“Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa”: a parlare è la madre di uno dei due ragazzi della cosiddetta banda della minicar, i giovani di 16 e 17 anni che nella notte tra il 4 e 5 ottobre si sono resi protagonisti di sei aggressioni tra cui quella all’attore Davide Iacopini che è stato operato due volte alla testa dopo aver sbattuto contro un’auto in sosta con il suo monopattino. La donna è la mamma del giovane seduto dal lato del passeggero: “Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti”.
La donna rivela di aver “sperato fino all’ultimo che non fosse così, all’inizio non potevo immaginarlo. Poi ho cominciato a chiedergli: ‘Ma sei sicuro? Non c’entri niente?’. Lui negava e io gli ho creduto, che altro potevo fare? Poi ho smesso di dormire perché qualcosa mi sentivo”. E ancora: “Ho visto mio figlio diverso, l’ho visto piangere. Ieri notte l’ho visto vomitare. Si è portato, insieme al suo amico, un peso che non ha avuto il coraggio di raccontare. Ma io sono la madre: lo sentivo come respirava dentro. Ho chiamato la mamma dell’altro ragazzo, quello con la minicar, abbiamo iniziato a monitorare ogni passo. Fino all’altra notte”.
La signora, poi, rivela quello che le è stato raccontato dal figlio: “Non volevano dare nessuna bastonata, mio figlio mi ha raccontato che nelle loro intenzioni doveva essere uno scherzo: spaventare i passanti. Gli ho spiegato che uno scherzo smette di essere tale quando mette in pericolo un’altra persona. Non posso sapere tutto quello che è successo, posso soltanto riferire ciò che lui mi ha detto”. Sulla scarpa che il ragazzo avrebbe perso dopo un presunto calcio, la mamma dice che il figlio le ha raccontato “una dinamica diversa. Saranno gli investigatori ad accertare come siano andate realmente le cose. Io non ero lì e non intendo sostituirmi a chi deve fare chiarezza”.
La donna, poi, descrive il figlio come “un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social. Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro”.
Ora il giovane, secondo quanto raccontato dalla mamma, “piange in continuazione. Mi ha detto che ha sognato quel ragazzo, Iacopini, e sua madre. Il mio pensiero va continuamente a lei. Non oso immaginare cosa stia vivendo. Non pretendo che comprenda il mio dolore, perché oggi il suo è immensamente più grande. Vorrei soltanto poterla incontrare e chiederle scusa. Senza cercare giustificazioni”. Al figlio ha detto “che dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni. Io non posso cancellare quello che è successo, ma posso continuare a educarlo, anche attraverso questo dolore. Perché essere madre non significa difendere sempre un figlio. A volte significa avere il coraggio di metterlo davanti alle proprie responsabilità”.