Amira Hass è una grande giornalista. Una giornalista israeliana di fama internazionale. Un prestigio ampiamente meritato in virtù dei suoi reportage dal campo, che le sono valsi diversi riconoscimenti e premi in mezzo mondo e, di contrasto, le peggiori accuse della destra ultranazionalista ebraica. Amira Hass conosce e condivide le sofferenze del popolo palestinese– per anni ha deciso di vivere in Cisgiordania – e ha raccontato, documentato, denunciato i crimini perpetrati dall’esercito israeliano e dai coloni pogromisti nei Territori occupati. Amira Hass non fa sconti a nessuno. E nel suo j’accuse su Gaza, rientra anche Hamas e, indirettamente, quanti considerano il 7 ottobre 2023 un eroico atto di resistenza.
Di questo avviso non sono i gazawi ai quali Hass dà voce nel suo reportage per Haaretz dal titolo. ‘Non perdoneremo’: gli abitanti di Gaza si scagliano contro Hamas per la mossa azzardata del 7 ottobre”
Racconta Hass:
In quel giorno maledetto, hanno spinto Gaza oltre il bordo del precipizio… poi hanno preso i loro telefoni per trovare l’angolazione migliore per lo scatto”, ha scritto la scrittrice e poetessa di Gaza Ni’ma Hassan sulla sua pagina Facebook il 7 ottobre. Poche ore dopo, ha pubblicato un altro post, forse in risposta ai lettori che l’avevano attaccata per aver criticato Hamas, come aveva già fatto in precedenza: «Anche dopo tre anni, ci dicono che ciò che conta è il risultato e che la vittoria è vicina. Per Dio! Anche se costruiste il paradiso […] non perdoneremo ciò che ci è successo e che continua ad accaderci».
Hassan scrive apertamente ciò che molti a Gaza dicono tra di loro e che alcuni mettono per iscritto, con vari gradi di audacia e schiettezza. Non vedono alcuna contraddizione tra il criticare Hamas e il riconoscere che Israele ha scelto di distruggere Gaza e le loro vite lì, e ha persino dichiarato la propria intenzione di farlo.
La loro rabbia verso Hamas per quello che descrivono come un errore strategico, un’avventura, una scommessa o addirittura una cospirazione non diminuisce il loro disgusto per Israele né la loro consapevolezza che questa guerra senza fine fa parte della politica di lunga data di Israele contro il popolo palestinese.
Anche il giornalista Hamed Jad, capo dell’ufficio di Gaza del quotidiano Al-Ayyam con sede a Ramallah, ha ricordato le promesse di Hamas di una vittoria decisiva dopo le terribili sofferenze. Anche lui stava scrivendo in occasione del terzo anniversario dell’«Alluvione di Al-Aqsa», il nome dato da Hamas all’attacco del 7 ottobre. Circa un anno dopo l’attacco, durante una conferenza stampa con Khalil al-Hayya, ora presidente dell’ufficio politico di Hamas, Jad chiese: «Può citare un solo risultato che il 7 ottobre abbia portato?» Al-Hayyarispose che era troppo presto per giudicare.
Questa settimana, Jad è tornato su quella risposta di due anni fa con amara ironia: «Al-Hayya aveva ragione quando mi disse: “È ingiusto giudicare l’Inondazione prima che sia finita, perché non è ancora finita”. In effetti, tre anni dopo, il Diluvio non si è fermato e stiamo ancora affogando nelle sue onde impetuose, schiacciati giorno dopo giorno dalle macine dell’uccisione, della distruzione, dello sfollamento e della perdita.»
Rivolgendosi ad al-Hayya, che ora si trova all’estero e quattro dei cui figli sono stati uccisi da Israele, Jad ha chiesto con sarcasmo tagliente: «Insisti ancora nel dire che è troppo presto, e ingiusto, come dici tu, giudicare il Diluvio e le sofferenze che ci ha inflitto finora?»
Amira Hass sa bene, perché di questo e su questo ha scritto centinaia di articoli, analisi, commenti, reportage, che la storia dell’eterno conflitto israelo-palestinese non nasce il 7 ottobre 2023. Che la sofferenza e le umiliazioni subìte dal popolo palestinese durano da almeno mezzo secolo.
Rimarca in proposito Hass:
Coloro che vivono oggi nella Striscia di Gaza e coloro che sono riusciti a fuggire, attendono con ansia il 6 ottobre 2023. Non hanno dimenticato il blocco che Israele ha imposto loro né il loro isolamento dal mondo; la disoccupazione e la povertà causate da quell’isolamento, e l’umiliazione che ne è derivata; la lotta per il diritto di ricevere cure mediche al di fuori della Striscia; né il fatto di essere impediti di vedere parenti e amici che vivono a soli 80 chilometri di distanza.
Eppure gli abitanti di Gaza hanno sfidato il blocco attraverso la vita comunitaria e familiare, i loro studi e i progetti per i propri figli. Hanno coltivato i propri talenti nella pittura, nella poesia, nella prosa e nell’informatica, hanno portato avanti progetti edilizi e iniziative imprenditoriali e si sono collegati al mondo online. Di fronte a Israele, la potenza ostile che li controllava e aspirava a «affondare Gaza nel mare», la loro insistenza nel vivere piuttosto che limitarsi a esistere è stata un atto di resistenza civile. L’«Alluvione» di Hamas ha disprezzato questo tipo di lotta non armata.
Ecco un frammento di vita prima del Diluvio, tratto da un altro post scritto da Hassan quello stesso giorno: «Mia figlia Mayar ha trascorso il venerdì 6 ottobre 2023 a imparare a memoria una breve recita in inglese sugli ulivi da mettere in scena alla radio della scuola. Il mio compito era quello di comprarle un vestito palestinese. La mattina del 7 ottobre hanno bruciato la scuola, gli ulivi, lo studio… e noi ci siamo lasciati alle spalle il vestito e la città».
Sua figlia non potrà più realizzare il suo sogno di andare in moto per le strade della città senza che nessuno faccia commenti. La città non ha più strade, e sua figlia ora indossa l’hijab. È cresciuta, in altre parole, e non potrà più realizzare il suo desiderio.
Hassan non lascia dubbi sul fatto che con «loro» intenda Israele. Ma in un altro testo, rivolto a Hamas, riporta le cifre che le sono giunte: oltre 70.000 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori; oltre 86.000 nuclei familiari con a capo una donna; quasi 260.000 famiglie che vivono nei centri di accoglienza; oltre 64.000 vedove; e quasi 17.000 persone con disabilità. I rapporti delle Nazioni Unite confermano alcune di queste cifre:l?unicef ha segnalato più di 58.000 bambini che avevano perso un genitore nell’ottobre 2025, mentre UN Women ha stimato 86.290 nuclei familiari con a capo una donna nel settembre 2026.
«E in mezzo a tutti questi dettagli», aggiunge Hasan, «due milioni di vite di dolore inesorabile».
Ci sono dolori quotidiani che non vengono immortalati, apparentemente piccoli, che l’insegnante Samia Wadi descrive in un altro post su Facebook. Una studentessa è sempre in ritardo, arriva a metà lezione perché deve aspettare che sua sorella torni dalla propria lezione e le consegni il paio di scarpe che condividono. Molti studenti non prendono appunti mentre la Wadi spiega la lezione. Lei sa che stanno aspettando che l’Unrwa fornisca loro i quaderni. Altri due saltano la lezione ogni pochi giorni, ogni volta che il camion che consegna l’acqua depurata passa per il campo profughi in cui vivono, in modo da poter riempire le loro taniche. Un’altra studentessa è spesso assente. Wadi sa che il nonno della ragazza ha cacciato la madre vedova dalla Striscia meridionale verso il nord. I bambini più piccoli sono rimasti con lui. Leggendo tra le righe, la studentessa assente deve prendersi cura di loro.
Un’altra insegnante viene descritta mentre si muove «con la leggerezza di un angelo misericordioso tra i suoi giovanissimi alunni» in una tenda trasformata in aula. L’autore, che pubblica anche su Facebook, è il dottor Saeed al-Kahlout, specialista in salute mentale. Con il suo stile poetico, descrive come lei spieghi con delicatezza la lezione e prometta ai suoi alunni un futuro migliore. Si sofferma sulla «r» all’inizio di «right», scrive, poi sulla «l» all’inizio di «life».
Proprio in quel momento, un proiettile vagante viene sparato da un carro armato a poche centinaia di metri di distanza. «Il proiettile fendette rapidamente l’aria, percorse la distanza in un attimo e si conficcò nel cuore dell’insegnante… Nella tenda che fungeva da aula, i bambini guardavano la loro insegnante lottare per i suoi ultimi respiri, inondata dal proprio sangue. Nella tenda dove viveva, i bambini aspettano la loro madre, senza ancora sapere che non tornerà mai più».
Qualche settimana fa, a Gaza si sono accesi gli animi quando uno sceicco ha approfittato del suo sermone del venerdì per sottoporre i suoi ascoltatori, consenzienti o meno, a una valanga di insulti sul presunto comportamento immodesto delle donne. Molte donne e molti uomini hanno criticato il suo distacco misogino da una realtà in cui le donne sopportano il peso di mandare avanti le famiglie in condizioni così dure da essere difficilmente immaginabili.
Alcune donne si spingono oltre, scrivendo delle «conseguenze dello sterminio che nessuno vede. Prima della guerra, queste cose accadevano con discrezione e molto raramente. Ora accadono sfacciatamente, con orgoglio, come routine e come stile di vita», come scrive la giovane Najia Mahmoud nella sua introduzione. La traduzione in inglese si basa sulla traduzione dall’ebraico di Tamar Goldschmidt. Da tre anni Goldschmidt pubblica sulla sua pagina Facebook testi mozzafiato scritti da uomini e donne di Gaza. Tra muri che crollano e cieli che cadono, questi scrittori descrivono con le parole eventi, sentimenti e pensieri che nessuna telecamera può catturare, e Goldschmidt li traduce con straordinaria abilità.
Mahmoud scrive: «L’era della schiavitù non è finita. Si è trasferita nelle tende e si è ribattezzata “difesa dell’onore della figlia” e “circostanze di guerra”. Ciò che sta accadendo intorno a noi oggi fa ribollire il sangue, rivolta lo stomaco e fa star male oltre ogni dire. I matrimoni infantili che si sono improvvisamente diffusi a Gaza non sono matrimoni. Sono un’asta di ragazze! Per darvi un’idea di quanto in basso si sia sprofondato tutto questo: il mio vicino, un uomo sulla ventina, è sposato con una ragazza di 15 anni. Lui ‘la maltratta’ giorno e notte. La picchia per mezz’ora e la ragazza rimane in silenzio nonostante il dolore. Nel momento in cui le sfugge un grido di dolore, lui ricomincia a picchiarla da capo.
«E ciò che ti fa perdere la testa, ti fa impazzire e ti fa venire voglia di dare fuoco a ogni singola tenda, non sono solo le percosse. Ciò che ti fa perdere la testa è che la sua famiglia è a pochi metri di distanza, la famiglia di lui è proprio lì con lui nello stesso cortile, e ognuno di loro ha una scarpa infilata in bocca e non dice nulla! Consegnano la propria carne e il proprio sangue a un pezzo di spazzatura umana, e quando apri bocca, tirano fuori una scusa più orribile del peccato stesso: ‘Per Dio, signora, i tempi sono duri e non possiamo permetterci di mantenere le ragazze, quindi proteggiamo il suo onore’. Quali spese? Di quale onore state parlando?! Chi non è in grado di crescere i figli non dovrebbe averne, tanto per cominciare! Perché continuate a mettere al mondo una figlia dopo l’altra se poi le gettate in pasto ai loro aguzzini in modo così vile?»
Mahmoud continua: «Stiamo vivendo una guerra e una distruzione totale. La mensa vi sfama, voi e i vostri figli, e tutti noi nelle tende viviamo di aiuti come dei mendicanti. Nessuno di voi sta economicamente meglio di sua figlia. Al giorno d’oggi, nessuno di voi paga di tasca propria, quindi come potete invocare la povertà e vendere vostra figlia in modo così meschino e vergognoso? Con la stessa coercizione e mancanza di decenza, vedete un uomo gettare i suoi bambini piccoli in mezzo ai cani randagi e in pericolo per vendere merci e mantenerlo! Un bambino minuscolo, non più grande del vostro mignolo, dovrebbe essere a scuola o almeno seduto al sicuro nella sua tenda. Invece, viene scaricato per strada per mantenere un’intera famiglia. Che diritto avete di costringere un bambino a preoccuparsi di mantenervi in vita?”
I più indifesi tra gli indifesi: i bambini. Sono loro a pagare il prezzo più duro, più ingiusto, più odioso, di una guerra che non conosce pietas.
Annota ancora Hass:
Scrivendo da una prospettiva diversa qualche giorno fa, il dottor al-Kahlout ha descritto altri bambini: «I due bambini erano seduti su un carretto trainato da un asino mentre tornavano dalla tenda-scuola, la loro nuova scuola. Il sole cocente di Al-Mawasi bruciava i loro piccoli volti. La sabbia della scuola, dove gli alunni siedono direttamente per terra, si mescolava alla polvere della strada e danzava tra i loro vestiti logori. Cominciarono a chiedersi che fine avessero fatto i loro amici comuni. ‘E Tamer?!’ chiese il primo, seduto sul bordo del carretto e sollevando i piedini ogni volta che un altro carretto, trainato da un cavallo, si avvicinava, temendo che li investisse. ‘Tamer è stato ucciso insieme a suo padre all’ingresso della loro tenda. Un missile li ha fatti a pezzi. La gente ha passato tre giorni a raccogliere brandelli di carne intorno alla tenda.’
«Il ragazzo disse questo fissando qualcosa in lontananza, come se la scena fosse apparsa all’improvviso davanti ai suoi occhi. Poi si ricordò di qualcosa, interruppe il racconto e chiese: “E Aboud? Dov’è? Perché oggi non è venuto a scuola?”
“Aboud, oh, Aboud! Gli sono state amputate entrambe le gambe. Mentre dormiva, un frammento di granata ha squarciato la tenda e si è abbattuto proprio su di lui. Quando si è svegliato, l’hanno trovato senza gambe.»
«E il nostro insegnante, il signor Issam? Hai visto il signor Issam oggi?»
«Non hai sentito cosa gli è successo? Il signor Issam è stato colpito da un proiettile mentre era in fila per fare il pieno d’acqua in centro, ed è rimasto paralizzato. Ora è in una tenda. Non reagisce né risponde.»
“«E Hani? Hani, quando sono tornati a casa loro al nord, il muro è crollato su di loro. È morto, insieme alla sorellina e alla mamma, e suo padre è impazzito per questo. Te lo dico io, cavolo, va in giro per le strade gridando: “I miei figli e la loro madre. Oh Dio, i miei figli e la loro madre.”».
Con questa visione scioccante Amira Hass chiude il suo reportage. Racconti dall’inferno. Di un popolo martoriato che chiede conto di una condizione disumana a cui è costretto. Lo chiede a Israele, alla comunità internazionale. E anche ad Hamas, che ha giocato la sua partita di potere sulla pelle dei gazawi.
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