Qualche giorno fa Virginia Libero ha detto: «Organizzeremo i disertori». È un’invettiva che arriva, forse, in ritardo. Perché dalla guerra i cittadini hanno già disertato. Non soltanto da quella combattuta in Ucraina. Hanno disertato dall’idea stessa che la guerra possa tornare a essere una possibilità politica dell’Europa, mentre le istituzioni europee sembrano avere imboccato il percorso opposto: aumentare le spese militari, costruire una deterrenza credibile, preparare i cittadini alla possibilità del conflitto, abituare il linguaggio pubblico alla parola guerra.
Angelo Panebianco ha scritto sul Corriere della Sera che l’Europa deve prendere sul serio la minaccia russa e comprendere che la guerra che Mosca conduce contro di noi non coincide con quella combattuta sul territorio ucraino. È anche guerra ibrida, sabotaggio, disinformazione, pressione politica. È difficile negarlo. Il problema comincia un istante dopo. Panebianco ritiene che sia necessario continuare a sostenere militarmente l’Ucraina perché possa arrivare a un eventuale negoziato in condizioni migliori. Ma proprio qui si apre la domanda: che cosa ci autorizza a pensare che il tempo lavori necessariamente a favore dell’Ucraina? E se accadesse il contrario?
Nel marzo del 2024 papa Francesco riprese due parole contenute nella domanda dell’intervistatore e provocò uno scandalo enorme: «bandiera bianca». Gli venne rimproverato di invitare l’Ucraina alla resa. Ma Francesco disse qualcosa di assai più preciso: occorre avere «il coraggio di negoziare». E domandò quante morti avrebbe prodotto il proseguimento della guerra. Nella stessa intervista aggiunse una frase che lo scandalo finì quasi per cancellare: «Il negoziato non è mai una resa».
Da allora la guerra è continuata. Migliaia di civili ucraini sono stati uccisi; sul fronte, dove non esistono conteggi indipendenti paragonabili a quelli delle vittime civili verificati dalle Nazioni Unite, le stime disponibili parlano ormai di oltre centomila militari ucraini morti, mentre le perdite russe sarebbero ancora maggiori. Sono cifre necessariamente incerte. Ma dietro quelle cifre non c’è un argomento pacifista. Ci sono persone. E soprattutto c’è una domanda politica: quali obiettivi realistici può ancora raggiungere la prosecuzione della guerra, e quali potrebbero invece essere cercati attraverso un negoziato?
La domanda diventa ancora più urgente se si guarda al tempo. Perché continuiamo a ragionare come se l’Europa politica dei prossimi anni fosse necessariamente la stessa di oggi? Potrebbe non esserlo. In molti Paesi sono cresciute forze sovraniste e nazionaliste che sull’Ucraina hanno posizioni assai diverse da quelle degli attuali governi e delle istituzioni europee. Fra qualche anno potremmo avere un’Europa molto meno disponibile a sostenere Kyiv economicamente e militarmente. Lo stesso Panebianco, del resto, individua negli «umori illiberali» e nelle differenti posizioni presenti nella politica europea uno dei problemi che incombono sul futuro del sostegno all’Ucraina.
Ed è precisamente per questo che il momento per cercare una soluzione politica non è domani. È adesso. Aspettare non significa necessariamente migliorare le condizioni dell’Ucraina. Potrebbe significare il contrario: arrivare al negoziato più tardi, con più morti, più territorio perduto, società più stanche e governi europei meno interessati alla sua sorte. Il tempo, in una guerra, non è mai una variabile neutra.
Eppure una parte della sinistra italiana ed europea continua a tenere insieme due formule: sostegno agli armamenti e «pace giusta». Il problema non è la contraddizione etica fra le due espressioni, che può anche non esserci. È la loro indeterminatezza politica. Che cosa significa concretamente «pace giusta»? La restituzione di tutti i territori occupati? La Crimea? Garanzie di sicurezza? L’ingresso nella NATO? La rinuncia definitiva dell’Ucraina a una parte del proprio territorio? E soprattutto: attraverso quali mezzi e in quanto tempo? Dire pace giusta senza rispondere a queste domande rischia di spostare nel futuro il problema che non si vuole affrontare nel presente.
Negoziare non significa dichiarare che aggressore e aggredito siano la stessa cosa. La Russia ha invaso l’Ucraina. L’Ucraina ha diritto a esistere e a difendersi. Ma riconoscere l’aggressione non obbliga a trasformare la prosecuzione indefinita della guerra nell’unica politica eticamente accettabile. Anzi, proprio chi considera intollerabile ciò che la Russia ha fatto dovrebbe domandarsi quale strada protegga oggi meglio l’esistenza futura dell’Ucraina.
Forse è qui che la parola diserzione acquista un significato diverso. Non disertare l’Ucraina, non disertare la responsabilità. Disertare l’idea che tra la resa e la guerra senza termine non esista nulla. Disertare il linguaggio che trasforma ogni domanda sul negoziato in un sospetto di complicità con Putin. Disertare soprattutto l’abitudine europea a pronunciare parole enormi — vittoria, pace giusta, deterrenza, sicurezza — senza indicarne il contenuto politico.
La politica comincia esattamente quando le parole finiscono. E allora la domanda non è se dobbiamo stare con l’Ucraina. È che cosa significhi, oggi, stare davvero con l’Ucraina. Continuare una guerra non può essere un fine. Può essere soltanto un mezzo. E di ogni mezzo la politica ha il dovere di domandare: per ottenere che cosa, entro quanto tempo e a quale prezzo?
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