Sono entrato in punta di piedi nella straordinaria rassegna della Biennale Danza 2026, architettata dal direttore del settore danza Wayne McGregor. È stato il debole che provo per la quinta sinfonia di Mahler a farmi fare il primo passo portandomi al Malibran per vedere Five Days in the Sun, performance coprodotta dalla Biennale che sviluppa i cinque movimenti della sinfonia in altrettanti quadri messi in scena dalla Emanuel Gat Dance. Fondata nel 2004 dal coreografo israeliano a Tel Aviv, la compagnia migra nel 2007 alla Maison de la Danse di Istres in Provenza, ed ora apre un nuovo capitolo della sua vita con dodici nuovi bravissimi danzatori provenienti da tutto il mondo che sono andati a vivere e lavorare a Marsiglia, capoluogo mediterraneo e città meticcia, crocevia delle migrazioni e dei commerci fin dalla sua fondazione nel 600 a.C. Il viaggio, la ricerca d’identità di individui e comunità in (tras)formazione, mi sono accorto essere modi di declinare il tema di fondo della rassegna: il tempo… e lo spazio con cui è indissolubilmente legato. In scena gli interpreti traducono i suoni della superba edizione dei Wiener Philharmoniker diretti da Leonard Bernstein, che Emanuel Gat ha chiarito considerare la migliore esecuzione a disposizione.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
Parafrasando Le Corbusier potremmo dire che “la danza è il gioco sapiente e rigoroso dei corpi sotto la luce” che qui si fa dinamica e complessa trama di luci in una scenografia d’essenziale astrazione che è tutt’uno con la musica nella coreografia di Gat che esplora la trasformazione, la resilienza, la catarsi e governa il dispiegarsi dell’emozionante azione scenica di sottili veli, aerei come i corpi vestiti dell’aria nella quale volteggiano con movimenti fluidi e leggeri sfidando la forza di gravità. Un saggio di danza di altissimo livello era quel che mi aspettavo, ho trovato molto di più, corpi che si muovevano con padronanza, maestria e una disinvoltura tale che solo una preparazione fisica minuziosa e una scrittura coreografica curata in dettaglio fin nella punteggiatura potevano offrire. Tra i velari dei costumi creati dal designer polacco Inez Vichere, s’inseriscono abiti ordinari da casa in relax che accorciano le distanze con lo spettatore. Mi sono sorpreso proiettato dalla sala in scena a farmi io stesso danza di carezze d’aria in una sorta di transfer che richiama delle teorie di Rovelli l’entanglement, o correlazione quantistica, un legame speciale tra particelle descritte da un’unica funzione d’onda per cui la misurazione di una determina all’istante lo stato dell’altra anche a distanza. La relazione, tra performance, sulla scena tra i danzatori e in sala con lo spettatore, ecco un ennesimo modi di indagare il tempo.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
Nel talk che ha seguito la performance Gat ha parlato di opinione del corpo che i danzatori portano in scena con un certo margine di autonomia. L’espressione mi ha stupito perché ho sempre visto il corpo come strumento di conoscenza e depositario di esperienza, ma non avevo considerato che potesse avere una propria autonomia cognitiva. Incrociatolo all’uscita gliene ho chiesto ragione e mi ha risposto che “il corpo ha propria intelligenza e quindi opinioni”. Sono rimasto spiazzato. Aver capito di non capire ha generato una potente interrogazione che mi ha costretto ad andare in cerca di risposte È così che sono rimasto irretito dal dipanarsi della teoria ricca e articolata di eventi con conferenze, talk, video, workshop, insomma irriducibile al programma di performance ma, appunto, theoria, termine che viene dal greco antico thèa (vista, spettacolo, panorama, da cui teatro) e horào (vedere, osservare). In origine teoria indicava l’atto di osservare la realtà o di assistere a una cerimonia, ed in effetti la Biennale Danza ha offerto allo spettatore cerimoniali ogni volta diversi celebrati da danzatori/sacer docens che facevano dei corpi templi di moto.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
Ho poi ritrovato la nozione d’intelligenza del corpo nel dipanarsi della rassegna che è un vorticoso giro del mondo in soli 15 giorni, altro che gli 80 di Jules Verne. Time does not exist è il titolo che Sir Wayne McGregor affermazione che appare iperbolica a effetto teatrale ma ha preciso fondamento scientifico nelle teorie di fisica quantistica di Carlo Rovelli, che il maestro qui declina in rassegna e sui corpi di danza.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
McGregor (Stockport, Gran Bretagna, 1970) è coreografo e regista di opere che sono nel repertorio di compagnie di danza ovunque nel mondo. La curiosità e l’inquietudine del globetrotter sono un tratto distintivo che gli ha dato profonda conoscenza della produzione di tutto ciò che si muove all’interno e intorno all’universo della danza negli angoli più remoti del pianeta consentendogli di organizzare un programma che dà modo allo spettatore di fare un’esperienza spirituale portandogli innanzi lo spirito di luoghi (vari e diversi) nel quadro dello spirito del tempo, il nostro, quel presente che è spazio di mezzo che contiene per intero il tempo da ieri a domani perché non è sospensione, epoca che ferma ed esclude, ma soglia inclusiva di compresenza ‘tra’, istante sublime in cui convivono il passato in luce e il futuro in nuce.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
Allo spettatore si è regalata la magia di danzare immobile, ancorato in una poltrona che si fa tappeto volante, quel dispositivo magico che non è solo di ‘Alā’ al-Dīn, perché oltre che nei miti persiani e arabi è presente anche nelle avventure di Baba Jaga, creatura leggendaria della mitologia slava che si trova in fiabe russe, ucraine, polacche, slovacche, bulgare, ceche e bielorusse; è personaggio dei rituali magici nelle vecchie terre slave della Carinzia in Austria, figura carnevalesca in Montenegro, spirito della notte in Serbia, Croazia e Bulgaria. Questo dispositivo magico antigravitazionale ha molto a che fare con la danza, sfida permanente alla forza di gravità e nel nostro caso ci porta dalla Lapponia al Madagascar, dalla Cina al Giappone, dall’Europa all’Australia.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
Wayne McGregor fonda nel 1992 la Random Dance Company che è oggi la Company Wayne McGregor, quasi a identificarlo con random, termine che descrive qualcosa che ha a che fare con improvvise variazioni nella direzione di marcia senza uno schema fisso e un piano ordinato, che è caratteristica della sua danza basata su solida impermanenza di repentina improvvisazione e rigorosa libertà. Il suo lavoro ha il suo centro di gravità permanente nella danza ma spazia in una molteplicità di ambiti: dalla tecnologia alle arti visive, dal cinema al teatro totale, dall’opera alla intelligenza artificiale.
Emmanuel Gat, Five days in the Sun
© Julia Gat
La rassegna è una provocazione che non si chiude con la rassegna, provoca interesse non solo per questi autori, compagnie e performance che speriamo di trovare nei cartelloni dei nostri teatri, ma interesse per il tanto che non conosciamo, consapevoli che la conoscenza è progressiva e crescente consapevolezza della propria incolmabile ignoranza. La Biennale svolge in tutti i suoi vari settori una importante funzione culturale di alta formazione. Ci mostra la punta dell’iceberg della produzione d’avanguardia che si rigirerà alla successiva edizione per farci vedere altro. È anche punta di diamante della produzione artistica che dalle eccellenze mostrate viene trainata in alto, perché come avviene col vino, dopo che ne hai gustato di buono è impossibile berne di ordinario.
…segue
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