È utile, in questi tempi oscuri e gravidi di incertezze, riprendere una delle ultime denominazioni, affascinante, della parola pace, quella che deve essere “disarmata e disarmante”, come disse al momento del suo insediamento Papa Leone XIV.
Nel corso dei decenni passati questa parola ha riempito le piazze e le strade del mondo, di tutto il mondo, con movimenti estesissimi, dal Giappone all’Europa, dall’Asia agli Stati Uniti, all’America del Sud.
C’è da chiedersi, da subito, perché lo scarto tra questa aspirazione, che milioni e milioni di persone hanno trasformato in parole d’ordine semplici, chiare, rimane sempre ampio se si guarda all’azione quotidiana dei governi, di tutti i governi, di quanti decidono sulle sorti dell’umanità.
C’è da chiedersi perché, nonostante le brutture, le violenze, la disperazione di uomini e donne, bambini e vecchi, si continua a far guerre, di qualsiasi segno, per qualsiasi ragione.
Certo. Non possiamo non fare qualche piccolo passo indietro. Parliamo di noi europei.
Ottant’anni fa, alla fine di un conflitto mondiale che aveva provocato la morte di decine di milioni di uomini si era riusciti a dire “mai più”. Quella parola d’ordine non servì per tutto il mondo, ma funzionò per popoli e paesi che si erano fatta, fino a poco prima, la guerra. Germania e Francia, Italia tra gli altri. Si aprì il cantiere europeo.
Conosciamo le obiezioni di oggi sull’impotenza dell’Europa, dell’Unione europea, della comunità di cui, su loro pressione, volontà e richiesta sono venuti a farne parte ben 27 Stati e circa mezzo milione di cittadini. (E, sia detto per inciso, la Brexit ha prodotto tali negativi risultati per i britannici che già si pensa, in modalità da definire, alla ripresa di rapporti speciali con l’UE). E altri Paesi aspirano a entrare in questa comunità. Dai Paesi dei Balcani alla Turchia.
E ci sono altre obiezioni che si possono fare. Nei Balcani occidentali, in quella che fu la Jugoslavia, negli anni 90, si combatterono guerre drammatiche con centinaia e centinaia di migliaia di vittime. Cioè a due passi da quell’Europa in cui almeno tre generazioni erano (sono) cresciute senza la guerra.
Parliamo della stessa Unione europea che assiste quasi inerte ad altri conflitti che si svolgono intorno ad essa. In Ucraina, a Gaza, in Cisgiordania. E, anche verso altri conflitti si può denunciare la sua passività (o impotenza). Ultimo tra questi, quello aperto da Stati Unti e Israele contro l’Iran. O, non meno rumoroso, fosse solo per quello di fondo degli sfollati a decine di migliaia, del Libano. Conflitti che infiammano sempre più la vasta area del grande Medio Oriente. E che rischiano di riconnettersi l’uno all’altro.
Dietro, o nel mezzo se si vuole, ci sono grandi e medie potenze come gli USA, la Cina, la Russia, ma anche la Turchia, il Pakistan, l’India a tirarne in qualche modo le fila. Qualcuno ha chiamato questo scenario “l’asse dello sconvolgimento”. Un procedere caotico che sembra non rispettare nessuna regola, neanche quella degli interessi diretti di ciascuno di questi Paesi o di queste aree sul piano commerciale, degli scambi. E nemmeno per far fronte alle disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici. Così sembra, se si guarda ad una realtà mondiale nella quale sono saltate tutte o quasi le regole del multilateralismo, quello su cui si era costruito un nuovo equilibrio dopo la seconda guerra mondiale. Ne è emblema la scomparsa di fatto dell’iniziativa delle Nazioni Unite, del suo ruolo di compensazione e mediazione tra le diverse aree del mondo, dei conflitti locali e regionali. Ci si dovrebbe limitare a prendere atto di un multipolarismo indefinito, mosso solo da logiche di potere e interesse di vista corta.
Cosa dovrebbe succedere di più, in effetti, per immaginare un conflitto di proporzioni globali? Un conflitto che, anche per via delle nuove tecnologie e la loro applicazione duale, civile e militare, spinge analisti e responsabil politici a sdoganare l’idea di poter fare ricorso anche all’uso di armamenti nucleari. Condizione sino a qualche anno fa che, da sola, consigliava di negoziare, trattare, cercare una coesistenza pacifica. E invece l’IA, le sue ambigue possibili applicazioni, aumenta le preoccupazioni di tanti.
Siamo entrati, quasi senza accorgercene, davvero in una epoca nella quale la logica della “guerra continua”, permette di ipotizzare, a proporre, un impiego diretto degli europei nel conflitto sempre più tragico tra Russia e Ucraina, non per aiutare concretamente quest’ultima, cosa per ora non messa in discussione dai governi europei, ma per “far sentire”, direttamente, mettendo gli scarponi sulla terra, l’odore (acre?), che la guerra può significare, magari per esser pronti ad affrontarne altre. Una fase di preparazione, uno “stage”, per giovani che di guerra, per fortuna, hanno solo sentito parlare nei libri di storia.
Giovani, una nuova generazione, che di guerra non vogliono sentire parlare, non per codardia, ma proprio perché avvertono la sensazione di essere costretti a percorrere una via del tutto inutile se davvero si vuole la pace. Beninteso, qui si parla non solo di sensazioni e paure, ma di atti concreti com’è il progetto di Re-arm varato nei mesi scorsi dall’Unione europea. Non solo parole, ma una proposta di ben ottocento miliardi, obiettivo di spesa per i 27 Stati membri per armarsi. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, derogando largamente ai suoi compiti, si è fatta campionessa di questo progetto (“dobbiamo costruire un ‘porcospino d’acciaio’ in Ucraina contro i russi”, disse tempo fa) che, solo per concessione all’estetica delle parole, è stato ribattezzato in Readiness 2030.
Sono note le obiezioni principali di coloro che sono contrari. Spendiamo una simile cifra per riarmarci ognuno per conto nostro, magari approvvigionandoci principalmente dagli USA, o costruiamo una difesa europea “comune”? Ognuno per conto suo o un coinvolgimento in progetti comuni che, si pensa, potrebbero addirittura portare anche a dei risparmi, evitando duplicazioni?
Invece si parla di rilanciare una iniziativa europea, come il PNRR, quindi di debito comune, a condizione di investire in armi e tecnologia militare ognuno nei propri Paesi!
Qualcuno, in attesa, si sta muovendo da solo. È il caso della Germania che ha lanciato un piano di investimenti nell’industria militare sino a novecento miliardi di euro nei prossimi dieci anni.
Per il momento i grandi scenari della geopolitica sono molto in movimento in queste materie. Si classificano armamenti e il loro possibile uso nelle diverse aree di crisi, si individuano, oltre ogni ragionevole e legittimo dubbio, possibili obiettivi e la quantità e qualità delle reazioni da mettere in campo. Chissà se la cattiva Russia, che in oltre quattro anni non è riuscita a prendersi (illegittimamente) il venti per cento dell’Ucraina, il Donbass, verrà ad abbeverare i cavalli dei suoi cosacchi nelle fontane di Piazza San Pietro o stazionerà sotto la torre Eiffel. E chissà se Zelensky lancerà i suoi droni sulle navi iraniane, accusate di rifornire a sua volta i russi di questi micidiali nuovi strumenti di guerra.
E chissà se tutto questo si risolverà in un gigantesco groviglio di alleanze, più o meno improprie, che inevitabilmente spingerebbero per l’aggravarsi delle numerose crisi in corso.
Adesso c’è la proliferazione della nozione di “guerra ibrida”. Principale accusata è la Russia, dimenticando che gli stessi sistemi tecnologici, forse più sofisticati, sono a disposizione di tanti Paesi, gli Usa da un lato, gli europei dall’altro.
Si denunciano attacchi, qualcuno seppur minore, è stato rilevato, altri rimangono indefiniti. Poco o niente si dice della postura diplomatica, in primo luogo dell’Unione europea, delle proposte concrete con cui cercare con il nemico, sì il nemico, come si fa in tutti i conflitti, una via d’uscita dalle guerre. Anzi, se ne inventano e minacciano altre.
Torniamo all’inizio. Sì, abbiamo detto pace. E immaginiamo le accuse di ingenuità. La pace è concetto irenistico, diranno in molti. Eppure questa parola desueta (insieme a quella, complementare, di disarmo) dovrebbe rientrare nel linguaggio politico, e nei programmi, di qualunque forza progressista che voglia svolgere un ruolo positivo. Metterla al centro di qualsiasi agenda. E presto. O saremo sempre più trascinati nel suo opposto: guerra. Così, senza rendercene conto.
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