Un drone diverso dagli altri
L’11 agosto le forze governative hanno recuperato a Marib un piccolo drone FPV di Ansar Allah. Il velivolo era ordinario. La bobina no. Un sottile cavo in fibra ottica si srotolava dietro l’aeromobile, sostituendo il collegamento radio normalmente usato per trasmettere comandi e immagini tra pilota e drone.
L’Institute for the Study of War lo ha descritto come il primo impiego documentato da parte di Ansar Allah di un sistema di questo tipo. Sul drone non era visibile alcuna carica esplosiva: potrebbe quindi essere stato usato per la ricognizione, oppure essere stato semplicemente disarmato prima di venire fotografato. (Institute for the Study of War, 13 agosto 2026)
Il metodo di controllo è più interessante della testata mancante. Un normale FPV utilizza la radio sia per la guida sia per il video. Il disturbo elettronico può interrompere quel collegamento e lasciare il pilota senza immagini o senza controllo del velivolo.
Un drone a fibra ottica funziona in modo diverso: mantiene una connessione fisica con l’operatore attraverso un cavo leggerissimo, rendendo molto meno efficace il disturbo delle radiofrequenze sul canale di controllo.
La soluzione ha naturalmente un prezzo. La bobina aggiunge peso, il cavo può impigliarsi negli edifici o sul terreno e la portata dipende dalla quantità di fibra trasportata. Anche il pilota deve tenere conto del percorso del cavo. Su un campo di battaglia dove la guerra elettronica è ormai abituale, tuttavia, questi limiti possono essere accettabili in cambio di una connessione più affidabile.
Due giorni dopo, le autorità doganali yemenite hanno dichiarato di aver sequestrato 23 bobine di fibra ottica al valico di Wadiah e quasi 3.700 componenti elettronici a duplice uso ad Aden. Un analista statunitense specializzato nello Yemen ha suggerito che dietro la spedizione vi fosse Ansar Allah e che il materiale fosse destinato all’assemblaggio di FPV.
ISW è stato più prudente: non ha potuto confermare né chi avesse organizzato il traffico né l’uso previsto dei componenti. Il carico mostra ciò che si potrebbe costruire, non chi lo abbia ordinato. (Institute for the Study of War, 14 agosto 2026)
Il confronto tra questi velivoli mostra anche quanto il termine «drone» sia diventato impreciso nello Yemen. Un drone monouso diretto verso Yanbu deve percorrere centinaia di chilometri e raggiungere un obiettivo fisso dopo un volo in gran parte autonomo. Un FPV a fibra ottica impiegato a Marib risponde quasi al problema opposto: opera vicino al fronte, resta sotto controllo umano diretto e continua a funzionare quando i collegamenti radio vengono disturbati.
Da Eilat all’Arabia Saudita
L’ultimo attacco chiaramente documentato con un drone di Ansar Allah contro Israele risale al 9 giugno. Le difese aeree israeliane hanno intercettato sopra Eilat un velivolo proveniente dallo Yemen. La mattina precedente erano stati lanciati contro Israele anche due missili balistici.
Dopo quell’episodio, il centro visibile della campagna con droni si è spostato verso l’Arabia Saudita. La ripresa dei combattimenti all’interno dello Yemen ha riportato questi sistemi anche sulla linea del fronte. [Resoconto sull’intercettazione sopra Eilat]
La campagna contro l’Arabia Saudita è più difficile da interpretare perché i droni vengono spesso impiegati insieme a missili balistici e da crociera. Queste armi pongono problemi diversi a una batteria di difesa aerea: volano a velocità e quote differenti e possono arrivare da direzioni diverse.
Un missile balistico in discesa ad alta velocità richiede una risposta diversa da un drone monouso più lento e a bassa quota. Quando le minacce arrivano nella stessa finestra difensiva, la rete deve riconoscerle, classificarle e scegliere come ingaggiarle.
Resta poco chiaro come Ansar Allah organizzi la sequenza. Le fonti aperte non dimostrano che i droni vengano inviati per primi per attirare il fuoco. Non provano neppure che i missili debbano aprire varchi per i velivoli più lenti. È anche possibile che l’ordine cambi in funzione dell’obiettivo e delle armi disponibili.
Sono tattiche plausibili. Non sono ancora una dottrina dimostrata.
Gli eventi intorno a Yanbu del 25 luglio offrono uno degli esempi più chiari. Una batteria Patriot operata da personale greco ha intercettato due missili balistici provenienti dallo Yemen e diretti contro impianti petroliferi. Più tardi ha ingaggiato anche droni nella stessa area.
Le prime notizie greche hanno parlato di un UAV abbattuto dopo l’intercettazione dei missili. Resoconti successivi hanno descritto due distinti ingaggi contro droni. Il numero cambia, il quadro operativo no: nello stesso giorno la rete di difesa ha dovuto affrontare missili e droni come minacce differenti. [Euronews Grecia sugli ingaggi del 25 luglio]
Un problema simile si è ripresentato vicino a Yanbu il 27 agosto. Fonti della sicurezza greca hanno riferito che una batteria Patriot ha lanciato tre missili contro un gruppo di UAV ostili, mentre anche i sistemi sauditi partecipavano all’ingaggio. Altri resoconti greci hanno indicato in tre il numero dei droni intercettati, attribuendoli a lanci dallo Yemen. [Kathimerini sull’ingaggio del 27 agosto]
Questo non dimostra uno scambio economicamente favorevole tra droni economici e costosi intercettori Patriot. Non conosciamo il numero totale dei velivoli né l’intera risposta saudita. Il dato più solido è operativo: più droni costringono la difesa a seguire più tracce e a prendere più decisioni nello stesso arco temporale.
Una guerra in cui ora volano entrambi
All’interno dello Yemen, il caso più chiaro di impiego dei droni di Ansar Allah si è verificato a Mocha il 9 agosto. Le forze armate yemenite hanno dichiarato che sette persone sono state uccise e 30 ferite in un attacco condotto con missili e droni. Le difese aeree hanno inoltre sostenuto di aver abbattuto 11 UAV.
Al Masirah ha mostrato immagini del lancio di entrambe le categorie di armi. I fotografi della Reuters hanno documentato colonne di fumo sopra il porto durante gli attacchi. Le cifre sulle vittime e sulle intercettazioni restano invece dati forniti dalle forze governative. [Resoconto dell’attacco a Mocha]
Qui, almeno, la presenza dei droni è chiara.
Il cambiamento più ampio riguarda però anche l’altra parte del fronte. Le forze governative non stanno più soltanto cercando di intercettare i droni di Ansar Allah: ora schierano anche i propri.
Il ministro della Difesa Taher al-Aqili ha dichiarato a giugno che le forze governative disponevano di droni, alcuni prodotti localmente e altri acquisiti all’estero. Una parte dell’arsenale è stata mostrata pubblicamente il 29 luglio.
A metà agosto il governo ha annunciato l’entrata in servizio di FPV guidati d’attacco. Il 20 agosto le Southern Giants Brigades hanno presentato un’unità con droni suicidi, quadricotteri FPV, sistemi per il rilascio di munizioni, piattaforme da ricognizione e apparati radar. Capacità mostrate, ma non ancora misurate in combattimento. [Arab News sull’espansione dell’arsenale governativo di droni]
La tempistica è significativa. Il primo FPV a fibra ottica documentato di Ansar Allah è apparso l’11 agosto. Nel giro di pochi giorni i suoi avversari annunciavano l’impiego dei propri FPV guidati d’attacco. I sistemi non sono identici, ma entrambe le parti si stanno orientando verso velivoli più economici e destinati all’uso tattico vicino al fronte.
Il 17 agosto le forze governative hanno dichiarato di aver condotto 100 attacchi contro caserme e veicoli di Ansar Allah. Fonti vicine al governo hanno parlato di oltre 200 combattenti uccisi. La cifra non è verificabile in modo indipendente e non rappresenta un conteggio delle vittime provocate dai droni. [Arab News sui combattimenti e sull’impiego dei droni in agosto]
Un conteggio separato diffuso da Al Hadath, sulla base di fonti yemenite, ha indicato 84 morti nello stesso periodo, tra cui 28 comandanti sul campo. Sono due filiere informative diverse: nessuna permette di stabilire quanti uomini siano stati uccisi dai droni.
La battaglia di Marib del 2021 offre un precedente utile contro l’idea che la tecnologia sia, da sola, decisiva. ACLED registrò in quel governatorato circa la metà di tutti gli attacchi con droni di Ansar Allah dell’anno. Il gruppo non riuscì comunque a conquistare la città.
I droni ampliarono il raggio d’azione e aumentarono la pressione. Terreno, logistica e forze di terra continuarono però a fissare i limiti della campagna. [Analisi ACLED sulla guerra con droni di Ansar Allah]
Taif e un fronte saudita più ampio
Gli attacchi del 14 settembre sono importanti per una ragione simile: non hanno rivelato un nuovo drone, ma hanno allargato la geografia della campagna.
Ansar Allah ha dichiarato di aver lanciato decine di missili balistici e droni contro la base aerea King Khalid di Khamis Mushait, indicando tra gli obiettivi hangar, installazioni radar, piste e depositi di munizioni. L’Arabia Saudita non ha confermato i danni rivendicati.
La coalizione guidata da Riyadh ha fornito una versione diversa: ha sostenuto che missili e droni abbiano colpito obiettivi civili a Khamis Mushait, Abha e Taif, ferendo 13 persone e danneggiando sette abitazioni e due veicoli. [Anadolu Agency sugli attacchi del 14 settembre]
Taif è il dettaglio che cambia la scala della mappa. Si trova in profondità nell’Arabia Saudita occidentale, ben oltre la fascia meridionale di confine che nell’ultimo decennio ha assorbito la maggior parte degli attacchi provenienti dallo Yemen.
La geografia degli allarmi si è ampliata in due fasi. Il 14 settembre la Protezione civile saudita ha emesso avvisi per Najran, Khamis Mushait, Jazan e Abha, dichiarando poi cessato il pericolo. [Resoconto sugli allarmi del 14 settembre]
Il 15 settembre un nuovo ciclo di allerta si è spinto molto più a nord e lungo la costa occidentale. La Protezione civile ha poi comunicato il cessato allarme per Jeddah, Yanbu, Taif, Abha, Jazan e AlUla. Questi avvisi non dimostrano che le armi abbiano raggiunto tutte le città, ma mostrano quanto fosse ampia l’area che le autorità saudite ritenevano potenzialmente a rischio. [Resoconto sul cessato allarme del 15 settembre]
AlUla, soprattutto, sposta lo sguardo molto più a nord.
Il raid del 14 settembre ha avuto un impatto umano inferiore rispetto agli attacchi dell’8 settembre, quando le autorità saudite hanno riferito di 73 feriti in un attacco combinato con missili e droni. La sua importanza sta quindi meno nella scala che nella continuità e nella profondità: la campagna contro l’Arabia Saudita è proseguita e la sua geografia non è più limitata alla fascia di confine.
Ansar Allah ha inoltre inserito il raid nella consueta logica della reciprocità. Il gruppo ha sostenuto che gli aerei sauditi impiegati contro lo Yemen operassero da Khamis Mushait e Taif. L’argomento è coerente con la narrativa adottata da luglio: le basi associate agli attacchi contro lo Yemen diventano, a loro volta, obiettivi.
Il Mar Rosso cambia la geometria
La campagna marittima presenta un problema diverso: sapere che una nave è stata colpita non significa necessariamente sapere quale arma l’abbia raggiunta.
Human Rights Watch ha dichiarato il 15 settembre che almeno tre recenti attacchi di Ansar Allah contro il traffico commerciale potrebbero configurarsi come crimini di guerra. Separatamente, autorità saudite e yemenite, una compagnia di navigazione e il comandante di una nave avevano confermato attacchi contro Encelia, Daisy, Tihamah e Amzan.
HRW non ha trattato i quattro episodi allo stesso modo. Ansar Allah ha sostenuto che a bordo della Tihamah vi fosse un obiettivo militare, mentre l’organizzazione non è riuscita a verificare il carico della nave. (Human Rights Watch, 15 settembre 2026)
Questi casi non dimostrano l’esistenza di una campagna marittima guidata dai droni. Ansar Allah ha affermato che Encelia era stata attaccata con missili balistici, missili da crociera e droni. Il ministero dei Trasporti yemenita ha indicato missili balistici nel caso della Tihamah. Ansar Allah ha invece rivendicato un attacco con missile balistico contro Amzan.
La campagna contro il traffico marittimo è evidente. Il quadro delle armi impiegate resta misto.
L’attacco all’oleodotto Est-Ovest offre un altro avvertimento contro la tentazione di confondere prossimità e attribuzione. L’Arabia Saudita ha dichiarato che i droni che hanno colpito la linea provenivano dall’Iraq. Funzionari iracheni hanno poi riferito di aver sequestrato la piattaforma usata per il lancio. [Resoconto sulla piattaforma di lancio irachena]
Associated Press, citando funzionari regionali, ha scritto che l’oleodotto potrebbe restare in larga parte fuori servizio per tre-cinque settimane. È un dato importante perché la linea permette al greggio saudita di aggirare lo Stretto di Hormuz e raggiungere Yanbu. L’attacco appartiene quindi alla più ampia guerra regionale dei droni, ma le prove disponibili non ne fanno un’operazione di Ansar Allah.
Nel frattempo, Ansar Allah ha modificato la geografia fisica del Mar Rosso. Dopo aver preso Mocha e Perim, le sue forze hanno conquistato le isole Hanish, circa 160 chilometri a nord di Bab el-Mandeb. Il loro valore va ben oltre i droni: offrono posizioni per l’osservazione, il controllo costiero e la pressione sul traffico marittimo. [Resoconto sulle isole Hanish]
Possono però avere anche un effetto sulle operazioni aeree. Distanze più brevi ampliano le possibilità dei sistemi più piccoli. Per i droni a lungo raggio, nuove posizioni costiere possono invece offrire più direttrici d’avvicinamento verso obiettivi marittimi.
Restano ampi vuoti informativi. Non esiste un conteggio affidabile delle sortite complessive dei droni di Ansar Allah, e i relitti disponibili sono troppo pochi per associare con certezza ogni velivolo a un determinato obiettivo.
Le missioni di ricognizione sono ancora più difficili da misurare. Un volo riuscito può rientrare senza lasciare un cratere, un rapporto d’intercettazione o un comunicato pubblico.
Ciò che emerge è una crescente divisione dei compiti. I droni monouso a lungo raggio operano all’interno dei pacchetti d’attacco contro l’Arabia Saudita. Gli FPV più piccoli compaiono sempre più vicino al fronte yemenita, mentre il controllo a fibra ottica offre una risposta al disturbo elettronico. Le forze governative stanno sviluppando capacità tattiche simili nello stesso momento.
Intorno a loro, la mappa sta cambiando.
Un nuovo terreno apre nuove opzioni. Non dimostra che siano già state sfruttate.
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