A Venezia il dibattito sul turismo non riguarda più se i visitatori siano troppi. La questione è ormai un’altra: come governare una pressione che da anni ha superato la soglia della sostenibilità.
L’overtourism non è uno slogan, ma una condizione quotidiana che rende sempre più difficile la vita dei residenti, consuma gli spazi pubblici, modifica il tessuto economico della città e finisce per peggiorare anche l’esperienza di chi Venezia la visita.
Oggi nel centro storico vivono meno di 48.000 residenti, mentre nelle giornate ordinarie sono presenti, secondo alcune stime, circa 170.000 persone tra abitanti, lavoratori, studenti e visitatori. Chi vive stabilmente in città rappresenta ormai una minoranza rispetto a chi la attraversa ogni giorno. È questo squilibrio a definire la vera natura del problema.
Su questa diagnosi esiste ormai un consenso molto ampio. Molto più discutibili appaiono, invece, le politiche adottate per affrontarla.
L’ultima proposta consiste nell’innalzare fino a cinquanta euro il contributo d’accesso per alcune categorie di visitatori giornalieri. Una misura che suscita inevitabilmente alcune domande.
Se l’obiettivo è realmente quello di ridurre i flussi turistici, l’esperienza maturata negli ultimi anni induce allo scetticismo. Il ticket sperimentato finora non ha modificato in maniera significativa i comportamenti dei turisti “mordi e fuggi”. Nei giorni di applicazione le calli, il Ponte di Rialto e Piazza San Marco hanno continuato a registrare livelli di affollamento elevatissimi. Chi decide di visitare Venezia difficilmente rinuncia per il costo del contributo: tende piuttosto a considerarlo una voce aggiuntiva del viaggio.
È quindi difficile sottrarsi all’impressione che il principale effetto della misura sia quello di reperire nuove entrate per un Comune che da anni deve fare i conti con una situazione finanziaria complessa e con il progressivo ridimensionamento dei finanziamenti garantiti dalla Legge Speciale per Venezia.
Non c’è nulla di illegittimo nel cercare nuove risorse. È comprensibile. Ben diverso è presentare una misura prevalentemente fiscale come se costituisse una strategia risolutiva di governo dei flussi turistici.
La questione diventa ancora più problematica se si osserva un altro aspetto della politica cittadina.
Negli ultimi anni l’amministrazione Brugnaro ha costruito il proprio discorso pubblico sulla necessità di contenere l’overtourism, proponendo prima i tornelli e poi il ticket d’accesso. Oggi la nuova amministrazione guidata dal sindaco Venturini sembra proseguire lungo la stessa impostazione, limitandosi a ipotizzare un aumento molto consistente del contributo.
Cambiano gli amministratori, ma la logica rimane sostanzialmente invariata. Da una parte si sostiene che Venezia abbia ormai raggiunto un livello di congestione non più sostenibile; dall’altra si continua a programmare, sostenere e promuovere iniziative destinate ad attirare migliaia di visitatori nel cuore della città.
La domanda è semplice: se Venezia è davvero troppo piena, perché continuare a riempirla?
Quale logica giustifica il ciclo di grandi concerti organizzati in Piazza San Marco tra la fine di giugno e l’inizio di luglio? Quale utilità produce concentrare nel centro storico manifestazioni come la Maratona o la Su e Zo per i Ponti? Quale problema si pensa di risolvere aggiungendo nuovi richiami turistici a una città che soffre già di un carico turistico eccessivo?
Venezia non è una destinazione che abbia bisogno di essere promossa. È probabilmente una delle città più conosciute e desiderate del pianeta. Milioni di persone la scelgono ogni anno indipendentemente dall’organizzazione di concerti, eventi sportivi o spettacoli. Ogni nuova manifestazione capace di richiamare pubblico aumenta inevitabilmente la pressione su una città che fatica già a sostenere quella ordinaria.
Occorre inoltre distinguere tra eventi che appartengono all’identità della città ed eventi concepiti principalmente come strumenti di attrazione.
La Festa del Redentore, la Regata Storica e la Vogalonga non sono iniziative inventate per fare numeri. Sono manifestazioni nate dalla comunità veneziana, espressione della sua storia, della sua cultura e del suo rapporto con la laguna. La loro forza deriva proprio dalla loro autenticità.
Diversa è la natura di concerti, grandi eventi sportivi o spettacoli pensati per attrarre pubblico su larga scala, eventi che potrebbero svolgersi in qualsiasi altro contesto urbano. Se il loro obiettivo principale è richiamare grandi numeri, la terraferma offre spazi più ampi, collegamenti migliori, costi organizzativi inferiori e un impatto molto più contenuto sulla vita quotidiana dei residenti.
Esiste poi un’altra forma di turismo che sembra essere stata quasi rimossa dal dibattito pubblico.
Negli ultimi anni Venezia è diventata il teatro di comportamenti sempre più incompatibili con una città abitata. Gli addii al celibato e al nubilato trasformano calli e campi in scenografie per esibizioni spesso chiassosamente volgari; i tour organizzati dei bacari si trasformano frequentemente in percorsi di consumo alcolico che degenerano in schiamazzi e comportamenti molesti.
Emblematica è una scena alla quale mi è capitato di assistere personalmente. Durante un corteo d’addio al nubilato, una ragazza mostrava con orgoglio un enorme pene gonfiabile applicato sulla fronte, a mo’ di unicorno. Quando qualcuno le ha fatto osservare, con tono non moralistico, che Venezia è ancora una città nella quale vivono migliaia di persone, la risposta è stata lapidaria: «Ho pagato il ticket. Posso fare quello che voglio».
In quella frase si coglie forse uno degli effetti culturali più problematici della politica adottata negli ultimi anni. Se il contributo d’accesso viene percepito come il prezzo di un biglietto, il rischio è che diventi anche una legittimazione implicita di qualsiasi comportamento. Si paga per entrare e, di conseguenza, si ritiene di poter consumare la città come un qualsiasi prodotto turistico.
Ma Venezia non è un parco tematico. È una città viva, fragile e abitata.
Questa contraddizione emerge anche nell’ultimo pronunciamento dell’UNESCO. Riunito a Parigi il 3 luglio scorso, il Comitato del Patrimonio Mondiale ha deciso di non inserire Venezia nella lista dei siti in pericolo, ritenendo che il contributo d’accesso, il MOSE e le misure sulla gestione della navigabilità dei canali costituiscano elementi utili a evitare, almeno per ora, tale inserimento.
La lettura del documento ufficiale restituisce tuttavia un quadro più articolato. Lo stesso Comitato riconosce che l’efficacia del ticket non è ancora stata dimostrata nella riduzione dei flussi turistici e chiede la realizzazione di uno studio sulla capacità di carico della città, oltre all’adozione di ulteriori misure per conciliare turismo e qualità della vita dei residenti.
In altre parole, viene riconosciuto che lo strumento sul quale l’amministrazione comunale ha costruito gran parte della propria narrazione non ha ancora prodotto risultati verificabili. Eppure ogni valutazione sostanziale viene rinviata al 2027.
Qui emerge un’ulteriore contraddizione. Si riconosce che manca il dato fondamentale sul quale dovrebbe poggiare qualsiasi politica di gestione dei flussi, ma si continua comunque ad assumere decisioni che incidono sulla città senza conoscere quale sia la soglia oltre la quale la pressione turistica diventa insostenibile.
Se l’amministrazione non intende promuovere questo studio, e se l’UNESCO continuerà a limitarsi a raccomandarlo senza pretenderne l’attuazione, potrebbe essere l’opposizione a colmare questo vuoto. Un gruppo di lavoro indipendente, incaricato di calcolare la capacità di carico turistica del centro storico e di renderla pubblica, consentirebbe finalmente di riportare il dibattito sul terreno dei dati anziché degli annunci.
Ma questo calcolo non rappresenterebbe il punto di arrivo del dibattito: ne costituirebbe il vero punto di partenza. Venezia, per la sua stessa conformazione fisica, dispone infatti di uno spazio limitato. È, in un certo senso, come un recipiente: può contenere solo un determinato volume, oltre il quale ogni ulteriore pressione produce effetti negativi sulla città, sul suo patrimonio e sulla qualità della vita di chi la abita.
Stabilire quale sia quel limite significa dotarsi finalmente di un parametro oggettivo sul quale costruire ogni successiva scelta di governo. Senza questo dato, ogni politica di contenimento rischia di ridursi a un esercizio di stile: si può fissare il ticket a cinquanta a cento o a duecentoeuro, ma se non si sa quanti visitatori Venezia possa realmente sostenere, ogni soglia rimane arbitraria e ogni scelta difficilmente valutabile.
Una volta individuata questa soglia, il problema diventerebbe inevitabilmente quello di rispettarla. Gli strumenti potrebbero essere diversi, ma uno dei più semplici potrebbe consistere nell’estendere la prenotazione obbligatoria anche al turismo giornaliero. I visitatori che pernottano prenotano già oggi il proprio soggiorno; non vi è dunque nulla di eccezionale nell’immaginare che anche gli escursionisti prenotino l’accesso alla città. In questo modo la capacità di carico cesserebbe di essere un dato puramente teorico e diventerebbe un parametro concretamente applicabile. La prenotazione non impedirebbe di visitare Venezia, ma consentirebbe semplicemente di distribuire gli accessi entro limiti compatibili con la capacità della città.
Naturalmente un sistema simile solleva questioni che vanno affrontate, non aggirate. Residenti, pendolari, lavoratori e studenti dovrebbero continuare a muoversi liberamente, attraverso un canale di accesso distinto da quello riservato agli escursionisti — una distinzione che il sistema del contributo d’accesso conosce già, sia pure in forma acerba. Resterebbe da stabilire cosa fare nei giorni in cui la domanda superasse la soglia: se accettare un margine di tolleranza, se dirottare i flussi verso fasce orarie meno congestionate, o se semplicemente rifiutare nuovi ingressi una volta raggiunto il limite, come già accade per l’accesso ad alcuni siti museali o naturalistici particolarmente fragili. Non è un problema tecnico insormontabile: città e luoghi d’arte altrove nel mondo, penso a Machu Picchu o, in forma più flessibile, alle Cinque Terre nei periodi di massima affluenza, applicano da anni sistemi di prenotazione con tetti giornalieri. Manca, semmai, la volontà politica di riconoscere che Venezia meriterebbe lo stesso trattamento riservato a un sito che si considera a rischio di collasso.
Per questo il problema non può essere affrontato semplicemente aumentando il costo del ticket. Serve una politica coerente.
Non si può sostenere contemporaneamente che Venezia è congestionata e continuare a programmare eventi destinati ad aumentare la congestione. Non si può affermare che il turismo giornaliero rappresenta il principale problema della città e, nello stesso tempo, moltiplicare le occasioni che lo alimentano. Non si può dichiarare di voler difendere la qualità della vita dei residenti e tollerare forme di intrattenimento che trasformano la città in un gigantesco luna park.
Se il principale risultato del ticket è quello di reperire risorse finanziarie, sarebbe opportuno dirlo con chiarezza. È una scelta politicamente discutibile, ma almeno trasparente.
Se invece l’obiettivo è davvero restituire vivibilità a Venezia, occorre avere il coraggio di rinunciare a tutto ciò che aumenta inutilmente la pressione sul centro storico, distinguendo ciò che appartiene all’identità della città da ciò che ne utilizza semplicemente il prestigio come richiamo commerciale.
Venezia non ha bisogno di diventare più attrattiva. Lo è già, forse più di qualsiasi altra città al mondo.
Ha bisogno, piuttosto, di tornare a essere una città nella quale sia possibile vivere. E una città si governa con politiche coerenti, dati verificabili e obiettivi misurabili, non con messaggi che finiscono per contraddirsi a vicenda.
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