La vicenda di Maricarmen ha fatto il giro d’Europa e del mondo, arrivando anche all’Onu. A 87 anni, invalida al 50 per cento, vive da sola a Madrid, nella stessa casa di calle Alcalde Sainz de Baranda, nel barrio del Retiro, da 71 anni. Viveva, perché il 23 settembre è stata sfrattata con la forza dalla polizia. Vivrà, perché la lotta sociale paga e arriva dove la politica nelle istituzioni non riesce a spingersi e lo sdegno della pubblica opinione ha costretto il Comune di Madrid e la proprietà a offrirle di rientrare.
Ma, attorno a Maricarmen, è successo molto di più, come ha raccontato acutamente Guillem Martínez su Contexto. Si è imposto un nuovo soggetto politico che nessuno aveva visto arrivare, il Sindacato inquilini. Con un obiettivo duplice: soluzioni per l’emergenza e riforme strutturali del mercato immobiliare. Un riformismo di massa, con obiettivi concreti, nel solco delle democrazie liberali, versante socialdemocrazia e liberalismo illuminato, e prima del welfare asburgico, il cui impatto sulla politica e la società è tale che si parla di sciopero generale e voto anticipato.
Il 23 settembre arriva lo sfratto. Centinaia di persone presidiano la casa. Protesta non violenta e brutalità della polizia si confrontano. L’irruzione, le urla, tutto nella quasi diretta nazionale dei social e della televisione, con Maricarmen che esce in barella per essere ricoverata in ospedale, dove sta ancora oggi. Non una sconfitta ma la fine della prima fase.
Televisioni e social media rimandano in diretta i drammatici momenti dello sfratto di Maricarmen
La seconda inizia immediatamente dopo lo sgombero, quando vengono piazzate le tende nella Plaza del Sol. Tornano Las camapadas, viene subito in mente il 15M, gli Indignados. Il movimento si allarga a altre città, alcuni presìdi c’erano stati già prima dello sgombero, si vuole Maricarmen a casa, si vince. Comune e proprietà cedono, offrono il ritorno.
Ma non è finita. Inizia la terza fase. L’obiettivo è un decreto che affronti le emergenze e imposti una diversa politica della casa. Le tende si moltiplicano, e anche le città. Sin qui l’organizzazione e il controllo della piazza è del Sindacato inquilini. L’obiettivo è costringere governo e parlamento a affrontare la questione.
Come Maricarmen in Spagna stanno migliaia di famiglie. A settembre due persone, una donna di 47 anni e un uomo di 60 si sono tolti la vita, lei a seguito di uno sfratto, lui in previsione.
Maricarmen, che ha chiamato alla lotta dal letto d’ospedale non la abbandona. Non ha ancora risposto alle offerte istituzionali.
La Plaza del Sol continua a riempirsi, Isabel Ayuso, la presidente della Comunità, chiede al governo lo sgombero per i danni al turismo e al commercio, il sindaco del Pp, José Luis Martínez-Almeida, pubblica foto denunciando la presenza di armi nella piazza, nell’immagine: un banchetto con pane a fette, barattoli di hummus e un coltello da cucina per tagliare il pane.
“Maricarmen non ha perso la casa mercoledì. Il suo sfratto è iniziato sette anni prima, col primo avviso. Dopo arrivò la paura, gli avvocati, le azioni legali e l’incertezza”
Il governo lavora a un decreto. La maggioranza dell’investitura è da tempo dispersa, inizia una trattativa. I numeri sono quelli ma la svolta la dà Junts che sollecita il governo ad intervenire.
Ogni passaggio ora viene sottoposto ai catalani. Dopo le resistenze iniziali il Pnv è della partita, così anche Coalición Canaria (CC). Sánchez divide in due il decreto proprio per consentire a Junts di non votare le parti che respinge, uno con le misure urgenti di blocco degli sfratti, l’altro con misure più strutturali. Con il Sì di CC basta l’astensione di Junts, mercoledì mattina sembra fatta ma nella giornata le cose precipitano. Junts inizia a lanciare segnali in senso contrario. Sino all’epilogo di venerdì.
I giochi sono fatti. Junts si è smarcata. Migliaia di persone manifestano nei pressi del Congresso aspettando il voto. Sánchez interviene in aula a sorpresa: “La storia vi giudicherà, prima e più duramente di quanto pensiate”. È l’annuncio delle elezioni anticipate?
Torniamo indietro, e vediamo cosa sta succedendo in Spagna. Non solo che un governo è stato sconfitto in aula, avendo presentato un decreto senza sapere se aveva i numeri; non la ricerca di un casus belli del cinico Sánchez o delle opposizioni di destra. La politica in questa fase non guida, insegue la società.
Un movimento nato attorno alla vicenda di Maricarmen, portato avanti dal Sindacato inquilini di Madrid che ha affiancato Maricarmen da anni, ha ribaltato l’agenda del dibattito pubblico, costretto i partiti e il governo ad agire e ha modificato profondamente il sentiment (detta all’inglese) dell’opinione pubblica. Una componente della società ha riempito le piazze, costretto la politica a intervenire, portato il conflitto nel governo e in parlamento. Ha vinto la prima battaglia.
Questo accade perché la casa è realmente un dramma sociale in Spagna, interclassista, misura della crisi e della discesa verso la povertà relativa della piccola e media borghesia, dell’impossibilità di costruirsi un futuro per le giovani generazioni, attorno al quale si è costruita una lunga esperienza di lotta. !No tendrás una casa en tu puta vida! è stato uno slogan che ha anticipato il 15M. Denunciavano già più di 15 anni fa la mancanza di futuro degli stipendi bassi e degli affitti alti.
Un movimento riformista di massa che ha un programma politico sulla casa. Tutti hanno dovuto agire. Il governo di minoranza ha dovuto provare a mettere insieme una risposta almeno all’emergenza e trovare i voti. Ci ha provato. Per portare a casa almeno il blocco d’emergenza ha diviso in due il decreto, cosa non piaciuta al sindacato per cui il problema non era solo Maricarmen. Tutti si sono schierati.
Maricarmen, la simbolicità della brutalità del tutto, è stato il punto di caduta ma come lei stanno migliaia di famiglie, centinaia di migliaia di persone. In Spagna non è come qui, ti cacciano abbastanza al volo da casa. Se funzionasse così da noi vedremmo pure qui le barricate. Guardiamo al contesto.
Il contesto. Patrimonio immobiliare pubblico. Dati OCDE (approssimati per difetto). L’Olanda ha il 34 per cento di offerta sul mercato che è in mano pubblica, l’Austria il 23 (la media nazionale Vienna molto di più), Danimarca il 21, Inghilterra il 16, Francia il 14, e via così fino a Germania col 2,6, Italia 2,4, Spagna 1,3 (qui siam precisi e aggiungiamo che la Germania è sottostimata per modelli cantonali che non rientrano nei dati OCDE che porterebbero al 5 e virgola).
Dal 2015 al 2025 i prezzi di vendita sono aumentati di quasi il 70 per cento in media nazionale. A Madrid sono più che raddoppiati, a Barcellona l’aumento è stato del 40 per cento, in zone a vocazione turistica superano il 200 per cento.
Gli affitti, escludendo le proprietà di società e imprese e calcolando solo quelli delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, sono aumentati mediamente del 43 per cento nello stesso periodo, del 15 negli ultimi quattro anni con enormi picchi nelle grandi città e nei territori a vocazione turistica (qui gli aumenti strada per strada).
La concentrazione proprietaria. I primi dieci grandi proprietari di immobili detengono il 9,2 per cento del parco residenziale nazionale (dato Observatorio de Vivienda 2026).
Tra questi ci sono, in ordine decrescente, Blackstone a affiliate (Usa), CaixaBank (Spagna), Cerberus (Usa), Merlin (Spagna), CBRE (Usa), Vivenio (fondo pensioni), Avalon (Usa) per un totale di circa 170 mila alloggi. Numeri in crescita, il 19 per cento degli acquisti nel 2026 sono di queste entità.
Secondo il Banco de España (2023, dai Agencia Tributaria + INE): le residenze in affitto in mano a persone giuridiche (imprese, società di investimento immobiliare, entità finanziarie, fondi) sono circa l’8 per cento del totale, altre fonti le stimano oggi al 10. Ma i numeri ingannano. La España interior è paesi e cittadine svuotate, migliaia di immobili in vendita e affitto o semplicemente chiusi e fuori mercato. Le cose cambiano dove il mercato si muove davvero, nelle coste e nelle città dove la gente è andata a vivere.
A Madrid 380 società con più di 50 proprietà controllano oltre 90 mila immobili, ossia il 17,6 per cento dei contratti di affitto residenziali registrati. A Barcellona quelli con più di dieci immobili controllano il 44,7 per cento degli affitti.
L’azione dei grandi fondi è deleteria anche per il mancato controllo e la subordinazione della politica ai loro interessi. Con la crisi immobiliare del 2008 la bolla è scoppiata fragorosamente in Spagna. Le due sorelle mortifere del neoliberismo hanno controllato il processo.
Socializzazione delle perdite ha messo tutti gli attivi inesigibili in un unico Banco malo, pagato coi soldi pubblici. Privatizzazione dei profitti ha svenduto quegli attivi ai fondi, primo profitto, che hanno cominciato a sfrattare gli inadempienti dei mutui, poi tutti allo scadere dei contratti, moltiplicando diverse volte l’investimento iniziale e privilegiando, in quella che gli analisti considerano una tendenza che si manterrà in questi scenari mondiali, la vendita agli affitti “normali” (solo a Madrid Blackstone ha venduto nell’ultimo anno, dopo averli svuotati, oltre 3.000 immobili).
A Madrid le due mortifere impazzano. Eliminazione della tassa di successione, riduzioni delle tasse alle società, drastico abbattimento della burocrazia, cioè dei controlli, in un vero sistema di dumping fiscale e di deregulation normativa ai danni del resto delle Comunità autonome di Spagna.
Impatto sul reddito. Nel 2025, il costo medio dell’affitto (810 euro) ha superato il 50 per cento della mediana dello stipendio lordo nazionale (1,750 euro). Nel triennio 2023-’25 gli affitti sono aumentati in media del 30,7 per cento, con punte del 71 nella Comunità Madrid e del 70 in Catalogna e nelle grandi città; nelle zone a vocazione turistica, come le Isole Baleari o Malaga hanno registrato picchi del 300 per cento —e gli aumenti rendono difficile trovare lavoratori stagionali, ma anche insegnanti, poliziotti, infermieri, generando vere crisi in settori cruciali dei servizi.
Altra variante, l’arrivo degli stranieri. Quelli ricchi. Nell’era del lavoro da remoto, clima favorevole, servizi efficienti e buona offerta sanitaria attirano centinaia di migliaia di stranieri. Alcuni prendono la residenza, altri no; c’è chi vive tutto l’anno, chi saltuariamente; si concentrano sulle coste e nelle grandi città; con grande potere d’acquisto, contribuiscono ai rincari e alla riduzione dell’offerta.
La Ley de Vivienda del 2023 introduce diversi strumenti per contenere i prezzi, oltre ai poco efficaci sgravi fiscali per i proprietari che affittano, introducendo tra l’altro il concetto di Zona a tensione abitativa e fornendo strumenti normativi e fondi per regolare gli affitti. Sono però di libero recepimento da parte delle Comunità autonome che hanno potestà in materia. In Catalogna hanno determinato nelle zone specifiche una discesa dei prezzi, 4,7 per cento che sale all’8 a Barcellona, a cui però va scontata l’inflazione ma anche una riduzione dell’offerta degli affitti normali in favore di quelli temporanei.
Questo quadro aiuta a capire la portata della crisi abitativa in Spagna e come il tema della vivienda sovverta la classica distribuzione per affinità politica dell’opinione pubblica. Anche gli elettori di destra, inchiesta di 40db per El País, sono in maggioranza per il controllo dei prezzi, per il divieto ai fondi speculativi, per il blocco degli sfratti, compresi i piccoli proprietari. Anche loro sono vittime di queste regole del mercato. Un’inchiesta di Academia del Dato per El Diario, conferma il dato: il 73 per cento degli spagnoli, maggioranza assoluta anche tra gli elettori di destra, appoggia lo sciopero generale richiesto dal Sindacato inquilini (il 60 tra gli elettori di Pp e Vox). La paura è sottofondo comune: quasi il 75 per cento degli inquilini temono di essere sfrattati.
Sabato 3 ottobre mobilitazione a Madrid e in tutta la Spagna, le rivendicazioni principali in vista dello sciopero generale
Queste cose, che hanno radici profonde nelle società, cambiano le cose, mobilitano e smobilitano. Maricarmen, la lotta per la casa, hanno riscritto l’agenda. Ceuta, l’immigrazione, il Sánchez traditore ricattato dal Marocco, sono stati spazzati via. Torneranno. Ma è anche vero che l’agenda nuova cambia il clima. Resterà, proprio perché esprime un tema sentito da tutta la società spagnola e perché c’è una lotta sociale in atto che gode dell’appoggio della maggioranza e che non finisce col voto in aula.
C’è tensione, scontri tra poteri dello stato, un’offensiva politica ostile al governo di parte della magistratura, un vocabolario politico e mediatico becero e irresponsabile, torbide ingerenze nei nuovi media da parte di player internazionali, episodi sempre più frequenti di violenza politica di estrema destra, forze di sicurezza, diciamo così, non affidabilissime.
Sánchez coglie la nuova fase. È tra i più attrezzati a cavalcarla ma può anche esser disarcionato. Decine di migliaia scendono in piazza oggi in tutta la Spagna; lo sciopero generale è in costruzione; la protesta si allarga, si uniscono altre vertenze, sanità e scuola. Questa settimana deciderà le sorti della politica spagnola. Sánchez deciderà se andare subito alle urne sull’onda del conflitto o se prima impostare una battaglia parlamentare che, anche sulla casa, scriva il programma per le prossime elezioni, dando il tempo all’area a sinistra del Psoe di riorganizzare l’offerta elettorale.
La prossima settimana la Corte Costituzionale piegherà le ultime resistenze del Tribunale Supremo all’applicazione dell’amnistia, consentendo il rientro di Carles Puigdemont. Che il maggiore beneficiario della misura che ha messo Sánchez nel mirino delle destre, della vecchia guardia del Psoe, dei vertici della magistratura e di settori delle istituzioni, ringrazi così, molti non lo credevano possibile. L’amnistia, come spiega Enric Juliana, è stata, molto di più di uno scambio per l’investitura: un “Tutti dentro”. Dopo la crisi catalana, il ritorno alla normalità democratica.
E Junts è un partito di centrodestra nazionalista più affine al Pp che alle sinistre, in feroce concorrenza con l’estrema destra indipendentista di Aliança Catalana, che dilaga nei suoi feudi elettorali. Il primo ottobre, anniversario del referendum sull’indipendenza, è passato in sordina mentre Junts si schierava con Pp e Vox. Visti i numeri della crisi abitativa in Catalogna, e la penetrazione delle lotte per la casa, forse il suo rientro non sarà il trionfo che si aspetta.
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