L’hanno insultata. Infangata con gli epiteti più indegni. Ai criminali che governano oggi Israele ha fatto male, molto male, il Nobel per la Pace assegnato a una grande donna, una giurista dalla schiena dritta, una vita dedicata alla difesa del Diritto internazionale contro quelli che quel diritto hanno calpestato, fatto carta straccia. Insanguinata. Fra di essi c’è Benjamin Netanyahu e la sua gang di ministri fascisti, messianici, che hanno fatto della deumanizzazione e della guerra perpetua il loro credo. Sì, il Nobel a Navi Pillay ha fatto centro. Perché ha posto Israele davanti allo specchio che riflette un Paese, non solo un governo, che si è vieppiù trasformato in una potenza etnocratica, che sembra conoscere e praticare, salvo una eroica minoranza resiliente, solo e sempre la “legge” del più forte. Senza limiti. Senza pietà.
Dell’Israele che resiste, Gideon Levy è da sempre un solido punto di riferimento. Perché ha il coraggio di scrivere ciò che fa più male, perché intriso di verità, ai fasciomessianici israeliani e ai loro indefessi propagandisti di fogli, foglietti, fogliacci, ex giornaloni, nostrani.
Su Haaretz, Levy scrive un commento al vetriolo, dal titolo: Goebbels non sta applaudendo Navi Pillay – ma ciò che Israele è diventato
Questo il suo j’accuse: “Al ministro degli Esteri Gideon Sa’ar non è piaciuta la scelta degna di nota di Navi Pillay come vincitrice del Premio Nobel per la Pace. Come un altro ministro della propaganda, il ministro, tramite il suo portavoce, ha rilasciato un comunicato in cui afferma che «Joseph Goebbels probabilmente sta applaudendo all’inferno»
Il comitato ha scelto una persona esemplare che ha dedicato la propria vita alla lotta per i diritti umani, e Goebbels sta applaudendo all’inferno, secondo Sa’ar.
Una donna che ha lottato per far rispettare il diritto internazionale, un insieme di leggi nate dalle rovine e dalla distruzione seminate da Goebbels e dai suoi complici, riceve una reazione ripugnante dal ministro degli Esteri del Paese dei discendenti di Goebbels. Quando si tratta di propaganda vile, Goebbels e Sa’ar hanno molto in comune, nonostante tutte le differenze.
Spiega Levy:
Dopotutto, come agirono Goebbels e i suoi simili all’epoca? Nel 1936, Adolf Hitler e Goebbels attaccarono un altro vincitore del Premio Nobel per la Pace, il giornalista e pacifista tedesco Carl von Ossietzky, che aveva ricevuto il premio nel 1935 ed era stato posto in stato di detenzione. Lo storico Adam Raz racconta come Hitler annunciò che ai tedeschi non sarebbe più stato permesso di ricevere quel premio, e il suo ministro della propaganda diede ordine di istituire un premio alternativo.
Hitler e Goebbels sostenevano che dietro la decisione di assegnare il premio a Ossietzky ci fossero gli ebrei. Novant’anni dopo, Israele sostiene che dietro la scelta di Pillay come vincitrice ci siano gli antisemiti.
No, Sa’ar, Goebbels non sta applaudendo. Si sta rivoltando nella tomba quando vede che una donna come Pillay – una determinata donna indiana di etnia tamil proveniente dal Sudafrica, una giudice che ha processato persone accusate di crimini contro l’umanità e una paladina contro il razzismo nel suo Paese e in tutto il mondo – riceve questo premio.
Se Goebbels ha un motivo per applaudire, è nel vedere cosa è successo al Paese sorto dalle ceneri dell’Olocausto. Quando Goebbels vede come il mondo ravvisi somiglianze tra ciò che accadde in Germania negli anni ’30 e ciò che sta accadendo in Israele negli anni ’20 del XXI secolo, si compiace dell’ironia sbalorditiva della storia.
Dall’inferno, Goebbels sta applaudendo gli autori di genocidi in tutto il mondo, in particolare quello di Gaza, perpetrato dai discendenti delle sue vittime. Pillay è stata la prima a descriverlo come tale alle Nazioni Unite. Si è inoltre schierata con forza contro i crimini di guerra commessi da Hamas il 7 ottobre. Pillay non è antisemita, né tantomeno antisraeliana. È una donna di coscienza che il mondo sta ora lodando, e a ragione
Conclude Levy:
La risposta di Sa’ar si riflette principalmente su di lui, sulla sua meschinità e sul livello delle sue argomentazioni. Il mondo ha ascoltato la sua reazione e si è rafforzato nella convinzione che Israele si escluda dalla famiglia delle nazioni. Sa’ar sminuisce inoltre l’Olocausto. Israele, giustamente sconvolto da qualsiasi paragone tra le proprie azioni e l’Olocausto, osa vedere in una combattente per la giustizia la beniamina dei nazisti.
Ma il problema è molto più profondo e ampio. Dopo tre anni di sangue e devastazione nella Striscia di Gaza, nonostante l’ampio consenso globale sul fatto che Israele abbia oltrepassato il limite nella sua campagna vendicativa, Israele continua a riconoscere un solo modo di rispondere ai propri critici: aggressività sfrenata, accuse di antisemitismo scagliate contro il mondo intero, attacchi ai messaggeri senza mai rivolgere uno sguardo onesto e imparziale a se stesso.
Come si può guardare a Gaza e a ciò che Israele le ha fatto senza provare un forte senso di colpa, senza assumersi nemmeno un briciolo di responsabilità e senza accettarne nemmeno una minima parte? Per Israele, il genocidio che ha perpetrato è colpa dell’antisemitismo e del mondo, non sua.
Come un bambino incapace di accettare le critiche, che accusa sempre tutti tranne sestesso, Israele accusa il mondo intero. Non è solo infantile: è distruttivo. Finché Israele non sarà disposto a guardare a ciò che ha provocato e ad ammettere, almeno in parte, i propri crimini, non cambierà mai.
Finché continuerà a condannare in modo scortese, come ha fatto Sa’ar, chiunque lo critichi, sarà emarginato. Quanto sarebbe stata bella e dignitosa una reazione diversa da parte di Israele. Ad esempio: ci congratuliamo con Pillay, chiniamo il capo in segno di rispetto per il suo lavoro, anche se nei confronti di Israele ha giudicato con troppa severità”.
Meglio di così non si può dire né scrivere. Levy descrive la deriva deumanizzante di una parte della società israeliana, un mix di presunzione suprematista e di paura che si trasforma in spirito di annientamento. Il 27 ottobre bussa alle porte. Quel giorno, dalle urne uscirà il “nuovo Israele”. Forse molto simile, se non identico, al vecchio.
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