Lionel Messi dice basta: addio alla Nazionale argentina dopo ventun anni, duecentosette presenze, centoventicinque gol segnati, un Mondiale e due Coppa America vinte. Una storia irripetibile, insomma, caratterizzata non solo da successi importanti e tanta gioia regalata a un popolo che vive di e per il calcio ma anche da qualche tragedia sportiva, a cominciare dalle due finali mondiali perse nel 2014 contro la Germania e lo scorso 19 luglio contro la Spagna. Ciò nonostante, il fuoriclasse di Rosario ha ragione: ha dato tutto e ha avuto il coraggio di ammetterlo in una lettera densa di umanità, ricca di bellezza e riferimenti significativi, colma di gratitudine e destinata a costituire un passaggio decisivo nella sua carriera che ormai volge all’epilogo. L’estate del 2026, infatti, per Messi è stata una delle peggiori: al di là della sconfitta in terra americana, la perdita del padre Jorge ha rappresentato un colpo difficile da assorbire, un trauma che lo ha indotto a compiere profonde riflessioni sul suo futuro e, probabilmente, ad accarezzare l’idea di porre fine a un’avventura che in ventidue anni lo ha condotto sul tetto del mondo, consentendogli di sovvertire ogni classifica e di riscrivere, di fatto, la storia del calcio. D’accordo, Maradona è inarrivabile: per epopea, drammi personali, passione civile, impegno contro la FIFA e i padroni del calcio e della politica mondiale, per tutto ciò che ha rappresentato in campo e fuori e per la sua tragica fine. Messi, al contrario, è sempre stato un campione normale: non si conoscono le sue idee, non si sa se voti e per chi, non lo abbiamo mai visto sventolare una bandiera della Palestina o battersi per un causa che andasse al di là del rettangolo di gioco. Del resto, va capito: è un figlio del mondo contemporaneo, della società consumista, della scomparsa delle ideologie, del trionfo del dio denaro, della potenza economica che prevale su tutto e della perdita di principî e di ideali: non è colpa sua, è nato al crepuscolo del “Secolo breve” e non ha mai incontrato un Gianni Minà disposto a raccontarne splendori e miserie con l’umanità che gli era propria. Ciò, tuttavia, non ne mette in discussione il valore calcistico.
Lionel Messi, dunque, si arrende allo scorrere del tempo, al suo essere umano pur essendo un supereroe, alle ferite che si porta dietro nonostante tanta, straripante gloria, al comprensibile bisogno di voltare pagina e inaugurare una nuova stagione della sua vita e, per sua stessa ammissione, all’ascesa di nuovi protagonisti in un movimento calcistico che non è mai stato avaro di talenti. Lascia al momento opportuno, dopo aver scritto pagine indelebili, dopo averci fatto sognare per due decenni, dopo averci fatto fatto reinnamorare di uno sport in guerra con se stesso, dopo aver sparso classe e giocate memorabili in ogni angolo del globo e dopo aver pareggiato i conti, almeno a livello di palmarès, con l’impareggiabile Diego.
Dieci anni fa, dopo aver sbagliato un rigore nella finale di Coppa America contro il Cile, aveva pensato seriamente al ritiro anticipato dalla Nazionale, travolto dalla sofferenza e dalle critiche di chi lo riteneva ormai più catalano che argentino, sostenendo addirittura che giocasse da fenomeno solo nel Barcellona dei semi-dei. Per fortuna ci ha ripensato, regalandosi e regalandoci un altro decennio di meraviglie, fino ad alzare al cielo la Coppa del mondo nel 2022, mettendo a tacere chiunque dubitasse non tanto della sua grandezza come calciatore quanto della sua tenuta mentale. Ora, però, siamo giunti all’epilogo e Lionel è uscito dal ring in lacrime ma a testa alta, ancora sulle sue gambe, insegnando a tanti colleghi, di varie discipline, incapaci di farsi da parte, che può esserci vita anche al di là dello sport, della luce dei riflettori e dell’acclamazione costante. E così, oltre l’adrenalina, resterà l’immagine di un uomo che da bambino faceva fatica a crescere, che a Barcellona è diventato il numero uno e che, con indosso la maglia dell’albiceleste, è salito in vetta all’Olimpo consacrandosi all’eternità.
Ventun anni e rivediamo il sorriso di quel ragazzo che sognava correndo incontro al proprio destino, adesso che il sipario si abbassa e una storia unica nel suo genere ci ricorda l’inesorabile scorrere del tempo e il nostro bisogno di afferrarne almeno un brandello per guardare avanti.
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