Il 6 ottobre saranno tre mesi dal giorno in cui, senza alcun preavviso e in barba ogni procedura sindacale, il dottor Alfredo Romeo decide di sospendere le pubblicazioni dell’Unità. Senza alcun preavviso, punto. Lasciamo da parte il mancato rispetto delle procedure, definite con chiarezza dal contratto nazionale dei giornalisti, che regolano la cessazione delle pubblicazioni di una testata giornalistica. Diciamo che il dottor Romeo non è pratico dell’argomento. E non indugiamo troppo su un’altra strana singolarità: quella di un imprenditore che, a fronte ad una disponibilità d’acquisto manifestata pubblicamente dal Partito Democratico – per una cifra superiore a quella con cui il dottor Romeo ha acquisito l’Unità in una partecipata asta fallimentare -, decide che rifiutare l’offerta e far sparire l’Unità dal mercato, sia più congruo a una logica imprenditoriale. Da non lasciar perdere neanche un po’, invece, è la decisione del licenziamento in tronco dell’intera redazione, con una procedura che ha impedito alle colleghe e ai colleghi, di grande levatura umana e professionale, di poter utilizzare, prima della disoccupazione, l’ammortizzatore sociale della cassa integrazione. Due dei quattro colleghi hanno deciso di impugnare il licenziamento. Hanno fatto più che bene.
Ma ytali, rivista seria e avulsa da retroscenismi gossipari, credo che sia il luogo più consono per esternare un pensiero che mi ha accompagnato dal primo giorno della chiusura di un giornale che per scrive ha rappresentato in passato e ha continuato a rappresentare per i tre anni della sua riuscita con la direzione di Piero Sansonetti, una scelta di vita, in cui la storia di un impegno politico si è intrecciata con la professione giornalistica.
Le motivazioni “oggettive” che l’editore Romeo ha addotto a giustificazione della chiusura sono alquanto fragili, per non dire inesistenti. E allora mi sono chiesto: perché chiudere l’Unità? A chi giovava il suo silenziamento? In altri termini, a chi dava così fastidio?
La mia risposta sta nel lavoro svolto in questi tre anni. Nella denuncia quotidiana del genocidio perpetrato a Gaza da Israele. Sta nell’aver dato il risalto che meritavano ai documentati rapporti di associazioni umanitarie, agenzie Onu, Ong impegnate sul campo, sulla pulizia etnica congegnata e praticata dal peggiore governo della storia di Israele non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, a Gerusalemme Est: Oxfam, Emergency, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem, Peace Now, Unicef, Oms, Save the Children e altre e non meno meritorie ancora.
La “colpa” de l’Unità è stata di aver dato grande spazio alle voci scomode della diaspora ebraica italiana, come Anna Foa, Stefano Levi Della Torre, Gad Lerner, Moni Ovadia, Roberto della Seta, che, con grande coraggio e onestà intellettuale, hanno preso posizione contro la sciagurata politica di Netanyahu e di un governo in cui “i ministri fanno a gara a chi è più fascista” (copyright Haaretz). Sono scomode queste voci, ed era scomoda l’Unità che offriva loro un luogo giornalistico in cui argomentare con la necessaria profondità e spazio, le loro considerazioni su Israele, il sionismo, la deriva etnocratica dello Stato ebraico.
In editoria, come in politica, gli equilibrismi sono all’ordine del giorno. Ma quello del dottor Romeo andava troppo oltre ogni ragionevole decenza. Essere l’editore di un giornale, l’Unità, che apriva spesso sul genocidio di Gaza, e anche l’editore di un giornale Il Riformista, negazionista del genocidio, esaltatore della “guerra di difesa” di Israele in Palestina, in Libano, in Iran. Un giornale che denuncia come antisemiti tutti i parlamentari che diranno no alla Camera a un indecente ddl sul tema.
Una delle due voci andava chiusa: l’editore ha scelto di chiudere l’Unità. Chiudere e buttare le chiavi. Perché agli ultras pro-Isra, pezzo di un establishment che conta, e quanto conta, nel fare o disfare carriere giornalistiche e dare patenti di credibilità a politici e imprenditori, non basta il “congelamento” deciso dal dottor Romeo. Ciò che vogliono è che l’Unità non esca più. Che non finisca nelle mani di un partito, il Pd, la cui segretaria ha ribadito, anche nella sua relazione alla Direzione nazionale di venerdì, che Benjamin Netanyahu è un criminale, che a Gaza si continua a morire, che per un minimo di decenza l’Italia dovrebbe uscire da quel circolo di immobiliaristi miliardari amici di Trump che popolano il Board of Peace per Gaza, nel quale il governo italiano ha pietito di stare (vero ministro Tajani?).
E allora sì, ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ci metta, come si suol dire, la faccia.
Lunedì prossimo, Il Riformista si è fatto promotore di una iniziativa, in una sala prossima al Senato, presentata con il seguente titolo: Lunedì 5 in Senato Il Riformista dice no agli antisemiti.
Se l’Unità fosse stata ancora in vita, avrebbe motivato le ragioni per cui il più grande alimentatore dell’antisionismo (che il ddl in questione equipara de jure e de facto all’antisemitismo) al mondo sia il Primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu, il cui inverecondo discorso alle Nazioni Unite, svoltosi davanti a una platea di delegati semivuota, il giornale diretto da Claudio Velardi ha titolato in prima pagina: “Lezione di civiltà”.
All’imprenditore Romeo, che in una sua uscita pubblica ha affermato che il suo desiderio era quello di “riportare a casa l’Unità” (la “casa” Pd), chiedo umilmente: Se questo è ciò che desidera, ed è quello che hanno auspicato più di quaranta personalità del mondo della cultura, tra le quali Edith Bruck chiedendo il ritorno in edicola dell’Unità, perché non accetta l’offerta del Partito democratico?
Chiedere di essere parte di una nuova società editrice dell’Unità e al tempo stesso editare un foglio che sembra una fanzine pro-Netanyahu, be’ questo è francamente troppo.
Neanche all’ambasciata israeliana lo capirebbero.
L’articolo l’Unità, Israele e una chiusura che interroga proviene da ytali..