Sì, quello assegnato lunedì 26 ottobre a Harry Kane è stato senza dubbio anche un Pallone d’oro alla carriera. Probabilmente, i mammasantissima di France Football non hanno voluto ripetere l’errore compiuto nel 2020, quando, a causa del Covid, negarono a Lewandowski un riconoscimento che, in quel momento, avrebbe meritato più di chiunque altro. Quanto a Mbappé e Yamal, sono ancora giovani e avranno tempo per rifarsi, al pari di Jude Bellingham, un altro che ha disputato un Mondiale sontuoso e avrebbe dovuto ricevere un riconoscimento alla propria bravura.
Il punto è che contestiamo ormai da anni la stantia formula del Pallone d’oro: questa pretesa di eleggere “il più”, anziché premiare i campioni per ruolo, come in parte si è cominciato a fare con i portieri e come purtroppo non avviene per gli altri.
Avrebbe senso un qualunque festival cinematografico se venissero decorati solo gli attori o solo i registi? E avrebbe senso un premio letterario se venissero ricoperti di gloria solo i saggisti o solo, i poeti o i romanzieri? Chissà perché, nel calcio tutto questo continua a sembrarci normale!
Tornando a Kane, ha vinto un fenomeno, un centravanti d’altri tempi, un Gerd Müller di nazionalità britannica, un trascinatore come se ne vedono pochi, un attaccante di razza che ha trovato in Baviera il proprio Eldorado, dopo tante, forse troppe stagioni trascorse a Londra, sponda Tottenham, in un contesto importante ma non all’altezza delle sue aspirazioni.
E così, nella natia Inghilterra, per la prima volta nella storia palcoscenico della cerimonia, il puntero inglese, in grado di vivere un Mondiale da protagonista, trascinando la Nazionale dei tre Leoni al terzo posto, miglior risultato dal ’66, si è imposto sui due dioscuri dell’eterna sfida spagnola, entrambi forse puniti anche per la loro eccessiva presunzione, per i toni insopportabili che hanno assunto, per l’autocandidatura ai limiti dell’arroganza e per l’ostentazione del potere, della ricchezza e del successo che ha caratterizzato le loro ultime settimane, fino a renderli invisi ai più.
Imparassero, dunque, dalla compostezza di un uomo, prim’ancora che di un fuoriclasse, che non si è mai esaltato, che ha saputo accettare numerose sconfitte con la massima dignità, che è dovuto arrivare a trentatré anni per veder riconosciuto il proprio talento e che non nutre le ambizioni smisurate dei due rivali e proprio per questo, a nostro giudizio, risulta assai più decisivo!
Imparasse l’egoista Mbappé che non esiste solo lui e che a Madrid di fenomeni ne hanno visti a centinaia!
Imparasse il genietto Yamal che va bene essere stato baciato dalla grazia, con tanto di bagnetto nella tinozza ad opera di Messi quando era un neonato, ma andare in giro a raccontare di essere un qualcosa di paranormale anche no!
Imparassero, insomma, a contenersi, a darsi meno arie, a non rendersi insopportabili, a rispettare gli avversari e, di fatto, anche se stessi e la propria gente!
Il mondo applaude Harry Kane al maschile e Alexia Putellas al femminile, due esempi di come si possa essere grandi senza mai pretendere di essere al centro della scena a tutti i costi, senza mai eccedere nei comportamenti, senza mai diventare fastidiosi e senza mai pretendere una ribalta che va conquistata con passione e sacrificio, senza pensare che tutto, solo perché madre natura ti ha dotato di una classe di gran lunga superiore alla media, ti sia dovuto.
È stato, a pensarci bene, il Pallone d’oro dell’umiltà, della maturità, dell’abnegazione e dello spirito di sacrificio. In un mondo di maschere, egocentrici, saccenti, esaltati di ogni ordine e grado e campionissimi ancora immaturi dal punto di vista caratteriale, i giurati non avrebbero potuto scegliere meglio.
A Madrid e a Barcellona riflettano: hanno in casa due astri destinati a brillare nel tempo, a patto che escano dalla logica dell’individualismo, tipica ahinoi di quest’era caratterizzata dai social, e decidano di porsi al servizio della squadra. In caso contrario, verrebbero ricordati come due straordinarie occasioni perdute.
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