Forse, ma il condizionale è quanto mai d’obbligo, Benjamin Netanyahu potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni del 27 ottobre. Forse – chi è davvero amico di Israele non può che sperarlo – del prossimo governo non faranno parte ministri razzisti, disumanizzanti, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Forse. Ma una cosa è certa: chi potrebbe succedere a Netanyahu alla guida del Paese, e la maggioranza che lo sosterrebbe, tutto ha in mente tranne riprendere il cammino per una pace negoziata, fondata sulla soluzione a due Stati.
Questo è da escludere. A darne conto, su Haaretz, è una delle personalità più prestigiose , e conosciute internazionalmente, del giornalismo israeliano: Amira Hass, che firma un report dal titolo che non si presta a equivoci interpretativi: Israele non sta discutendo della creazione di uno Stato palestinese. Si sta preparando all’espulsione.
Annota Hass:
Gadi Eisenkot, favorito alle elezioni e leader del partito Yashar, ha una posizione sullo Stato palestinese che, in definitiva, è irrilevante. Ciò che è in gioco oggi non è una “soluzione diplomatica”, ma l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Le forze israeliane che cercano di «cancellarlo» non riconoscono limiti né restrizioni. I loro sostenitori sono troppo numerosi perché possiamo fare affidamento esclusivamente sulla fermezza e sulla resilienza di un popolo che ha già subito piani di espulsione messi in atto da Israele.
Il mondo resta a guardare. La sinistra è minuscola, debole e rauca per aver lanciato troppi avvertimenti. L’opposizione anti-Bibi oscilla tra il minimizzare il pericolo, il rimanere indifferente ad esso e il sostenere apertamente l’espulsione. Le sporadiche condanne, suscitate principalmente da qualcosa che l’ambasciatore statunitense ha pubblicato su X, sono utili quanto un setaccio durante un temporale. I falangisti ebrei attaccano costantemente e ovunque, non solo a Qusra”.
In Israele, gli elettori votano per liste di partito, non per singoli candidati.
Il sistema e basato sulla rappresentanza proporzionale: i seggi alla Knesset vengono assegnati ai partiti in base alla percentuale di voti ottenuta a livello nazionale.
Per entrare in parlamento, un partito deve superare la soglia elettorale del 3,25%.
Esiste anche un meccanismo di voti residui: partiti diversi possono accordarsi per spartirsi i voti rimanenti che non bastano, da soli, a ottenere un ulteriore seggio dopo la prima distribuzione.
Il primo ministro non viene eletto direttamente dai cittadini. Dopo il voto, il presidente affida l’incarico al membro della Knesset che ha piu probabilita di mettere insieme una maggioranza.
Poiche nessun partito da solo ha mai conquistato la maggioranza assoluta della Knesset – 61 seggi su 120 – i governi israeliani sono quasi sempre coalizioni di piu partiti.
Dopo le elezioni si apre quindi una fase di trattative tra i partiti per formare un governo, e queste negoziazioni possono durare anche mesi.
Se nessun leader riesce a costruire una maggioranza di 61 seggi, i colloqui continuano oppure si torna di nuovo alle urne.
In questo scenario, la speranza sconfina nell’illusione.
Spiega Hass:
Il dibattito su uno Stato, due Stati o una federazione è più teorico che mai. Qualsiasi soluzione concordata richiede innanzitutto il riconoscimento del problema e l’accordo su quale esso sia. Troppi ebrei in Israele sono stati indotti a credere che il problema sia proprio la presenza in questa terra di un popolo palestinese con radici, continuità storica ed economica, capitale culturale e beni materiali, un ricco patrimonio agricolo e un profondo amore per la patria.
La ‘cancellazione’ è la soluzione da incubo che si sta trasformando in realtà ogni giorno. Le leggi della Knesset, le dichiarazioni dei politici, gli ordini militari, i libri di testo scolastici e i sacri battaglioni immobiliari che operano a Gaza, in Cisgiordania e nel Negev operano, insieme e separatamente, per portare avanti questa «soluzione» con diligenza e senza timore di condanne internazionali”.
Variano le gradazioni dell’intolleranza, ma non la sostanza.
La politica israeliana – rimarca Hass– è volta a rendere la vita insopportabile ai palestinesi ovunque vivano, in modo che la loro emigrazione possa essere descritta come un atto di libera scelta. All’interno dello stesso Israele, le autorità danno carta bianca alle organizzazioni criminali arabe per armarsi e uccidere cittadini palestinesi nelle loro case. In Cisgiordania, quelle stesse autorità israeliane danno carta bianca ai «battaglioni di Dio» per armarsi, uccidere ed espellere, mentre l’esercito ufficiale continua le sue incursioni giorno e notte. Nella devastata e assetata Gaza, il governo e l’esercito alimentando milizie armate composte da collaboratori criminali, mentre i piloti israeliani continuano a lanciare missili di vendetta e punizione che mietono le vite di ancora più bambini. Tutte queste dimostrazioni alimentate dal testosterone sono interconnesse.
Ci sono molti modi per annientare un popolo. Una di queste è strangolarne l’economia.
Spiega Hass:
Allo stesso tempo, Israele sta distruggendo o limitando gravemente la capacità dei palestinesi di guadagnarsi da vivere. A Gaza, quella missione è stata portata a termine. Una popolazione di «morti viventi» che vive di aiuti, due milioni di persone che portano il peso di circa 74.000 tombe fresche, famiglie e ricordi, talenti e professioni, e risparmi svaniti, è stipata in circa 150 chilometri quadrati di terra bruciata. Creatività, intraprendenza e mutuo soccorso sono eclissati dalla portata della distruzione e dal divieto di ricostruzione e ripresa imposto da Israele.
In Cisgiordania, il laccio finanziario del Ministero delle Finanze si sta stringendo intorno al collo di circa tre milioni di persone e dell’Autorità Palestinese. Il furto sistematico delle entrate è aggravato dalle campagne di distruzione condotte dall’esercito nelle città e nei campi profughi, nonché dagli altri metodi utilizzati per impedire ai palestinesi di coltivare e sviluppare la propria terra: posti di blocco, divieti burocratici, recinzioni e pastori ebrei israeliani.
All’interno dello stesso Israele, la ’giudaizzazione della Cisgiordania e del Negev’ era e rimane un eufemismo per indicare il furto di terra e risorse ai cittadini palestinesi di Israele. La discriminazione nei loro confronti in materia di assegnazioni, sussidi e occupazione, insieme ai divieti di costruzione e alle demolizioni, ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella politica ufficiale all’interno della Linea Verde.
Amira Hass conclude con un grido d’allarme drammatico quanto realistico:
Permettetemi di ribadire: l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il mare e il fiume è ora in pericolo. Troppe forze attive stanno creando quel pericolo: la potenza e le capacità militari di Israele; il culto del servizio militare in ogni circostanza e sotto ogni governo; l’obbedienza come valore; le armi e gli attacchi militari come modus operandi predefinito; la normalizzazione del disturbo di stress post-traumatico tra i soldati e dei suicidi tra i militari; il fascino di una carriera militare e le porte che essa apre; il richiamo di una villa a prezzi accessibili in una comunità esclusiva della Galilea o in un sobborgo di coloni in Samaria; le menzogne della propaganda ufficiale e non ufficiale; l’indifferenza verso l’inferno in terra che Israele ha creato nella Striscia di Gaza; la negazione di 60 anni di occupazione e dominio forzato; la risposta pavloviana: «Ma il 7 ottobre»; la sinergia tra l’esercito, il governo, i rabbini e le milizie che indossano la kippah in Cisgiordania; la freddezza di fronte alla distruzione del Libano; il disinteresse per l’occupazione di ulteriori parti della Siria; la normalizzazione del discorso sull’espulsione; i sistemi giudiziario ed educativo viziati dal razzismo laico e religioso; e l’esercito di carcerieri che maltratta migliaia di prigionieri palestinesi, sia per ordine superiore che per scelta.
Insieme, queste e altre forze simili stanno creando l’infrastruttura materiale, ideologica e psicologica all’interno della società ebraico-israeliana per un’altra espulsione di massa dei palestinesi e per ciò che potrebbe accompagnarla: un massacro di massa.
Gli eroi delle milizie dei coloni dichiarano apertamente che l’espulsione è il loro obiettivo. Riconoscono chiaramente la disponibilità di ampi segmenti della società ebraico-israeliana a partecipare alla sua attuazione, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente. Attraverso le loro provocazioni e i loro crimini quotidiani, commessi alla luce del sole e resi possibili solo dal sostegno istituzionale, i falangisti cercano costantemente di provocare un atto di rabbia e vendetta palestinese che «abbia successo», in modo da poterlo sfruttare come la miccia che accende una nuova guerra santa.
I falangisti ebrei e le organizzazioni di destra che li alimentano contano su un’ampia mobilitazione, anche da parte dei leader, degli elettori e dei sostenitori di Yashar e del partito dei Democratici Liberali, per una guerra a cui si potrebbe già attribuire lo slogan: «Un popolo, un esercito, una terra ripulita dagli arabi».
Così Amira Hass. Questo è il suicidio di Israele.
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