdersi immediatamente nei rivoli della costruzione del consenso individuale. Il risultato, per il Partito democratico, è che si può arrivare, come prassi, a non scegliere, a non costruire, a non generare attrazione.
Detto questo arriviamo al dunque. Perché si è perso? La sensazione che ho è chiara: di fronte a un governo stabilizzato da 11 anni e che aveva in ogni caso costruito una sua trama di relazioni, di interessi e di coinvolgimenti, non siamo stati in grado di produrre un progetto alternativo coerente, credibile, concreto e comprensibile.
In particolare:
abbiamo sottovalutato l’impatto delle attività della giunta a Mestre e Marghera, avendo una visione limitata degli accordi sociali e di potere contratti in così tanto tempo;
abbiamo sopravvalutato la nostra capacità di essere credibili nei temi che la maggioranza di Centro Destra aveva come critici. Penso principalmente alle vicende della sicurezza. Erano i temi in cui la sinistra era ritenuta assente e soprattutto non degna di fiducia;
in alcuni casi abbiamo prestato il fianco a un giudizio di indeterminatezza delle proposte, o per il merito o per i finanziamenti necessari. Penso alle vicende del Porto, ritenute proposte vaghe se non illusorie, e alle stesse idee sull’overtourism, non accompagnate da un ragionamento sul rilancio delle attività “diverse” dal turismo stesso;
non abbiamo in realtà valutato fino in fondo le conseguenze di ciò che sta avvenendo a Venezia, e cioè gli atteggiamenti diversificati della popolazione sui vari temi. Scelte diverse dovute a interessi e modi di vivere che possono divenire perfino in radicale contraddizione. In questo ciò accade riaprendo il tema di una separazione tra Venezia e Mestre, frutto dell’esasperazione ma anche di una realtà governata male;
siamo poi stati troppo generosi nel non ricordare in maniera precisa e puntuale gli errori e le mancanze di questi 11 anni di governo del Centro Destra. Ma forse ciò è l’immagine di un partito che ha vissuto l’opposizione in termini fondamentalmente istituzionali e non incardinando i temi nella carne della società civile, delle categorie economiche, dei sindacati e delle associazioni.
Tocco solo quasi alla fine la vicenda migranti, perché non credo che possa essere ritenuta unica o fondamentale ragione. Ma qualcosa va detto. Non si getta il sasso e poi si nasconde la mano. Abbiamo raggiunto una situazione assurda, e cioè di essere l’interlocutore destinato di mille rabbie che avrebbero dovuto invece cadere su chi governava ed è stato silente sia al Governo che in Regione e in Comune. Sottovalutazione nostra? Certo. Ma non solo.
C’è un immaginario collettivo diffuso che, pur riconoscendo l’incapacità della destra veneziana, ha ritenuto la sinistra più lassista e permissiva. E quindi meglio l’usato sicuro. E noi abbiamo fatto due errori. Da una parte la sottovalutazione del disagio sociale, che invece è lampante e non si può descrivere solo come razzismo. E dall’altra non sostenere la scelta fatta di inclusione con gli alleati che avremmo potuto avere, per esempio, nel mondo cattolico così vasto e diffuso.
Tutto ciò ci ha portato a essere sconfitti per una scelta giusta e, per di più, manipolati e violentati in un web sempre più agone di battaglie volgari e forse costruite ad arte.
Vi è infine un diverso approccio al voto delle due coalizioni. Il Campo Largo poggia il suo modo di essere soprattutto su tre elementi: la forza della politica, il candidato espressione appunto della politica e la sensazione che il cambiamento sia in atto e quindi basti coltivarlo perché evidente. Ecco allora, ad esempio, il perché della presenza anche ripetuta dei segretari nazionali dei partiti e la mancanza di una civica non solo territoriale. Ma la forza della “politica” c’è solo a sinistra, nel Pd in particolare ed in AVS. Non c’è nel Centro, diviso tra componenti che si rincorrono e che ormai rischiano di non essere credibili nonostante la loro necessità oggettiva.
Tutt’altro avviene nel Centro Destra, ove il Centro appare chiaramente riscontrabile proprio nella “civica” del candidato sindaco. E ciò è confermato dalle presenze nazionali. Niente leader politici, ma spazio allo sviluppo del consolidamento delle relazioni amministrative ed associative che chi ha governato da 11 anni ben conosce.
Il Centro Sinistra lavora prevalentemente con incontri pubblici, confronti e presenze. Il Centro Destra con operazioni molto più mirate, legate ai portatori di interessi e di realtà generali o particolari.
Questi temi sono già il senso di un progetto per il futuro. Segnano i limiti da superare, ma danno un insegnamento profondo.
Le due cose che non possono mancare al Partito democratico sono una struttura che ascolti e dica, che recepisca e risponda, che interpreti e racconti. E, dall’altra, un progetto sulla e per la città, perché mai come oggi Venezia è stata in bilico tra l’essere un insieme di comunità e il divenire solo “luogo” privo di prospettive di futuro.
Per questo, di fronte a cinque anni di governo, non possiamo sottrarci a ragionare davvero.
Immagini: opere di Lucio Fontana
L’articolo Non basta sommare. La lezione di Venezia proviene da ytali..