O velho virou o voto, il vecchio ha ribaltato il voto. Non c’è modo migliore per descrivere l’impresa di Lula. Un’elezione che sembrava persa, e che in parte è ancora ampiamente compromessa, che diventa la più importante vittoria nella lunga storia politica del leader più carismatico della sinistra brasiliana.
È il 7 aprile 2018, Lula si erge su una folla immensa che lo regge sulle proprie spalle. Si trova nella sua San Paolo, davanti a quello che è il simbolo della sua carriera, la sede del Sindacato dei Metalmeccanici. È stato condannato da un giudice affiliato ai Bolsonaro, Sergio Moro. Non è colpevole, ma invece di rifugiarsi in Uruguay come gli era stato consigliato, decide di consegnarsi alla polizia e provare la sua innocenza. Le condanne verranno annullate tre anni dopo, ma Lula ha intanto scontato 580 giorni di carcere.
Flashforward: 27 ottobre 2026, Lula compie ottantun anni. Lui e la moglie Janja festeggiano davanti una grande torta bianca, mentre cori si alzano dal pubblico presente. Ma nessuna testata parla del compleanno del neo-rieletto presidente.
26 ottobre 2026, il giorno dopo delle elezioni, comincia a circolare la notizia che Flavio Bolsonaro abbia intenzione di lasciare il paese. Bolsonaro godrà dell’immunità parlamentare solo fino a fine anno, condizione molto scomoda se ti ritrovi invischiato nella più grande frode bancaria nella storia del paese per cui hai appena perso la corsa elettorale.
Flavio è terrorizzato, per la prima volta in quasi tutta la sua vita presto diventerà condannabile. Decide però di mantenere le apparenze. Pubblica un video sui social smentendo le chiacchiere e dicendo che lui non lascerà il Brasile.
In maniera preventiva, però, Alexandre de Moraes, giudice della Corte Suprema che già aveva incarcerato Jair Bolsonaro per il tentativo di golpe, decide di dare l’ordine di ritiro del passaporto di Flávio.
Nella notte tra il 26 e il 27 ottobre i giornalisti argentini riportano che Flávio si è dato alla fuga. Si troverebbe su un aereo privato, fatto poi atterrare in Argentina grazie al supporto di Milei. Poche ore dopo la conferma dalla Reuters, i Bolsonaro (padre, madre e figlie) sono in viaggio verso gli Stati Uniti, che si dicono pronti a concedere i visti alla famiglia.
Mercoledì 28 ottobre le immagini ufficiali, Flávio Bolsonaro (utilizzando il passaporto italiano) e famiglia sono in Florida, dove già il fratello Eduardo era scappato per sfuggire alla giustizia brasiliana. L’ANSA chiama il caso “operazione alba” e Flávio si dichiara “vero presidente eletto”.
Da un lato l’ex dirigente di sindacato, vittima delle persecuzioni infondate dell’estrema destra, vestirà, contro ogni previsione, la fascia presidenziale per la quarta volta, dall’altro il candidato sconfitto lascia il padre agli arresti domiciliari e fugge dal fratello negli USA.
Questo è solo il capitolo finale di un’elezione che rimarrà nella storia, non solo in Sud America. Dopo il 4 ottobre, giorno del primo turno, sembra impossibile, per Lula, recuperare il gap. Nessuno nella storia del Brasile democratico (1989-) era mai riuscito a vincere al secondo turno, dopo aver perso il primo.
Eppure qualcosa scatta nel popolo brasiliano, seguito, ironia della sorte, da tutto il mondo. La settimana che precede il voto vede giovani scendere in piazza non solo a San Paolo e a Rio, ma in tutta Europa e in India. Quelle euroasiatiche non sono proteste pacifiche, sono manifestazioni distruttive e scontri con la polizia. I giovani si ribellano nelle strade e nelle piazze.
Lo stesso succede in Brasile, ma l’atmosfera è molto diversa. Fiumi di magliette rosse invadono l’Avenida Paulista e Copa Cabana due volte, in un clima di giubilo e allegria. La lotta per la democrazia è gioiosa, è ricca di speranza. Anche se Bolsonaro dovesse vincere, si è consci di aver fatto il massimo possibile, senza aver messo in moto critiche o polemiche inutili.
Lula ha vinto perchè è riuscito a portare il popolo dalla sua parte, non tanto con promesse elettorali, ma con l’ironia e la comunicazione pop, strumenti che la sinistra raramente usa.
In quelle tre settimane che separano il primo dal secondo turno, il PT e i partiti vicini si riorganizzano completamente. Come aveva affermato lo stesso leader, è iniziata una nuova campagna, una nuova corsa elettorale.
Il numero di candidati eletti, giovani e esperti nell’utilizzo della rete è aumentato enormemente anche tra le file della sinistra. Ana Elisa, Erika Hilton, Guilherme Cortez, Jones Manoel, non sono solo nomi, ma personalità politiche da sfruttare anche al di fuori del parlamento.
La capillarità dei social in Brasile è molto superiore alla nostra, ma lo è anche la mobilitazione fisica. Quando c’è da dare un segnale, digitalmente o meno, la popolazione è pronta a rispondere. Ed è per questo che il grande colpo di genio della campagna lullista per il secondo turno, è stato rendersi conto che la comunicazione non sarebbe dovuta avvenire solo sui social, ma anche per strada.
Lo stesso Manoel, conosciuto per i suoi video comunisti su You Tube, aveva annunciato che avrebbe passato le successive tre settimane con i volantini in una mano e il telefono nell’altra. E così è stato.
La sinistra non deve dimenticare le sue radici, tantomeno Lula, le cui immagini più famose lo vedono sempre circondato da migliaia di persone nelle piazze, che sia il 1979 o il 2018. Ma bisogna capire che i comizi non bastano più.
A Lula viene regalato il suo primo cellulare dieci giorni prima del voto e sui social fioccano videoselfie in cui si riprende nelle attività di campagna, sempre accompagnato dalla (più smart) moglie Janja. Accanto a questi, riprese amatoriali del leader ai vari comizi, mentre si arrampica sulle camionette che lo portano tra la folla.
L’immagine che ne deriva è quella di un’ottantenne che padroneggia il vecchio modo di far politica e che si muove con comica volontà di apprendere, nel mondo digitale. Un candidato presidente autoritario ma anche fofinho (cute, colloloso) a cui tutti vogliono bene e che tutti vogliono aiutare, sia a gestire il suo account Instagram, sia a salire sul tetto del camioncino con la bandiera del PT e gli occhiali a stella rossa.
L’unione del vecchio, della storia, della tradizione e del nuovo, del digitale, dei social. Un’idea, o un’illuminazione, a cui ben pochi leader di sinistra avevano pensato.
L’ultimo caso, prima di Lula, che aveva dimostrato l’importanza della comunicazione digitale, seppur con ampio stampo socialista aggregatore, è quello di Zohran Mamdani a New York. Tuttavia c’è una bella differenza tra vincere le elezioni in una singola città già di sinistra e riprendere in mano un intero paese minacciato dai dazi statunitensi, dalla violenza di strada e situato in un continente governato dall’estrema destra.
Lula ha bisogno di un jolly, una carta matta a cui nessuno aveva pensato, ma che sia capace di trasformare le tante belle idee di una campagna fisica/digitale in qualcosa di reale e dalla portata nazionale.
Ed ecco entrare in scena la figura chiave di André Janones, deputato federale rieletto per Minas Gerais. Cresciuto in una famiglia umile, dopo la laurea assiste le famiglie povere, raggiunge la notorietà con un video sullo sciopero degli autotrasportatori nel 2018 e, lo stesso anno, viene eletto come deputato.
In un post in cui ripercorre la sua biografia afferma di essersi rivisto molto spesso, soprattutto da giovane, in quell’immigrato nordestino a San Paolo, che ha “fatto rialzare il popolo povero, lavoratore, per essere trattato con dignità e cambiare il paese attraverso le politiche pubbliche. La cosa curiosa è che io non ho mai beneficiato di queste politiche, ma della speranza che quest’uomo mi ha dato”. Si riferisce ovviamente allo stesso Lula, che oggi ha accompagnato alla vittoria.
Janones non fa parte del Partito dei Lavoratori, bensì di REDE, corrispettivo dei nostri verdi. Fin dall’inizio non è un nome che la sinistra ama particolarmente, il suo modo di esprimersi sui social, quasi sempre urlato, non mette d’accordo il lato più conservatore (prevalente). Con l’arrivo di Erika Hilton le cose cambiano e anche i più scettici capiscono che la comunicazione sui social deve essere diversa rispetto a quella televisiva o da comizio.
Janones comincia la sua campagna elettorale ad aprile, aprendo un canale whatsapp chiamato “Exército do Lula” che in sei mesi raggiunge qualche migliaio di iscritti. È solo dopo il primo turno che André diventa il simbolo della campagna, in pochi giorni l’exército arriva a dieci milioni e ottocentomila iscritti.
Per anni ha studiato i social e i metodi di ingaggio messi in atto dalla destra e ha capito una cosa: i vari deputati del PL, come la sua nemesi Nikolas Ferrerira, non hanno successo grazie a quello che dicono, ma a come lo dicono. Non fanno proposte politiche, spesso raccontano falsità, ma le urla e il sensazionalismo vincono l’algoritmo.
Bisogna adottare lo stesso sistema, perfezionandolo. Innanzitutto bisogna sbarazzarsi delle fake news, poi bisogna far capire direttamente ai votanti le regole dell’algoritmo (ingaggiare con i contenuti di sinistra e lasciar perdere quelli di destra, anche se sono offensivi, anche se si vuole difendere il soggetto preso di mira), e infine adottare pratiche rivolte non a chi vota Lula, ma agli indecisi. Il grosso problema del PT al primo turno sono stati gli astenuti.
Coloro che non sono contenti di un presidente ultraottantenne che, nonostante abbia riportato il paese tra le prime otto economie del mondo e fuori della mappa della fame, non ha fatto abbastanza; ma che non vogliono neppure votare per il bolsonarismo e il neo-colonialismo americano. Janones e gli altri devono riuscire a arrivare a questa fetta dell’elettorato. Come? Con il gioco.
O meglio con la gamificazione della politica. Janones capisce che il sensazionalismo, la sfida, la ricerca dell’obiettivo, la foga, sono tutte armi da usare per creare engagement. Il metodo è quello di applicare il sistema videoludico/bellico alla politica.
Il canale whatsapp è un esercito, lui è un generale, Lula è il maresciallo, gli elettori sono i soldati, gli obiettivi politici sono missioni, i video e i messaggi sono ordini sempre introdotti dall’urlato “Pessoal, urgente! Explode!”. E come in un gioco, il livello di difficoltà aumenta.
La prima missione, la principale, è quella di portare più e più persone sul canale. Poi cominciano le richieste specifiche, sempre spiegando la logica algoritmica che sta dietro alle sue richieste e affermazioni. André chiede l’organizzazione di un panelaço (battere la pentole fuori di casa per protesta) nazionale, durante la prima intervista di Flávio a O Globo.
Un successo, il Brasile intero si riempie di persone che si armano di pentola e cucchiaio per coprire le parole di Bolsonaro. Il tutto ovviamente ripreso sui social così da far arrivare la notizia “ai quattro cantoni del paese” (altro tormentone di Janones), ma anche per instaurare una certa FOMO (la paura di essere tagliati fuori tipica dei social) in chi non ha partecipato alla missione.
A questo punto i primi dibattiti a due sono alle porte e la destra, che non aveva preventivato il cavallo pazzo Janones, non sa come difendersi. Così fa l’unica cosa che le riesce, usa i funzionari corrotti per tentare di chiudere il canale. L’arduo compito spetta al giudice, presidente del Tribunale Elettorale Superiore, amico di Bolsonaro e coinvolto nello scandalo Vorcaro, Kassio Nunes Marques (con la complicità della stessa Meta).
Niente da fare, poco dopo un’altro giudice dà il semaforo verde a Janones e arriva il momento del primo dibattito televisivo. Il territorio di caccia preferito di Lula, grande maestro della dialettica politica.
Bolsonaro, nonostante abbia apparentemente studiato comunicazione, non è in grado di reggere un confronto in diretta tv (anni fa era svenuto in una situazione simile), anche solo perchè dovrebbe fornire spiegazioni concrete dei suoi numerosi comportamenti fraudolenti.
Il momento più alto nell’engagement, Lula, lo raggiunge con una battuta: Flavio gli chiede se si senta orgoglioso del fatto che l’ottanta per cento dei carcerati abbia votato PT al primo turno, Lula risponde “vorrei che il cento per cento avesse votato per me, compreso tuo padre”.
I meme fioccano sui social e la prima stoccata va al vecchietto fofinho. Allo stesso tempo però Janones viene ricoverato a causa di un’aritmia, mettendo a rischio l’ultima settimana di campagna. Quando esce dall’ospedale riprende in mano la sua missione più ambiziosa. André indossa la maglia della nazionale, simbolo del bolsonarismo da dieci anni.
Vuole che i brasiliani si riprendano i colori nazionali, che non dovrebbero essere simbolo di fazioni politiche, ma di unità del paese. Forse l’unica missione non del tutto riuscita, in molti si rifiutano si vestire di giallo, e il rosso resta il colore predominante.
Nel corso dell’ultima settimana il canale cresce ancora, anzi ogni volta che il TSE (o Meta) tentano di intervenire, i numeri aumentano e Nunes Marques capisce che non può schierarsi troppo apertamente dal lato dell’amico Flavio.
A poche ore dal voto (tra venerdì e sabato) André organizza una livestream di ventiquattro ore su You Tube, dove accoglie ospiti illustri e coinvolge sempre di più gli elettori in una febbre elettorale che dilaga sui social. I meme a riguardo sono innumerevoli: persone che si svegliano in piena notte credendo di aver sentito il Generale urlare all’attacco, altri che si chiedono come sopravviveranno senza i suoi ordini una volta finite le elezioni (spoiler continua richiedere nuovi soldati per umiliare definitivamente le destre), ecc.
In parallelo a Janones e alle sue semi-follie belliche, ricordiamo un esempio di giornalismo ben più tradizionale, anche se adattato a You Tube. Quello di Revelando, serie di giornalismo d’inchiesta promosso dal podcast politico (di cui fa parte il famoso comico Gregório Duvivier) Calma Urgente. Dal 4 di ottobre vengono pubblicate sette puntate (più due già caricate) su temi che riguardo la corruzione o pratiche moralmente discutibili del PL.
Le più legate alla figura di Flávio Bolsonaro sono le due narrate dall’altro comico collega di Duvivier, Fabio Porchat, ma altrettanto interessanti sono quella sul neocolonialismo statunitense con la stella (ormai hollywoodiana) Wagner Moura e l’episodio 3 con l’attrice Camila Pitanga.
Quest’ultima puntata è essenziale per introdurre uno dei casi che consegnerà la vittoria dell’ultimo dibattito, e dunque anche probabilmente quella alle urne, a Lula.
Nel febbraio 2021, una bambina di cinque anni, Ana Clara, viene uccisa da un poliziotto. L’uomo vede nel suo collegio difensivo proprio Flávio Bolsonaro, che mai nella sua vita ha esercitato la professione di avvocato. Grazie alla sua influenza l’assassino non finisce davanti al tribunale popolare e il caso resta aperto.
La sera dell’ultimo dibattito (sabato 24 ottobre), tra il pubblico, al fianco di Janja Lula, c’è la madre di Ana Clara, Cristiane. Quando Lula chiede delucidazioni a Bolsonaro, questo risponde confondendo i nomi di madre e figlia: “io sono dalla parte di Ana Clara”. La donna in lacrime urla “Ana Clara morreu!” (è morta).
Non è un fatto da poco, il Brasile, come gli Stati Uniti e l’Europa, devono fare i conti con la violenza, anche razziale, messa in atto proprio da coloro che dovrebbero proteggere i cittadini e con politiche sulle armi permissive (molte introdotte da Bolsonaro padre e eliminate da Lula). La risposta vaga di Bolsonaro ha zittito il pubblico non solo nello studio ma in tutto il paese. Ma il peggio deve ancora venire.
Domenica 25 ottobre, le urne sono aperte, presto cominciano a circolare video dal nord est, nello specifico Salvador (BA), in cui numerosi autobus non si fermano per far salire i votanti.
Lo stesso si ripete a San Paolo e altre province, prettamente di sinistra. Le corse vengono ridotte o annullate, mentre i mezzi restano “nascosti” nei depositi.
Un vero e proprio crimine elettorale. Il PT chiede l’estensione del voto di due ore e, dato alquanto importante per quello che avverrà dopo, anche il PL, con la scusa del maltempo nelle regioni di destra. Le richieste vengono accolte e meno dell’uno per cento si recherà alle urne nelle due ore successive.
Lula vince con dieci milioni di voti di scarto (ironicamente lo stesso numero di iscritti al canale di Janones) e il PL chiede l’annullamento del voto. Neppure Nunes Marques può far niente, entrambi i partiti avevano inoltrato la richiesta di estensione. Le elezioni sono considerate valide e la virada è compiuta.
Quello che segue lo abbiamo raccontato all’inizio: Bolsonaro (apparentemente) si consulta con il padre e scappa, mentre Lula spegne ottantuno candeline e il paese si diverte a creare videogiochi arcade in cui Flávio deve scappare dai comunisti o raggiungere Trump.
Le elezioni appena concluse non resteranno degli annali solo per il ribaltamento nel voto in sé, ma per l’impatto che hanno avuto su tutto il continente.
I media di sinistra argentini, per esempio, non si sono fatti attendere, quanto fatto da Lula è fonte di speranza per il prossimo anno. La situazione argentina è arrivata all’estremo, molta parte della popolazione è ridotta alla povertà, il dissenso nei confronti di Milei è ai massimi storici (mentre lui aiuta Bolsonaro a raggiungere gli USA).
Ma sono elezioni che resteranno nella storia anche perchè hanno mostrato alla sinistra che il pop, i social, i meme, l’ironia, il gioco, e persino l’auto-oggettificazione del corpo maschile (molti ragazzi hanno deciso di mettersi letteralmente a nudo su Instagram per attirare voti) sono tutte armi valide, non qualcosa da guardare con sospetto o supponenza.
A dimostrazione di questo, André Janones è già stato chiamato da Sánchez per aiutarlo nelle elezioni di novembre e un gruppo whatsapp peronista è nato in Argentina.
La sinistra ha una lunga storia di maestria nell’utilizzo e sfruttamento della comunicazione politica, ma non deve dimenticare che il mondo è cambiato, ed è cambiato ormai da decenni (in Italia almeno da quando Berlusconi prendeva la parola in tv, ma forse anche da prima).
Le maree rosse di San Paolo, Rio, Recife, ma anche le piccole marce dei vaquero nel sertão nordestino o degli indigeni in Amazzonia, non sarebbero state possibili senza le nuove tecnologie. Tanto quanto non sarebbero possibili le manifestazioni in Europa o in Asia.
Personalità irruente come André Janones, non possono più essere considerate dei pazzi o degli esaltati, perchè dall’altro lato del parlamento, la comunicazione è ben più violenta, farsesca e falsa.
Lula ha vinto sia grazie alle sue doti di dialettica, di leadership, di aggregatore e di uomo simbolo (oltre che di statista, ovviamente), ma anche per la squadra che ha saputo costruirsi attorno, a cui ha dato fiducia e che lo ha sostenuto.
Ma aldilà dell’ironia, della comunicazione digitale, delle masse nelle strade, la cosa più commovente è stata vedere migliaia (probabilmente milioni) di anziani recarsi alle urne nonostante infermità e problemi fisici.
Un presidente anziano eletto, anche grazie a coloro che, vista l’età, non avrebbero l’obbligo di voto. Soprattutto nel nordest i video di anzianissimi vestiti di rosso e pronti a litigare con il primo bolsonarista che capitava loro a tiro (molto rari in quella regione), sono moltissimi.
Sono le persone hanno vissuto sulla loro pelle la dittatura, le persecuzioni, la fame, non da bambini (come qua in Italia), ma da adulti. Un dolore e una sofferenza ancor vivi nella memoria, che li ha spinti a dare il loro contributo per assicurare ai giovani un futuro migliore.
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