La tua loquela ti fa manifesto
[Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto X, v. 22]
C’è un’idea apparentemente semplice che attraversa tutto L’istruzione dell’immaginazione. Il linguaggio come tecnologia di comunicazione sociale, pubblicato da Mimesis e curato nell’edizione italiana da Damiano Cantone. Semplice almeno finché non si prova a prenderla sul serio, perché quando parliamo con qualcuno non gli consegniamo ciò che abbiamo nella testa, non trasferiamo un’esperienza, un ricordo, un dolore o un’immagine, ma gli forniamo delle istruzioni affinché possa costruire dentro di sé qualcosa che assomigli abbastanza a ciò che vorremmo comunicargli. È da questo spostamento, piccolo soltanto in apparenza, che Daniel Dor fa partire una teoria capace di rimettere in discussione molte delle cose che siamo abituati a pensare quando pronunciamo la parola linguaggio.
Dor, linguista e teorico dei media israeliano, si è recentemente ritirato dalla sua attività di professore all’Università di Tel Aviv.
È noto per la sua teoria del linguaggio come tecnologia sociale e per numerosi studi sull’origine, la funzione e il potere sociale del linguaggio; è inoltre un attivista per la democrazia e ha cofondato l’organizzazione The Social Guard. Non sono informazioni biografiche da mettere semplicemente in fila prima di entrare nel libro, perché aiutano a capire la posizione dalla quale Dor guarda il proprio oggetto di studio. Il linguaggio, per lui, non è qualcosa che possiamo rinchiudere nella testa degli individui e osservare separatamente dal mondo nel quale quegli individui vivono, ma qualcosa che nasce tra gli esseri umani, si costruisce attraverso di loro e finisce a sua volta per modificarli.
Il libro è impegnativo, anche se Dor compie un continuo sforzo per accompagnare il lettore attraverso esempi, esperienze quotidiane e situazioni riconoscibili. Dietro questa volontà divulgativa rimane però una formazione scientifica imponente e un confronto serrato con linguistica, neuroscienze, psicologia, biologia evolutiva e antropologia, tanto che leggerlo, almeno per chi come me non proviene da una formazione accademica in questi campi, significa accettare di procedere lentamente e soprattutto di perdere per strada alcune certezze. La prima è forse la più radicata, perché siamo abituati a pensare al linguaggio come a una facoltà che possediamo, qualcosa che sta dentro di noi e che utilizziamo per esprimere ciò che pensiamo. Dor rovescia la prospettiva e propone di considerarlo una tecnologia inventata collettivamente dagli esseri umani, non nel senso ingenuo per cui qualcuno, un giorno, avrebbe inventato le parole, ma come risultato di un lunghissimo processo sociale fatto di tentativi, aggiustamenti, convenzioni, fallimenti, innovazioni che si sono sedimentate nel tempo. Prima abbiamo inventato il linguaggio e poi, in una relazione sempre più complessa, il linguaggio ha cominciato a cambiare noi.
È questo rovesciamento a rendere il libro interessante anche per chi linguista non è, perché a un certo punto la domanda non riguarda più soltanto il funzionamento di una frase o il modo in cui un significato viene codificato, ma diventa molto più elementare e insieme vertiginosa. Che cosa facciamo veramente quando parliamo? La risposta di Dor è già contenuta nel titolo del libro, perché noi istruiamo l’immaginazione dell’altro. Se racconto una stanza nella quale sono entrato ieri, posso descrivere la luce, una finestra socchiusa, il rumore proveniente dalla strada, una donna seduta accanto al letto, ma non posso trasferire quella stanza nella testa di chi mi ascolta. Posso soltanto usare le parole affinché l’altro ne costruisca una propria, che non sarà mai esattamente la mia e che forse le somiglierà soltanto in parte, ma che sarà sufficiente, se la comunicazione funziona, perché tra noi accada qualcosa.
Qui il libro raggiunge un crinale che va molto oltre la linguistica, perché siamo abituati a pensare che comunicare significhi ridurre progressivamente la distanza che ci separa, mentre Dor mostra che la comunicazione esiste proprio perché quella distanza non può essere eliminata. Io non posso entrare nella tua esperienza e tu non puoi entrare nella mia, e il linguaggio non abolisce questa impossibilità ma costruisce continuamente qualcosa che permette di attraversarla senza cancellarla. La conseguenza è enorme, perché se parlare significa istruire l’immaginazione dell’altro, comprendere qualcuno non può significare possederne l’esperienza, ma costruirne una rappresentazione attraverso le istruzioni che riceviamo e attraverso tutto ciò che noi stessi portiamo nell’atto di ascoltare, la nostra memoria, le esperienze precedenti, le paure, il corpo, ciò che abbiamo visto e perfino ciò che non abbiamo mai visto. È per questo che due persone possono ascoltare la stessa frase e costruire mondi differenti senza che necessariamente una delle due abbia capito e l’altra no.
Dor compie poi un secondo passaggio decisivo, sostenendo che il linguaggio non sia comparso già pronto dentro un cervello umano predisposto ad accoglierlo, ma sia il risultato di una tecnologia sociale sviluppatasi attraverso un processo di invenzione collettiva che, una volta entrata nella vita degli esseri umani, ha cominciato a trasformare anche loro. Non abbiamo semplicemente sviluppato il linguaggio perché possedevamo un cervello adatto a parlarlo, ma abbiamo sviluppato determinate capacità anche perché avevamo cominciato a parlare. È una prospettiva che modifica il nostro modo di pensare il rapporto fra esseri umani e tecnologia, perché siamo abituati a domandarci che cosa gli strumenti facciano all’uomo, dimenticando che la storia umana è anche la storia di strumenti inventati collettivamente che, una volta diventati parte della nostra esperienza, hanno modificato i loro stessi inventori. Il linguaggio, in questa prospettiva, è probabilmente la tecnologia più radicale che abbiamo costruito.
Ed è difficile leggere oggi queste pagine senza pensare all’intelligenza artificiale, non perché Dor ne faccia il centro del libro, ma perché la sua teoria rende quasi inevitabile una domanda che riguarda precisamente il nostro presente. Se il linguaggio è una tecnologia sociale nata dall’incontro fra esperienze umane irriducibilmente diverse, che cosa accade quando una macchina diventa capace di utilizzare con straordinaria efficacia le forme prodotte da quella storia senza avere attraversato le esperienze dalle quali quelle forme sono nate? Una macchina può produrre istruzioni linguistiche capaci di attivare la nostra immaginazione, può raccontare una perdita senza aver perduto nessuno, descrivere la paura senza aver avuto paura, parlare della morte senza poter morire, e il fatto che quelle parole producono qualcosa dentro di noi non dimostra affatto che dall’altra parte esista un’esperienza equivalente alla nostra. Dimostra piuttosto quanto sia potente la tecnologia linguistica che gli esseri umani hanno costruito e quanto facilmente possiamo dimenticare la distanza tra una parola capace di generare un’esperienza nell’ascoltatore e l’esistenza di un’esperienza in chi quella parola la pronuncia.
È forse a questo punto che L’istruzione dell’immaginazione smette definitivamente di essere soltanto un libro sul linguaggio e diventa, almeno per il lettore che sono io, un libro sulla distanza che ci separa e sulla straordinaria invenzione attraverso la quale abbiamo imparato a non esserne prigionieri. Parliamo proprio perché non possiamo consegnarci interamente gli uni agli altri, inventiamo parole perché l’esperienza non può essere trasferita e, ogni volta che qualcuno ci parla, compiamo un gesto molto più complesso di quanto normalmente immaginiamo, perché prendiamo delle istruzioni, le intrecciamo con ciò che siamo stati, con ciò che ricordiamo, con quello che abbiamo perduto e con ciò che temiamo, e proviamo a costruire dentro di noi qualcosa che appartiene a un altro. Non sarà mai la stessa cosa, e forse il punto non è nemmeno che lo diventi, perché la comunicazione umana potrebbe cominciare proprio nel momento in cui riconosciamo che tra me e te resterà sempre una distanza e che il linguaggio non è stato inventato per cancellarla, ma per permetterci, nonostante quella distanza, di continuare a cercarci.
Daniel Dor
L’istruzione dell’immaginazione
Il linguaggio come tecnologia di comunicazione sociale
A cura di Damiano Cantone
Mimes Edizioni
Collana: I confini dell’anima
2026, 312 pp.
ISBN: 9791222329475
Opzioni di acquisto
Edizione cartacea € 24,00 € 22,80
Ebook – ePub/Mobi € 16,99
L’articolo Il linguaggio non porta il mondo da una testa all’altra proviene da ytali..