Nella sede veneziana di Emergency, tra mostre, laboratori e collaborazioni con scuole e università, il lavoro culturale e formativo s’intreccia con i temi dei diritti, delle migrazioni e del rifiuto della guerra. Mara Rumiz racconta un percorso costruito nel tempo insieme allo IUAV, al Liceo Artistico Marco Polo e ad altre realtà del territorio, con l’obiettivo di coinvolgerli in esperienze concrete, capaci di lasciare un segno.
La mostra Un passo alla volta, realizzata in collaborazione con lo IUAV, e i progetti con il Liceo Artistico Marco Polo raccontano un lavoro molto intenso. Da dove nasce tutto questo?
Si tratta di tre mostre distinte. Quella realizzata con lo IUAV costituisce l’esito finale di un corso curricolare, giunto alla terza edizione e tenuto dal professor Luciano Perondi. Negli anni precedenti gli studenti avevano lavorato su altri temi; quest’anno, il focus era la segnaletica e l’orientamento nelle situazioni di emergenza, in particolare all’interno delle strutture sanitarie di Emergency.
Dopo una prima fase di lezioni, gli studenti del corso di laurea magistrale in Design della comunicazione si trasferiscono nella nostra sede. Quest’anno, da marzo a fine giugno, ogni lunedì erano qui. Hanno studiato i report e i libri di Emergency, approfondito il nostro lavoro e poi iniziato a progettare. Al termine hanno sostenuto l’esame e allestito la mostra, prima negli spazi universitari di San Basilio / Marittima e poi qui da noi.
La collaborazione con lo IUAV è una delle nostre esperienze più significative. Coinvolge una sessantina di studenti che spesso, all’inizio, conoscono poco o nulla di Emergency. Alla fine del percorso comprendono molto meglio il nostro lavoro e producono risultati di grande qualità. Dopo la fase di studio si dividono in gruppi: ciascuno sceglie un ospedale di Emergency o la nave di soccorso, progettano strumenti utili per le emergenze, dalla guerra ai terremoti, oppure sistemi sanitari rapidi da attivare in contesti critici. Quest’anno sono nati quindici lavori, esposti nella nostra sede fino al 27 ottobre.
E il lavoro con il Liceo Artistico Marco Polo?
Anche in questo caso si tratta di due mostre. Abbiamo lavorato con due classi, la terza F, indirizzo arti figurative, e la quarta B, indirizzo grafica, con il professor Mattia Serra come docente di riferimento. È stato un percorso particolarmente efficace, ha messo in relazione fotografie provenienti da diversi conflitti con la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Entrambi i progetti sono nati dalla visita alla mostra I diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi, realizzata da Monica Dengo, artista calligrafa che ha trascritto a mano libera gli articoli della Dichiarazione. Accanto a lei c’era Massimo Pesce, che ha lavorato con caratteri tipografici mobili in legno, componendo frasi di Gino Strada e altri testi legati al tema dei diritti. Dopo la visita, gli studenti hanno partecipato a workshop con gli artisti e hanno sviluppato una loro interpretazione del tema.
La mostra Sulla nostra pelle, realizzata dai ragazzi della terza F e della quarta B, è partita da fotografie dei loro momenti felici. Mi ha colpito che quasi tutti abbiano scelto ricordi d’infanzia. Da lì è stato chiesto loro di immaginare quegli stessi momenti trasportati in un contesto di guerra. Ne sono nate opere in cui le immagini personali si intrecciano con scene di distruzione e conflitto. È un lavoro di forte impatto.
L’altro progetto, costruito sullo stesso percorso, ha portato gli studenti a reinterpretare i diritti in modo personale. Ne emerge il tema dell’uguaglianza, ma anche il fatto che troppo spesso i diritti vengono negati e che l’uguaglianza resti un principio incompiuto.
La collaborazione con i giovani sembra centrale nel vostro lavoro. Perché?
Per chi si occupa, come noi, di diritti e di rifiuto della guerra, il lavoro con i giovani è una priorità. Vediamo ragazzi che spesso non partecipano, non votano, non prendono parte ai processi politici nelle forme a cui eravamo abituati. Proprio per questo bisogna trovare strumenti e linguaggi capaci di coinvolgerli davvero.
I ragazzi rispondono con grande serietà quando vengono coinvolti in percorsi concreti e possono vedere il risultato del proprio lavoro. Sono molto più disponibili a mettersi in gioco così che non in attività frontali o puramente formali. Durante il Covid, per esempio, quando non potevamo organizzare le consuete attività pubbliche, abbiamo collaborato con la Protezione civile e molti giovani si sono attivati per portare la spesa a casa delle persone. Lo stesso era accaduto durante l’acqua alta, quando molti si erano mobilitati per aiutare nelle case e salvare libri e materiali. Bisogna renderli partecipi e protagonisti, e la scuola è il luogo naturale per farlo.
Nel lavoro sul territorio veneziano ci sono criticità specifiche?
Sì: noi siamo alla Giudecca e per raggiungerci bisogna prendere il vaporetto. Riceviamo molte richieste da scuole del territorio regionale, anche da province come Treviso e Belluno, ma il costo del trasporto rappresenta un ostacolo. Esistono riduzioni per i gruppi scolastici, ma restano comunque cifre importanti, soprattutto se si aggiungono i costi del treno o del pullman.
Credo che almeno per le scuole del territorio regionale si potrebbero immaginare convenzioni più accessibili. Sarebbe un aiuto non solo per noi, ma anche per altre realtà culturali e formative della città. L’altro tema è la comunicazione: a Venezia non è sempre facile far emergere iniziative come le nostre nello spazio dell’informazione locale.
Da chi parte di solito l’iniziativa di coinvolgere Emergency nelle scuole?
Per lo più dagli insegnanti. A volte nascono anche incontri casuali o relazioni che si consolidano nel tempo.
Vi rivolgete anche ai bambini della scuola primaria. Come si racconta la guerra a quell’età?
Non esistono modelli da replicare automaticamente. Ogni progetto va costruito conoscendo prima il contesto. Quando sono arrivati i bambini della scuola Cesare Battisti di Mestre sono rimasta colpita dal fatto che in classe quasi non ci fossero italiani. C’erano bambini bangla, moldavi, ucraini, etiopi e di altre provenienze. Ho chiesto agli insegnanti come gestissero una realtà così complessa e mi hanno risposto che quella composizione è ormai normale.
I bambini che parlavano un italiano perfetto, erano motivati, curiosi, entusiasti. Hanno fatto lavori molto belli. In momenti come questi ci si chiede come sia possibile continuare a parlare di sbarramenti e respingimenti invece di rafforzare i percorsi linguistici. Una bambina mi raccontava che non può andare a scuola quando deve accompagnare i genitori negli uffici. Sarebbe invece importante far intervenire dei mediatori linguistici. Lavorando con i bambini si capisce quanto sia necessario smettere di leggere le migrazioni come una continua emergenza e iniziare invece a investire nella cooperazione, nello scambio, nella conoscenza reciproca.
Finché continuiamo a parlare dei migranti come di un blocco indistinto, non si costruisce alcuna comprensione reale del fenomeno. Quando invece si dà un nome a una persona e se ne conosce la storia, tutto cambia radicalmente.
Quali iniziative riescono davvero a incidere sui ragazzi?
Quelle in cui non si limitano ad ascoltare, ma diventano parte attiva del processo. I workshop, i progetti costruiti insieme, il collegamento tra formazione e diritti, tra lavoro creativo e responsabilità civile, funzionano molto bene. Non si tratta solo di trasmettere contenuti, ma di offrire un metodo.
Con gli studenti dello IUAV abbiamo realizzato collegamenti con i nostri operatori in Afghanistan e in Uganda. Hanno ascoltato direttamente da loro qual è il contesto in cui lavorano, quali sono i problemi reali, quali difficoltà si incontrano. Questo è fondamentale, perché il senso del progetto sulla segnaletica non stava soltanto nell’ideare elaborati efficaci, ma nell’imparare che non esistono soluzioni da esportare automaticamente. Prima di progettare bisogna conoscere il contesto locale: capire chi vive in un territorio, quali lingue si parlano, quali abitudini esistono, quale livello di alfabetizzazione c’è. In alcuni Paesi, per esempio, la segnaletica deve puntare molto più su icone e immagini che non sulle parole.
Uno dei gruppi che ha lavorato sulla Sierra Leone ha scelto di usare come riferimento le piante, perché la conoscenza del mondo vegetale è un elemento comune e condiviso. Un altro gruppo, che ha lavorato sull’Afghanistan, è partito dal motivo dei tappeti. Un altro ancora, ragionando sulla nave di soccorso, ha ribaltato la logica del divieto: invece di segnalare solo ciò che non si può fare, ha immaginato una comunicazione basata su ciò che si può fare – qui puoi riposare, qui puoi leggere, qui puoi giocare.
Nel corso di questi percorsi notate un cambiamento nel loro atteggiamento?
Sì, direi di sì. Anche quando l’esperienza è breve, resta quasi sempre qualcosa. Spesso i ragazzi dicono: “Non avevo mai pensato a questa cosa”. È già molto. Con alcuni di quelli che hanno partecipato ai corsi anni fa siamo ancora in contatto. Questo significa che il percorso lascia un segno.
State costruendo reti anche con altre realtà del territorio?
Sì, lavoriamo con diverse organizzazioni. Con la Fondazione Luigi Nono, per esempio, realizziamo regolarmente iniziative comuni. Collaboriamo con l’Iveser, con l’ANPI, con Ca’ Foscari. Negli ultimi mesi abbiamo avviato anche un format insieme all’Osservatorio di politica e relazioni internazionali di Ca’ Foscari: scegliamo un Paese in cui Emergency opera con i suoi ospedali e organizziamo un incontro con un docente, un esperto esterno e, quasi sempre da remoto, un nostro operatore presente in quel Paese. In questo modo alla ricerca e all’analisi si affianca l’esperienza diretta di chi lavora sul campo.
Quali sono i prossimi appuntamenti?
Sarò il 7 agosto a Costalta di Cadore insieme a Simonetta Gola, nell’ambito di un festival organizzato da Massimiliano De Villa. Stiamo poi preparando, per il 3 settembre, l’inaugurazione di tre mostre dedicate alle migrazioni. Più avanti, a novembre, insieme alla Fondazione Buddhista, presenteremo una mostra intitolata Senza atomica, dedicata al tema della bomba nucleare.
Che taglio avrà l’incontro di Costalta di Cadore?
Riprenderà il titolo della mostra sui diritti, I diritti sono di tutti, altrimenti chiamateli privilegi. Si parlerà naturalmente di guerra, ma anche della campagna Ripudia, legata all’articolo 11 della Costituzione, e della campagna per l’obiezione di coscienza, che sarà approfondita da Simonetta Gola. Io parlerò del nostro lavoro, del tema dei diritti, dell’uguaglianza, del rifiuto della guerra e della necessità di trovare strumenti diversi per affrontare i conflitti. E parlerò anche delle migrazioni: flussi destinati ad aumentare, perché le persone fuggono dalla guerra, dalla crisi climatica e dalla povertà. Non partono per vedere il mondo, partono per sopravvivere. Una madre non manda via un figlio se non per tentare di salvarlo.
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