L’articolo che segue entra nella discussione politica sul centrosinistra dopo il voto di fine maggio, avviata su queste pagine da Giulia Albanese (Anatomia di una sconfitta) a cui è seguito un intervento di Michele Vianello (La sconfitta rimossa).
Ho letto con interesse la riflessione pubblicata sulla recente sconfitta elettorale. È un contributo serio, che affronta temi importanti: la comunicazione, il programma, il rapporto con il mondo produttivo, la formazione della classe dirigente. È un’analisi utile perché prova a guardare oltre il risultato elettorale.
Da indipendente che ha scelto di candidarsi nella lista del Partito democratico, vorrei però aggiungere una riflessione che, a mio avviso, riguarda il futuro dell’intera coalizione. L’articolo è, comprensibilmente, scritto dal punto di vista del Pd. Il soggetto dell’analisi è il Partito democratico: è il Pd che deve aprirsi, ascoltare di più, costruire una nuova classe dirigente, coinvolgere la società civile. Gli indipendenti vengono richiamati come una risorsa importante della campagna elettorale, così come il mondo economico e professionale. Ma proprio qui, credo, emerge un limite che merita di essere discusso. Se l’apertura agli indipendenti e alla società civile viene pensata come un allargamento del Pd, il rischio è che essa rimanga un’esperienza legata alla stagione elettorale. Gli indipendenti vengono coinvolti per rafforzare una proposta già costruita, non per contribuire fin dall’inizio alla sua definizione.
Eppure, oggi la sfida è diversa. I partiti restano indispensabili. Sono il luogo della rappresentanza democratica, dell’organizzazione e della selezione della classe dirigente. Ma non sono più autosufficienti. La complessità delle città, la ricchezza delle competenze diffuse, il pluralismo delle culture politiche e civiche richiedono un modello nuovo. Una coalizione non dovrebbe essere un partito che apre le proprie porte ad altri. Dovrebbe essere una comunità politica plurale nella quale partiti, liste civiche, indipendenti, associazioni, professioni, università, imprese e corpi intermedi costruiscono insieme una visione della città.
La differenza non è soltanto organizzativa. È culturale. Gli indipendenti non dovrebbero essere chiamati qualche mese prima delle elezioni per ampliare il consenso o rappresentare pezzi della società civile. Dovrebbero partecipare stabilmente alla costruzione del progetto politico, del programma, delle priorità amministrative e della futura classe dirigente. La candidatura degli “indipendenti” è nata proprio dalla convinzione che fosse possibile costruire una coalizione più ampia, capace di parlare anche a quell’elettorato riformista, moderato e civico che spesso non si riconosce nelle appartenenze tradizionali ma continua a cercare competenza, equilibrio e capacità di governo. Questa prospettiva, tuttavia, non può essere affidata soltanto alle candidature. Deve diventare un metodo di lavoro permanente.
Lo stesso vale per il rapporto con il mondo produttivo. L’articolo coglie giustamente la difficoltà del centrosinistra nel parlare all’economia della città, al porto, a Porto Marghera, alle imprese e ai lavoratori. Ma la questione non è soltanto comunicativa. È politica. Chi investe, chi produce e chi crea lavoro vuole comprendere quale idea di sviluppo viene proposta. Venezia ha bisogno di una strategia che tenga insieme turismo, manifattura, logistica, innovazione, ricerca, sostenibilità ambientale e qualità della vita. Non basta indicare obiettivi condivisibili: occorre costruire una visione credibile e coinvolgere, fin dall’inizio, chi quella trasformazione dovrà realizzarla.
Anche il tema dell’ascolto merita una riflessione. L’ascolto non può essere una pratica confinata alla campagna elettorale. Deve diventare il modo ordinario con cui una coalizione costruisce consenso, elabora le proprie proposte e forma persone che in futuro possano amministrare bene una città. Solo così il rapporto con la società civile cessa di essere episodico e diventa strutturale.
Per questo credo che la riflessione sulla sconfitta debba compiere un ulteriore passo. Non basta chiedersi come il Pd possa aprirsi di più. Occorre domandarsi come costruire una coalizione nella quale nessuno sia semplicemente ospite di qualcun altro, ma tutti siano corresponsabili di un progetto comune. È questo, probabilmente, il passaggio necessario se si vuole che il centrosinistra torni a essere percepito come una proposta credibile di governo: non una somma di appartenenze, ma una comunità politica plurale, capace di unire culture diverse attorno a una visione condivisa del futuro di Venezia.
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