Pantha rei è espressione che risale alla Grecia classica e a Eraclito di Efeso (535-475 a.C. circa), con la quale s’intende affermare che l’essere è processo in divenire e non approdo, traguardo o stazione, perché tutto scorre e cambia. Questo è anche il cuore della ricerca poetica di Fabrizio Plessi, l’impermanenza, moto vitale a cui il maestro assoggetta anche gli elementi che possono essere solo nel loro scorrere e divenire. Flusso è anche quello dell’elettronica in video, regno luminoso di una composizione cangiante di quelle minute unità di luce colorata che sono i pixel di schermi che non schermano e anzi svelano. Fabrizio Plessi era artista radicale, lo dimostra il lavoro fatto sugli elementi, da lui liquefatti con esiti alchemici che lo portano infine a maneggiare l’oro, che non è in sostanza materia o colore, ma fantastico miracolo di pura luce che si fa tangibile. Quella di Fabrizio Plessi è arte sacra, gli schermi sono come l’inquadratura delle icone: finestre aperte sull’aldilà con vedute parziali che mostrano il soggetto tutto.
Diceva che la liquidità gli era venuta dalla città in cui aveva scelto di abitare e di cui si è imbevuto: Venezia, città che gli è entrata dentro e poi ha preso a sgorgare fuori arte fatta. Forse però Fabrizio da Reggio l’acqua se la portava dentro e, complice l’esperienza della città d’acqua, si è solo liberata una inconscia radice di antica memoria padana, atavica e ancestrale. La piccola città lagunare tutto deve alle correnti d’acque di mari e monti, esattamente come la grande pianura del Po. Nel Pliocene le terre emerse d’Italia erano poche e al posto della pianura padana c’era mare, poi questa si è formata grazie a due potenti forze opposte. In basso è venuta quella di terra, endogena, spinta tellurica dei continenti che hanno sollevato il terreno. Dall’alto ha agito la forza d’acqua che scorre in superficie, con fiumi e torrenti che solcano le montagne e confluiscono a valle dove depositano sedimenti di pietra sciolta da pioggia e vento. Questi due fattori combinati insieme hanno fatto sì che il caldo mare tropicale che occupava il Golfo Pliocenico Padano, è stato sostituito da una verdeggiante pianura solcata da fiumi che vanno al mare. È la storia dell’eterna danza di terra e acque. L’acqua corrente di Plessi richiama dinamiche primordiali come queste, acqua di torrente impetuoso che trascina via ogni cosa, acqua riflessa in specchio d’acqua lagunare, acqua di mare con correnti su cui galleggiamo come barche, isole, zattere.
Man mano che si alleggerisce l’acqua accelera la sua corsa scavando il letto del fiume che si allunga verso un mare dove forse teme di scomparire, come nella poesia di Khalil Gibran Il fiume e l’oceano. In realtà in mare l’acqua smette di scorrere in un’unica direzione e si muove con le correnti in più direzioni, come accorpamento intrecciato di corsi d’acqua.
E il fuoco? Quello è innato, arde e ti scorre dentro tuo malgrado, è un attributo impegnativo del creativo e di chi ha carattere carsico o vulcanico, pronto a irrompere con improvviso impeto d’irrefrenabile passione. Come nel vulcano può farsi fontane di lava stromboliane o flusso di pastosa roccia che scorre in colata lavica. Ricordo una scena che vidi durante l’eruzione sull’Etna del 1991, quando un giornalista versò in terra una bacinella d’acqua mostrando la nuvola di vapore che si levava e chiedendo a una vecchia signora del posto lì vicino se avesse paura del fuoco, lei non interruppe il suo cammino e rispondendo distrattamente disse “iu u focu l’aiu ‘nta l’ossa”. Ecco, credo che anche Fabrizio come questa signora, fosse del fuoco un portatore sano.
Per Eraclito è il fuoco più ancora dell’acqua a esprimere il concetto di pantha rei. La fiamma ardente sembra non mutare eppure transforma lo stato di materia da solido a gassoso con la combustione. È improbabile che Eraclito conoscesse il Rgveda, ma sembra esserci un filo a legare il suo pensiero sul fuoco e la folgore alle valenze accordate al dio Agni, conferma questa che il campo del sapere è quel luogo speciale che non conosce confini di tempo o di spazio, tutto vi sta e vi cresce e si trasforma come la conoscenza, che man mano che aumenta nell’uomo saggio studiante si fa crescente consapevolezza della propria ignoranza, coscienza del tanto che c’è sempre da sapere e quindi di quanto poco egli sappia. Al sapiente non resta che procedere ad_agio e farsi caminante e navigante, come Fabrizio Plessi, che progettava di continuo, inarrestabile, gettava in avanti, fino all’ultimo con il pennarello, con indomato spirito del ricercatore che fa del processo un progetto e del progetto un processo.
Bicio (questo il suo soprannome, anch’esso flusso di parola in evoluzione: Fabrizio-Brizio-Bicio) ha forse preso più confidenza col fuoco anche dalla frequentazione delle Eolie, isole che ha contribuito a trasformare in un avamposto di cultura internazionale. L’arcipelago eoliano ha in Stromboli il suo faro di fuoco, un punto di riferimento perenne per i naviganti. Le Eolie ci portano al tema dell’isola luogo del cuore per il maestro e qui è Venezia a far da maestro, isola non isolata che vive nella dimensione sociale dell’arcipelago, dove Fabrizio si trovava ad-agio perché era un uomo di sani principi sociali. Arcipelago eoliano, arcipelago veneziano e poi quello delle isole Baleari che sono comunità autonoma di Spagna dove prese casa nella finca sa pedra, la tenuta della pietra. Arcipelago ed espressione di socialità sono anche i pixel che stanno insieme sullo schermo a dar vita a figure che sono una efficace rappresentazione del tempo, che ha una dimensione unitaria come il fiume della cui identità è depositaria l’acqua, a formare rive e smuovere fondali, acqua che è stata mare e nuvola e pioggia e neve e ruscello e altro fiume. “Non ci si può bagnare due volte nella stessa acqua” affermava Eraclito, eppure parliamo di quel dato fiume chiamandolo per nome. Il fiume è figura statica a distanza ma quando ti avvicini si fa acqua in moto perpetuo sempre diversa, tangibile e sfuggente come il tempo presente: non fai in tempo a pensarlo che è già andato oltre, è passato mentre sopraggiunge un futuro a farsi presente. In questo tempo di mezzo stava Fabrizio Plessi che diceva: “cammino da sempre con un piede calcato nel futuro e l’altro nel solco della coscienza storica del passato”. È un tempo instabile, d’impermanenza e scorrimento. È come l’acqua che sfugge via tra le dita se proviamo a prenderla in mano. C’è però poi l’eterno presente, quello in cui l’istante si fa tempo sospeso che si estende a dismisura, è questo il tempo della grande arte che resta presente e attuale, e tale è l’opera di Fabrizio Plessi.
Ho conosciuto l’opera di Plessi, in Sicilia, stando in un suo interno dove ho cercato e trovato l’esterno. Anni dopo a Venezia, ho poi cercato e trovato lui dentro allo studio, e da quel momento non ho più smesso di incontrarlo all’esterno, incrociato in calle o in teatro o ad eventi a cui partecipava sempre con interesse, curiosità e spirito critico-analitico, un aspetto che ci accomuna e per questo ci regalava occasioni di scambio. Erano i primi anni Novanta e andai a più riprese a Castel di Tusa dove Antonio Presti, visionario mecenate di stampo umanistico, stava realizzando due grandi opere di opere. Una era la fiumara d’arte, che guarda caso è il solco scavato nei monti dallo scorrimento dell’acqua dei torrenti. L’altra è l’albergo Atelier sul mare dove ogni stanza era opera d’artista e si aveva quindi modo di abitare l’arte, letteralmente, di indossarla come un abito che si fa seconda pelle. Nel 1996 indossai la “stanza del mare negato”, opera-installazione creata quell’anno da Fabrizio Plessi che in me sta insieme al Monumento per un poeta morto (noto anche come La finestra sul mare) di Tano Festa a Tusa, che è tra le opere della fiumara d’arte quella che si lega all’opera di Fabrizio Plessi, dove il tema è l’inquadratura di mare. Le opere di Fabrizio sono difficilmente rappresentabili con la fotografia perché sono – come l’architettura – esperienza di spazio e tempo grazie al dinamismo dell’opera che si riverbera nell’osservatore.
L’esperienza artistica inizia con una grande chiave di ferro che apre la prima di una serie di porte disposte lungo le pareti. Molte porte sono chiuse e ricoperte da vecchi legni o mosaici di porte locali, bloccando la vista del mare e creando un senso di attesa e mistero. Sei schermi posizionati in alto su una parete formano una linea d’orizzonte virtuale, trasmettendo il movimento continuo di onde che si infrangono. Solo dopo una ricerca metaforica, una porta specifica si apre svelando il panorama reale del mare vero. Al centro della stanza si trova un letto a forma di zattera montato su ruote, che simboleggia il viaggio e la transizione. (Fondazione Antonio Presti)
Non c’era gravità, ma grazia e leggerezza in lui. Mentre ti accarezzava scivolandoti addosso ti entrava dentro ad arte. Non presenza non è assenza, per quanto pesi forte la mancanza, è la ragione per cui rendiamo grazie al maestro, che ci dà modo di continuare a bagnarci nella tua arte.
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