SECONDA PARTE DI UN SAGGIO IN TRE PARTI
PRIMA PARTE
Dopo la prima parte prosegue la pubblicazione del saggio del prof. arch. Attilio Petruccioli, esperto e profondo conoscitore dell’architettura islamica, che ha accolto l’invito a intervenire nel dibattito sulla Moschea di Venezia sviluppando il tema della costruzione di una moschea come progetto di ARCHITETTURA. Il saggio arricchisce con un contributo qualificato di Architettura le riflessioni sulla Moschea di Venezia che Ytali ha avviato con Bangla. Il divieto di pregare e il diritto di protestare, La Moschea. Discutiamone, Moschea una bella sfida per l’architettura e poi con La moschea dei veneziani
La memoria della comunità: la tradizione architettonica bengalese
Il primo problema riguarda il rapporto tra la nuova moschea e la memoria della comunità che la promuove. Personalmente ritengo che non vi sia alcuna ragione per negare ai musulmani bengalesi di Venezia il diritto di riconoscere nella propria moschea i caratteri della tradizione architettonica alla quale appartengono. Questo diritto non deve necessariamente tradursi nella riproduzione di forme storiche, ma non può neppure essere sacrificato in nome di una presunta neutralità del linguaggio architettonico.
La memoria di una comunità, infatti, non si esprime soltanto attraverso repertori decorativi o segni di riconoscimento religioso. È soprattutto una memoria costruttiva, sedimentata in un particolare modo di concepire lo spazio, di organizzare le strutture e di utilizzare i materiali. Nel caso bengalese, la tradizione delle moschee ha sviluppato un organismo caratterizzato da una forte presenza plastico-muraria. Volumi compatti, pareti di notevole spessore, strutture continue e coperture a cupola costituiscono alcuni dei caratteri ricorrenti di questa architettura. Le cupole, spesso numerose e di dimensioni differenti, non sono soltanto elementi di riconoscibilità esteriore, ma partecipano alla definizione della gerarchia degli spazi interni, rendendo leggibile dall’esterno l’articolazione dell’organismo.
Sul piano dei materiali occorre una precisazione: nella tradizione storica del Bengala il laterizio, ricavato dall’argilla del delta, è stato il materiale prevalente, mentre la pietra è stata utilizzata più raramente, anche come rivestimento. Questa precisazione non modifica il carattere fondamentale della tradizione che ci interessa: una concezione della costruzione basata sulla continuità della massa muraria, sulls resistenza a compressione e sulla relazione diretta tra struttura verticale e copertura. Le grandi moschee bengalesi documentano precisamente questa combinazione di murature spesse, pilastri e sistemi di copertura a cupole multiple.
È dunque legittimo che la nuova moschea recuperi alcuni di questi caratteri. Anzi, sarebbe un errore progettuale pensare che l’edificio debba rinunciarvi per risultare accettabile in un contesto europeo. Una comunità che costruisce il proprio principale luogo di culto non può essere privata della possibilità di riconoscervi la propria memoria. Naturalmente, riconoscere questo diritto non significa riproporre meccanicamente una moschea del Bangladesh a Venezia. Una simile operazione si risolverebbe in una trasposizione geografica, priva di una reale elaborazione architettonica. La questione è piuttosto quella di distillare i caratteri fondamentali di quella tradizione, riconoscendone la logica costruttiva e spaziale.
È qui che il concetto di continuità della storia assume un significato concreto. Non si tratta di conservare un repertorio formale, ma di comprendere quali principi abbiano generato quelle forme e in che modo possano continuare a operare in condizioni differenti.
La memoria del luogo: la tradizione costruttiva veneziana
Al primo problema se ne contrappone un secondo, altrettanto importante, che riguarda il contesto fisico di Venezia. Se riconosciamo alla comunità bengalese il diritto di rappresentare la propria memoria attraverso l’architettura, dobbiamo riconoscere anche al luogo il diritto non soltanto di essere rappresentato, ma di assumere un peso determinante nella costruzione del progetto. Questa posizione discende da una concezione dell’architettura che considero fondamentale: il luogo non è semplicemente l’oggetto sul quale interviene il progetto, né un insieme di condizioni ambientali e urbanistiche da rispettare. È un deposito di conoscenze, di tecniche, di consuetudini costruttive e di principi spaziali che hanno contribuito a formare nel tempo una determinata cultura architettonica. In questo senso, il luogo non offre soltanto vincoli, ma anche le ragioni profonde del progetto.
La tradizione costruttiva della laguna veneziana presenta caratteristiche molto diverse da quelle appena descritte. È storicamente una tradizione relativamente leggera ed elastico-lignea, nella quale la struttura lignea e gli elementi murari concorrono alla definizione dell’organismo attraverso sistemi differenziati. La costruzione si articola in due tempi: quello della definizione delle strutture e quello della chiusura e copertura dello spazio. Questa distinzione ha avuto conseguenze profonde sulla concezione dell’edificio, sulla sua organizzazione spaziale e sulla possibilità di articolare strutture relativamente snelle e ambienti di grande apertura. Non è casuale che proprio in questo contesto abbia trovato particolare fortuna l’architettura gotica, con la sua capacità di trasformare la leggerezza strutturale in un principio compositivo e spaziale. La spazialità veneziana non è il prodotto di un’immagine stilistica sovrapposta a una struttura indifferente: è l’esito di una lunga elaborazione costruttiva, nella quale il rapporto tra sostegno, copertura, luce e chiusura ha assunto una precisa identità.
Ci troviamo quindi di fronte a due tradizioni che esprimono concezioni profondamente differenti della costruzione. Da una parte, quella bengalese, caratterizzata dalla continuità della massa muraria, dalla resistenza a compressione e dall’accorpamento delle operazioni di chiusura e copertura; dall’altra, quella veneziana, caratterizzata da strutture relativamente leggere, elastiche e da una distinzione tra il sistema portante e quello di copertura. Non sono differenze superficiali, risolvibili attraverso una scelta di materiali o di linguaggio. Sono due diversi modi di concepire l’organismo architettonico.
SEGUE / TERZA PARTE
L’articolo Perché una moschea [2] proviene da ytali..