C’era un equilibrio, in Laguna. Lento, reversibile, tenuto insieme da secoli di pazienza: terra e acqua che si scambiavano spazio senza che nessuno dei due vincesse. I nostri avi lo avevano capito, e per questo lo hanno curato.
Oggi quell’equilibrio non c’è più. Siamo passati, per usare una metafora, dall’età del Legno all’età del Ferro. Solo che questo ferro ha preso la forma di colossi del mare: navi da oltre 55 mila tonnellate di stazza che, senza alcun danno apparente e in virtù del potere economico, entrano in un ambiente delicato come se nulla fosse.
Gli escamotage per colpire al cuore la Laguna sono in atto e sono ostinati. Li firmano i tecnici al servizio di un mercato che rifugge le riflessioni scientifiche, e con esse l’interesse comune — figurarsi quello ambientale. Si costruiscono banchine su ogni sponda di Porto Marghera, e nel farlo ci si complica la vita non poco, andando contro ogni ragionevole dubbio di incidente rilevante. Tutto comincia dagli scavi incondizionati del fondo lagunare, pieno di inquinanti di ogni classe di nocività. Il fine è uno solo: trasformare la Laguna — che chiamano “regolata” — in un vero braccio di mare.
Di “regolato”, però, non troviamo traccia. Solo uno slogan che nasce da strategie portuali in assenza di un Piano: il Piano Regolatore Portuale è fermo da oltre mezzo secolo e attende invano che qualcuno ne definisca davvero i limiti. E i limiti, qui, sono la questione essenziale.
Il paradosso è questo: i progetti vengono smembrati, e ogni frammento ha un solo scopo — sfuggire alle prescrizioni della Commissione di Impatto Ambientale. Si tagliano come un salame, salami slicing, tecnica che peraltro è un vincolo procedurale prescritto dall’Unione Europea. Oggi si adotta questa strategia, messa a punto da progettisti che aprono varchi nelle maglie delle valutazioni, quelle che dovrebbero considerare la Laguna come un complesso unico in rapporto alla portualità lagunare. E mentre la direzione resta confusa — una “Laguna regolata” che è solo uno slogan — la si condisce con altra confusione: concorsi di progettazione internazionali gestiti con dinamiche ancora più opache, quando non negligenti, per fare ciò che sarebbe naturalmente ovvio. Portare i due porti, quello crocieristico e quello mercantile, fuori dalla Laguna.
Il MOSE e i limiti invalicabili
Perfino un Nobel dell’Acqua ha posto questioni collaterali sulle conseguenze che la Laguna subisce per la presenza del MOSE, il modello sperimentale elettromeccanico. Il quadro complessivo, messo insieme, pone limiti invalicabili. Alcune questioni si cerca di scavalcarle. La produzione delle onde da parte dei piccoli e medi natanti erode i margini dei canali, a una profondità che oggi supera i due metri e che meno di un secolo fa era di settanta centimetri sul medio mare.
Le casse di colmata, previste con una funzione di transizione e dissolvenza dei sedimenti, vengono sigillate sui bordi: invece di rinaturalizzare i fondali con le fanerogame, impediscono ai sedimenti ricchi di nutrimento di essere trattenuti e li lasciano uscire in mare. Il Canale di Malamocco-Marghera viene sigillato con il ferro al posto del legno: se ne discute da quasi trent’anni, e la questione è stata posta più volte anche in sede pubblica.
La segnalazione dei canali poco profondi, pensata per evitare di incastrarsi nelle secche, oggi diventa il maggior pericolo per i natanti. Forse no. Esistono brevetti che risolvono il problema: peccato restino chiusi nei cassetti ministeriali. L’ufficio di Piano del Consorzio Venezia Nuova, che rispondeva agli ordini, li ha tenuti lì.
Poi c’è la creazione di un habitat artificiale: le barene, che hanno subito l’ignavia e la cialtroneria di un’incompetenza ancora disposta a sostenere progetti irreversibili e dannosi. Ne citiamo uno solo. La progettazione per mantenere le dune degli Alberoni ha dell’incredibile: gabbie di massi tenute come se fossero scarpate montane, in mezzo a una spiaggia che andrebbe salvata con altre tecniche e altra tecnologia. Per esempio il sollevamento geologico dello strato profondo del terreno — anche questo nascosto nei cassetti degli uffici istituzionali. Ricordiamo l’ingegnere Gambolati, o il professor Dal Corso, che predica da decenni come si dovrebbe fare.
E poi le prescrizioni della VIA per lo scavo dei canali portuali, con la creazione di un’isola artificiale da 55 ettari riempita di fanghi inquinati e sigillata ad hoc. Alla faccia del paesaggio lagunare.
Materiali ammissibili in Laguna
Ci fermiamo qui, ma non sarebbe finita. Nell’elenco va ricordata anche la vicenda dei materiali ammissibili per la Laguna: otto anni di sperimentazione prima di un’autorizzazione che fa acqua da tutte le parti. Alla fine siamo davanti a uno scempio sistemico, tenuto in piedi da un sistema di decisioni che non tiene insieme ambiente, portualità e sicurezza. E c’è un’assurdità di fondo. In Laguna, se si sa navigare con cautela e non si sfreccia a 80 chilometri orari, non succede nulla. Oggi invece chi la amministra produce danni — si fa per dire — a ogni onda che passa. Finché alla fine ci scappa il morto.
Avevamo iniziato un percorso grazie ai commissari anticorruzione dell’ANAC, che ancora si maschera — leggi: palude. Nel 2018 c’era stata una forma, pur abbozzata, di Dibattito Pubblico: portare le conoscenze scientifiche raccolte da esperti e professionisti al tavolo dell’istituzione pubblica, quello che prima era dominio della più rappresentativa istituzione di salvaguardia della Laguna di Venezia — il Magistrato alle Acque, poi Provveditorato alle Opere Pubbliche, infine Autorità per la Laguna.
Oggi quel nuovo organo, nato da un parto lento, lungo, incerto e mai concluso, si prostra davanti a un’altra autorità: l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale.
Del Piano della Morfologia della Laguna aspettiamo che lo si metta a regime — si fa per dire — per tutto il Sistema Laguna. Siamo solo noi a parlarne. Non se ne discute più.
Tutto ciò è davvero paradossale
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