A cinquantacinque anni da The Concert for Bangladesh, l’evento voluto da George Harrison e Ravi Shankar resta un passaggio decisivo nella storia della musica popolare del Novecento. Non fu solo un concerto straordinario, andato in scena il 1 agosto 1971 al Madison Square Garden di New York, ma uno dei primi casi in cui la musica internazionale venne impiegata in modo esplicito come strumento di mobilitazione umanitaria.
A cinquantacinque anni da The Concert for Bangladesh, il grande evento voluto da George Harrison e Ravi Shankar continua a occupare un posto unico nella storia della musica contemporanea. Non fu soltanto un concerto straordinario andato in scena il 1 agosto 1971 al Madison Square Garden di New York, ma una vera svolta culturale: uno dei primi momenti in cui la musica popolare internazionale divenne in modo esplicito strumento di mobilitazione umanitaria, richiamando l’attenzione del mondo su una tragedia fino ad allora percepita come lontana.
Il concerto nacque in un contesto di crisi estrema. Nel 1971 il Pakistan orientale, destinato a diventare il Bangladesh, era travolto dalla guerra di liberazione, dalle violenze dell’esercito pakistano, da vasti spostamenti di popolazione e dagli effetti ancora recenti del ciclone di Bhola del 1970. Milioni di profughi si riversarono in India in condizioni segnate da fame, epidemie e distruzione. Fu Ravi Shankar, colpito direttamente dalla sorte del suo popolo e dei suoi familiari, a richiamare l’attenzione di George Harrison. Harrison ne fu profondamente toccato e decise di intervenire.
L’idea iniziale era relativamente contenuta: un concerto benefico che avrebbe dovuto raccogliere circa 25.000 dollari. In poco tempo, pero, il progetto assunse una dimensione molto piu ampia e divenne un evento di rilievo internazionale, capace di riunire star del rock occidentale e grandi musicisti della tradizione classica indiana. Accanto a Harrison e Shankar entrarono nel progetto Ringo Starr, Eric Clapton, Leon Russell, Billy Preston, Klaus Voormann, Jim Keltner e i Badfinger. La presenza piu incerta, ma anche piu simbolicamente rilevante, fu quella di Bob Dylan, la cui partecipazione venne definita solo all’ultimo.
La preparazione fu rapida e complessa. Harrison uso la propria rete di contatti e il peso della Apple Corps per coinvolgere musicisti di primo piano in tempi stretti. Nello stesso periodo incise anche il singolo Bangla Desh, pensato per sostenere ulteriormente la causa, mentre Ravi Shankar lavoro a una pubblicazione parallela con finalita analoghe. Quando il concerto fu annunciato, la risposta del pubblico fu immediata: i biglietti si esaurirono cosi velocemente da rendere necessaria una seconda esibizione nello stesso giorno.
Le prove si svolsero a New York in modo irregolare, con presenze discontinue e varie difficolta logistiche. A complicare ulteriormente il quadro contribuirono le condizioni di Eric Clapton, allora alle prese con una grave dipendenza da eroina, e le esitazioni continue di Dylan, che fino all’ultimo non sciolse i propri dubbi. Anche John Lennon, inizialmente favorevole, rinuncio poco prima dell’evento, mentre Paul McCartney rifiuto di partecipare anche per effetto delle tensioni legate allo scioglimento dei Beatles.
Il 1 agosto 1971 si tennero quindi due spettacoli, uno pomeridiano e uno serale, davanti a circa 40.000 spettatori complessivi. Lo scopo era raccogliere fondi, ma anche portare la crisi bengalese all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. La prima parte del programma fu affidata a Ravi Shankar, Ali Akbar Khan, Alla Rakha e Kamala Chakravarty, che eseguirono un set di musica classica indiana. La scelta aveva un significato preciso: il concerto non voleva limitarsi a un grande evento rock, ma tenere in primo piano anche la cultura e la voce di chi era direttamente legato al Bangladesh.
Dopo l’intervallo, Harrison sali sul palco con una formazione di eccezione. La parte occidentale del concerto si apri con Wah-Wah, prosegui con Something e Awaiting on You All e alterno esecuzioni corali a interventi solistici di forte impatto. Billy Preston ottenne una risposta molto calorosa con That’s the Way God Planned It, mentre Ringo Starr fu accolto con entusiasmo in It Don’t Come Easy. Tra i momenti piu ricordati ci fu While My Guitar Gently Weeps, con Harrison ed Eric Clapton insieme alla chitarra, e Here Comes the Sun, proposta in una versione piu raccolta.
Il punto di maggiore rilievo simbolico fu l’ingresso di Bob Dylan, accolto con sorpresa ed entusiasmo. La sua mini-scaletta comprendeva brani ormai canonici come A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Blowin’ in the Wind, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, Just Like a Woman e, in una delle due versioni del set, Mr. Tambourine Man. Il finale riporto Harrison al centro della scena con My Sweet Lord, Something e soprattutto Bangla Desh, il brano che esprimeva in forma diretta la ragione stessa dell’iniziativa.
L’importanza del concerto fu subito evidente sul piano artistico e culturale. Venne percepito come il primo grande benefit della storia del pop e del rock in questa forma e scala. Non fu soltanto una serata eccezionale, ma un modello destinato a lasciare un’eredità precisa. Eventi successivi come Live Aid, Farm Aid e Live 8 sono stati spesso letti anche alla luce del precedente creato da Harrison e Shankar.
Il suo impatto non dipese solo dalle somme raccolte, ma dalla capacita di rendere visibile una crisi che, per buona parte del pubblico occidentale, restava periferica. Attraverso la musica e la forza attrattiva di artisti molto noti, il Bangladesh entro improvvisamente nel campo di attenzione di milioni di persone. In questo senso il concerto ridefini anche il ruolo pubblico dell’artista. George Harrison emerse come una figura capace di usare la propria notorieta non come forma di prestigio personale, ma come leva di intervento civile.
Sul piano economico, i due concerti raccolsero inizialmente 243.418,50 dollari, poi consegnati all’UNICEF. In seguito il live album e il film collegati all’evento produssero introiti molto piu elevati. Gia entro il dicembre 1971 si registrarono prevendite per milioni di dollari legate al disco. Tuttavia emerse presto un problema rilevante: l’iniziativa non era stata registrata in anticipo con il corretto status fiscale di evento benefico e, di conseguenza, una parte consistente del denaro rimase bloccata per anni in conti vincolati dall’amministrazione fiscale statunitense. La vicenda genero polemiche, accuse e sospetti, in particolare nei confronti del manager Allen Klein, criticato per la gestione amministrativa dell’operazione.
Nonostante queste difficolta, con il passare del tempo i proventi complessivi aumentarono in modo significativo. Entro il 1985 circa 12 milioni di dollari erano stati inviati al Bangladesh e, successivamente, le entrate continuarono a sostenere il George Harrison Fund for UNICEF. Negli anni Novanta lo stesso Harrison osservo che la cifra complessiva prodotta dal progetto era ormai diventata molto piu ampia di quella inizialmente immaginata.
Anche l’accoglienza critica fu in larga parte positiva. La stampa sottolineo la portata eccezionale della presenza, sullo stesso palco, di Bob Dylan e di due ex Beatles, oltre che di musicisti di primo piano provenienti da ambiti differenti. Vennero riconosciuti insieme il valore musicale e quello etico dell’iniziativa. Per molti osservatori il concerto rappresento anche una ripresa di alcuni tratti centrali dell’immaginario degli anni Sessanta: idealismo, solidarieta, fiducia nella possibilita che la musica avesse un’incidenza concreta sul mondo reale.
Negli anni successivi The Concert for Bangladesh e rimasto un riferimento costante nel discorso pubblico sulla relazione tra celebrita, musica e impegno umanitario. E stato ricordato, citato, omaggiato e anche parodiato, ma soprattutto e rimasto un precedente obbligato ogni volta che si e discusso del concerto come strumento di solidarieta internazionale.
Nel complesso, l’evento appare fondativo sotto tre aspetti distinti ma intrecciati. Fu un fatto umanitario, perche porto attenzione e risorse a una tragedia allora poco compresa in Occidente. Fu un fatto musicale, perche riuni artisti di primissimo piano in una serata considerata storica. Fu infine un fatto culturale e politico, perche contribui a definire un nuovo modo di intendere il concerto come spazio di responsabilita pubblica. Al centro di tutto rimane la figura di George Harrison, sollecitato da Ravi Shankar e capace di trasformare un gesto di vicinanza personale in una mobilitazione internazionale. Il concerto non risolse la crisi del Bangladesh, ma contribui in modo decisivo a farla conoscere su scala globale e a fissare un precedente duraturo per l’attivismo benefico nella musica.
Questa vicenda conserva oggi un significato ulteriore anche nel contesto italiano. Il suo valore non riguarda soltanto la memoria di un grande evento musicale o la genealogia dei concerti-benefit, ma anche il modo in cui societa come quella italiana sono attraversate da comunita diasporiche, memorie globali e identita plurali. La presenza bangladese e ormai parte stabile del tessuto sociale, urbano e lavorativo di molte citta italiane, da Roma a Milano, da Venezia a Palermo, oltre che in numerosi centri medi e quartieri metropolitani.
Parlare del Bangladesh, oggi, non significa quindi evocare soltanto una pagina della storia asiatica o una lontana emergenza umanitaria. Significa parlare anche di una realta vicina, radicata e quotidiana, visibile nelle scuole, nel commercio, nei servizi e nelle seconde generazioni. Da questo punto di vista, ricordare The Concert for Bangladesh non ha solo un valore commemorativo. Serve anche a leggere il presente: allora si trattava di rendere visibile la sofferenza di un popolo; oggi, in Italia, si tratta anche di riconoscere pienamente le persone che quella storia la portano con se, nelle famiglie, nella lingua, nella memoria e nel lavoro.
La dimensione civile del concerto – la sua capacita di connettere arte, responsabilita e attenzione internazionale – conserva dunque una sua attualita. In un Paese in cui il Bangladesh non e piu soltanto un nome lontano ma anche una presenza sociale concreta, quella lezione resta leggibile in termini semplici: la cultura puo produrre consapevolezza e la memoria puo diventare uno strumento di cittadinanza.
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