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Una scelta importante. Una scelta di unità. Per far fronte a quelle che molti analisti politici a Tel Aviv considerano, a ragione, le più drammatiche elezioni nella storia dello Stato d’Israele.
È la scelta compiuta da tre partiti a maggioranza araba, che mercoledì scorso hanno annunciato che si presenteranno insieme con una lista comune alle prossime elezioni della Knesset, fissate per il 27 ottobre.
L’ex deputato Yousef Jabareen, leader del partito comunista misto arabo-ebraico Hadash, sarà il capolista della lista. Seguirà Ahmad Tibi, leader del partito nazionalista arabo laico Ta’al. Sami Abu Shehadeh, leader del partito nazionalista palestinese laico Balad, occuperà il terzo posto.
Un recente sondaggio commissionato dal quotidiano Haaretz assegna alla Joint List dieci seggi, quinta forza parlamentare.
Ahmad Tibi, è una delle figure storiche della comunità araba israeliana. Tibi è stato anche consigliere personale di Yasser Arafat. ytali lo ha intervistato.
Cosa vi ha spinto a questa scelta unitaria. Uno stato di necessità?
Non si tratta di questo. La nostra non è stata una scelta elettoralistica; essa nasce dalla consapevolezza condivisa che siamo ad un passaggio cruciale nella vita d’Israele. Il rischio del riaffermarsi di una destra fascista, razzista è reale. E la comunità araba (1,2milioni di persone, oltre il venti per cento della popolazione dello Stato d’Israele, ndr), sarebbe la prima a pagarne il prezzo.
Chi è per Lei Itamar Ben-Gvir?
Un ministro fascista di un governo fascista. Di certo, non è l’unico.
Subito dopo l’ignobile trattamento riservato agli attivisti della Flotilla, con a corredo quei video ripugnanti postati da Ben-Gvir, a fronte della reazione internazionale, Netanyahu si è affrettato a dire, obtorto collo, che Ben-Gvir non è rappresentativo di Israele, salvo confermarlo al suo posto, ampliandone addirittura il potere d’intervento in Cisgiordania. Ora, Ben-Gvir non sarebbe rappresentativo di Israele. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich non lo è. Il ministro May Golan non lo è. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi non lo è. I coloni violenti non lo sono. I “giovani delle colline” non lo sono. Quindi, se loro non sono rappresentativi di questo paese, chi lo è?
La verità è semplice e anche molto più spaventosa…
E quale sarebbe questa verità?
Sono rappresentativi di questo governo. Smotrich e i suoi valori orribili, insieme alle sue opinioni di supremazia etnica, rappresentano attualmente una parte centrale del governo israeliano. E nemmeno Ben-Gvir è un’aberrazione del sistema. Piuttosto, ne è un prodotto naturale. Il kahanismo ha da tempo preso il sopravvento sul governo, sulla Knesset, sul dibattito nazionale e su una parte considerevole dei media, come possiamo constatare attraverso la politica, il linguaggio, la pratica e la legislazione.
La verità è che dal 7 ottobre 2023 la maggior parte degli israeliani ha espresso vari gradi di kahanismo. Qualcosa di profondo nella coscienza pubblica è cambiato. Paura, vendetta, senso di vittimismo e rabbia sono diventati terreno fertile per molti nel normalizzare il razzismo, la disumanizzazione, la supremazia ebraica e la violenza politica. Tuttavia, nel momento in cui si tratta di far sì che la società israeliana si guardi allo specchio, c’è un immediato rifiuto. “Quelli non siamo noi”, dicono le persone d’istinto. “Quelli sono gli estremisti. Non sono rappresentativi.”
Ma lo specchio non mente. Comportamenti che un tempo erano considerati inaccettabili e pericolosi sono diventati la norma. Cose che un tempo i manifestanti sussurravano ai margini di una manifestazione razzista, ora vengono dette attorno al tavolo del gabinetto e nei media mainstream. Riflettendo sulle opere di Hannah Arendt, sembra che il problema non sia l’esistenza di persone malvagie, ma piuttosto il fatto che la gente comune dia il male per scontato. Ed è questo il vero pericolo che Israele sta affrontando oggi: non solo l’esistenza degli estremisti, ma il fatto che l’estremismo abbia smesso di essere scioccante. Ogni epoca ha il suo fascismo», avvertiva Primo Levi. Oggi, il fascismo israeliano non si esprime attraverso persone in camicia nera, ma attraverso la legislazione, negli studi televisivi, nei post sui social media dei ministri del governo e attraverso l’umiliazione pubblica di esseri umani.
Come ha reagito l’opposizione a questa deriva estremista?
La reazione dell’opposizione israeliana non fa che rivelare la profondità del problema. Naftali Bennett ha risposto alle azioni e alle dichiarazioni orribili di Ben-Gvir proponendo l’istituzione di un’agenzia di diplomazia pubblica “forte ed efficace”. Davvero? È questo il problema? La diplomazia pubblica (hasbara in ebraico) ? Il mondo non è scioccato perché non sono riusciti a spiegare meglio quelle scene. Il mondo è scioccato perché capisce fin troppo bene ciò che vede.
Non ci si può aspettare di sradicare il razzismo attraverso campagne di pubbliche relazioni. Quando i politici israeliani parlano ripetutamente di hasbara, in realtà stanno dicendo che il problema non sono gli atti in sé, ma piuttosto il modo in cui il mondo li percepisce. Questo atteggiamento dimostra la gravità del malessere.
Sebbene questo fenomeno sia una piaga diffusa, c’è una persona al vertice. Il primo ministro Benjamin Netanyahu rappresenta Israele più di chiunque altro. Non è una vittima di questi sviluppi, ma piuttosto il loro artefice. È l’uomo che ha legittimato il kahanismo, ripulendolo, portandolo nel gabinetto e trasformandolo nel centro politico del potere in Israele. Agli occhi di gran parte del mondo, Netanyahu è identificato con una politica senza precedenti di annientamento e distruzione, punizione collettiva e sfollamento della popolazione civile.
A proposito di immagini inquietanti che hanno fatto il giro del mondo. C’è quella del palestinese marchiato da soldati israeliani con un numero, 44, sulla testa.
Qualcosa di scioccante e rivoltante: soldati e ufficiali scrivono i numeri di identificazione sulla fronte dei palestinesi a Qabatiya prima di interrogarli. Ecco come si manifesta la disumanizzazione: cancellare la persona e trasformarla in un numero. Un’immagine che ricorda periodi bui e che dovrebbe sconvolgere tutti.
Israele va al voto mentre i palestinesi continuano a soffrire e a morire in Cisgiordania e a Gaza. La destra israeliana, e non solo, continua a definire la guerra di Gaza come un atto di difesa dopo il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Cosa c’è di “difensivo” nell’uccidere oltre 20mila bambini? Qui non c’è moralità, solo oppressione istituzionalizzata. La poetessa Denise Levertov scrive dell’uccisione ripetuta di bambini, i cui nomi sono dimenticati e il cui sesso è indistinguibile tra le ceneri, che si levano tra le fiamme senza però scomparire.
Anche la negazione è una forma di complicità, così come lo è reprimere la verità, ignorarla o rimanere in silenzio. Chi ha visto la foto di un bambino palestinese affamato e si è affrettato a negarla, sostenendo che fosse malato già prima o che facesse parte di una campagna, è anch’egli pienamente complice del crimine. La reazione istintiva e umana di negazione e di fuga dall’assunzione di responsabilità o di colpa per questo terribile atto testimonia una società che ha abbandonato ogni limite morale. Chiunque non riesca a vederlo, chiunque non sia disposto a confrontarsi con la realtà, non è un alleato negli sforzi per porre fine a questo orrore.
Non meno grave è il doppio standard che viene applicato. Chiunque abbia definito l’uccisione di centinaia di civili in Israele un «olocausto», equiparando così tutti i palestinesi ai nazisti, deve spiegare perché rimane scioccato dall’uso di questi termini nel descrivere ciò che sta accadendo a Gaza da due anni: uccisioni e omicidi su larga scala, fame e espulsione, pulizia etnica, sradicamento e sterminio.
Se l’uso di questi termini è consentito quando si parla degli altri ma vietato quando si descrivono le azioni di Israele, ciò equivale a ipocrisia morale e manipolazione emotiva volte a legittimare l’orrore.
Il diritto internazionale è chiaro: non si possono colpire i civili né punire un’intera popolazione; non si possono distruggere deliberatamente infrastrutture civili né espellere le persone con la forza. La fame non può essere utilizzata come mezzo di guerra. Tutto questo viene fatto quotidianamente sotto gli occhi del mondo, su ordine del governo israeliano e con il sostegno dell’opinione pubblica ebraico-israeliana, sia attraverso il silenzio che con eccessivo entusiasmo.
Inoltre, l’ex capo di stato maggiore delle Idf Herzl Halevi ha ammesso che l’esercito ha colpito circa 200.000 palestinesi a Gaza, la maggior parte dei quali civili. Una simile dichiarazione non è una testimonianza di «moralità». È una prova evidente di una politica volta a danneggiare deliberatamente e gravemente una popolazione civile.
In Israele esiste una minoranza coraggiosa, composta da attivisti, cittadini, giornalisti, artisti, operatori sanitari e accademici che si oppongono a tutto ciò, rifiutandosi di farsi trascinare dalla corrente. Firmano petizioni e manifestano per le strade, a volte pagando un pesante prezzo personale. Ma sono solo pochi, e vengono messi a tacere. La stragrande maggioranza sta collaborando e sostenendo ciò che sta accadendo a Gaza. La storia ricorderà questa minoranza e il silenzio della maggioranza.
La storia non perdonerà. Ricorderà che la società ebraico-israeliana, nonostante i suoi traumi storici, o forse proprio a causa di essi, si è mobilitata in massa e ha chiuso un occhio mentre un intero popolo veniva sterminato. La storia ricorderà la distruzione, la rovina, la pulizia etnica e l’uccisione di bambini. Un giorno metterà uno specchio davanti alle persone che gridavano «l’esercito più morale del mondo» mentre distruggevano Gaza.
Come scrisse Hannah Arendt, «la triste verità è che la maggior parte del male è compiuta da persone che non si decidono mai se essere buone o cattive; il male deriva dall’incapacità di pensare… la banalità del male». Questo è il nocciolo della questione. È il silenzio della maggioranza, il momento in cui le persone si abituano al male e smettono di pensare, di opporsi o di rifiutarsi di farne parte.
Immagine di copertina: Ahmad Tibi, leader di Ta’al, partito nazionalista arabo moderato, tra Yousef Jabareen, leader di Hadash, coalizione di sinistra arabo-ebraica, e Sami Abu Shehadeh, leader di Balad: formazione nazionalista palestinese laica.
L’articolo “Determinati a esserci, uniti. E saremo determinanti” proviene da ytali..