SuperJet rappresenta un’eccellenza nel panorama aeronautico italiano. Le sue recenti vicissitudini affondano le radici nella cessione del 90% della società alla Sukhoi Holding Company, operazione nata all’interno di una joint venture che avrebbe dovuto sviluppare un velivolo moderno e competitivo sul mercato mondiale. Un progetto industriale che, almeno nelle intenzioni, aveva una sua logica.
Con le sanzioni europee conseguenti all’invasione dell’Ucraina, però, la partecipazione russa è stata congelata, trascinando la società in una situazione di paralisi. Oggi quella quota è nelle mani del Demanio dello Stato, che, per sua natura, non può sostituirsi a un imprenditore né elaborare una strategia industriale. Leonardo, dal canto suo, detiene appena il 10% del capitale: una partecipazione insufficiente per assumere il controllo e imprimere una direzione chiara.
Si potrebbe discutere per ore del significato di queste operazioni societarie e di quanto lo Stato abbia progressivamente rinunciato al controllo di settori strategici attraverso joint venture che, soprattutto quando coinvolgono soggetti pubblici, comportano rischi enormi. Oggi, però, non è il momento dell’analisi storica: è il momento delle decisioni.
Servirebbe un vero piano industriale, capace non soltanto di garantire la sopravvivenza dell’azienda, ma di rilanciarla. Perché SuperJet non è semplicemente una società in difficoltà: è un patrimonio di competenze, esperienza e professionalità costruito negli anni da lavoratrici e lavoratori altamente qualificati in uno dei comparti tecnologicamente più avanzati dell’industria italiana.
La situazione, invece, continua a peggiorare. Per la prima volta dopo anni di crisi, i dipendenti non hanno ricevuto gli stipendi. L’azienda appare ormai gestita con una logica liquidatoria, mentre consiglio di amministrazione e organi di controllo sembrano orientati più verso la chiusura che verso il rilancio.
È un messaggio brutto. Anzi, infame.
Infame nei confronti di chi ogni giorno ha continuato a lavorare con professionalità, mantenendo in vita competenze che oggi rischiano di essere disperse. Infame perché trasmette l’idea che il destino dell’azienda sia ormai segnato, quando invece una prospettiva industriale sarebbe ancora possibile.
La vicenda è diventata quasi kafkiana per come si è sviluppata negli ultimi anni, tra assetti societari congelati, sanzioni internazionali e responsabilità frammentate. Ma proprio per questo la domanda è inevitabile: come è possibile che una situazione nota da anni sia stata lasciata degenerare fino al punto di non riuscire nemmeno a garantire il pagamento degli stipendi? Possibile che non si sia ritenuto opportuno intervenire prima, quando ancora esistevano margini per evitare questa situazione?
La responsabilità ricade inevitabilmente sul Governo nazionale. Tocca allo Stato mettere in campo tutti gli strumenti necessari per salvare un’azienda che rischia di scomparire per ragioni molto più burocratiche e geopolitiche che industriali. Anche al netto del fallimento commerciale del progetto SSJ100, che rappresentava il cuore della joint venture originaria, resta intatto il valore di un patrimonio industriale che il Paese non dovrebbe permettersi di disperdere.
In questo quadro Leonardo, azienda controllata dallo Stato, rimane l’unico soggetto realmente in grado di assumere la guida di un rilancio industriale. Ma senza una precisa volontà politica nulla potrà accadere.
Anche l’amministrazione comunale non può limitarsi ad assistere. Pur non avendo competenze dirette nella gestione della società, rappresenta il primo presidio istituzionale del territorio e dovrebbe esercitare ogni possibile pressione sul Governo e sul Ministero delle Imprese e del Made in Italy affinché siano garantite la continuità aziendale e la tutela dell’occupazione.
Invece tutto tace. E, a pensar male, sembra quasi che manchi perfino la volontà di provarci.
Il caso SuperJet, però, va oltre il destino di una singola azienda. Riguarda il futuro economico del nostro territorio.
Da troppo tempo Venezia e la sua terraferma sembrano affidare il proprio sviluppo quasi esclusivamente all’economia turistica. L’assenza di una strategia industriale di medio e lungo periodo rischia di consegnare definitivamente l’intero territorio a una monocultura economica che impoverisce il tessuto produttivo e rende sempre più fragile l’occupazione.
Una città che vive di un solo settore è una città più debole. La storia industriale di Porto Marghera dimostra invece che lo sviluppo nasce dalla diversificazione: industria, ricerca, innovazione, servizi avanzati e turismo devono convivere, non sostituirsi l’uno all’altro.
Per questo mantenere realtà come SuperJet deve essere una priorità politica. Non significa soltanto salvare posti di lavoro, ma difendere competenze tecnologiche, capacità produttiva e sovranità industriale.
Perché quando un Paese perde un’azienda strategica non perde soltanto una fabbrica. Perde un pezzo del proprio futuro.
L’articolo SuperJet, ovvero come lo Stato sta perdendo pezzi della propria industria proviene da ytali..