Se Israele fosse un paese normale ora che il lento, interminabile spoglio dei voti è giunto a conclusione, le forze di opposizione alla destra razzista, ultranazionalista e messianica che ha governato lo Stato ebraico, forti di un risultato che dà loro una solida maggioranza alla Knesset (67 seggi contro i 53 del blocco-Netanyahu), avrebbero subito riunito i loro leader per stringere un accordo di governo. Se Israele fosse un paese normale. Il fatto è che non lo è più da tempo, semmai lo sia stato. Non lo è per i cambiamenti demografici che lo hanno investito nel corso del tempo, con la prevalenza di ebrei provenienti da paesi arabi o dalla Russia che con la democrazia liberale non hanno mai avuto niente a che fare. Perché a prevalere è stata, sia pure con tonalità differenti, una torsione etnocratica del sionismo. Il voto, e le grandi manovre che si sono aperte per definire il perimetro del nuovo governo (essendo il Likud il primo partito, con 26 seggi, il Presidente Isaac Herzog affiderà l’incarico esplorativo al padre-padrone del Likud, Benjamin Netanyahu).
In un Paese normale non sorgerebbero problemi nell’allargare il tavolo della potenziale maggioranza ai leader dei due partiti arabi (la Joint List e Ra’am) che, insieme, hanno ottenuto 19 seggi, un risultato storico. Se Israele fosse “normale”, appunto. Ma così non è. Perché in un Paese normale il leader del “blocco del cambiamento), Gadi Eisenkot (il suo partito, Yashar, ha ottenuto 21 seggi) non avrebbe ribadito che la sua priorità resta quella di dar vita a un “governo delle forze sioniste”, il che porta all’esclusione dei partiti palestino-israeliani e, sul versante opposto, dell’estrema destra di Smotrich e Ben-Gvir (il kaanismo che li ispira è fuori dal perimetro del sionismo, sia esso laico che religioso).
Scrive su Haaretz Uri Misgav, tra i più preparati analisti politici israeliani:
Se Israele fosse un paese normale, Eisenkot-Bennett-Lieberman-Lapid si presenterebbero contro Netanyahu come un unico partito liberale, di stampo statista e di centro-destra, che ora disporrebbe di 41 seggi alla Knesset. Se si vuole tenere conto di una possibile riduzione del numero di voti dovuta all’unione dei partiti, diciamo allora quaranta seggi – anche se questa ipotesi è un’invenzione israeliana architettata da egocentrici e consulenti strategici. Non ho mai sentito parlare di un solo esempio in nessuna parte del mondo in cui l’unificazione delle forze politiche abbia portato a una fuga di elettori invece di creare slancio e un’ondata di consensi. Ma prendiamo questa ipotesi. Un partito del genere sarebbe comunque il più grande della Knesset, con un enorme divario tra esso e il Likud. Riceverebbe dal presidente il mandato di provare a formare un governo e avvierebbe immediatamente le trattative per costituire una coalizione secondo principi di base condivisi. Insedierebbe un governo con l’aiuto dei partiti minori che accettano questi principi e considerano il benessere dello Stato come prioritario.
Se fossimo un paese normale, una fazione politica che ha compiuto enormi sforzi per sostituire un governo fascista e populista starebbe saltando di gioia nella fontana più vicina dopo aver appreso i risultati elettorali. Questa fazione è riuscita a mobilitare la gente, a organizzarsi e a diventare un blocco coeso e, nonostante tutti i suoi difetti e le sue divisioni, a ottenere 67 seggi per chi si oppone a questo governo. Nel lungo periodo, ha ridotto la coalizione da 64 seggi alla Knesset (68 dopo la defezione di Gideon Sa’ar e del suo partito) a 53 seggi. In altre parole, ha ridotto di 14 seggi un governo autoritario, aggressivo e sfrenato. Si tratta di un risultato politico significativo.
Se fossimo un paese normale, lo schieramento che voleva sostituire il governo si sarebbe svegliato la mattina seguente con un nuovo canto nel cuore, stropicciandosi gli occhi alla vista dei risultati: 67 seggi su 120 corrispondono al 55,8 per cento, quasi il 56 per cento per uno schieramento che era all’opposizione. Sono 53 seggi per lo schieramento che faceva parte della coalizione – ovvero il 44,2 per cento.Quel rapporto di 56:44 è lo stesso del risultato delle elezioni del 1999, in cui l’elettorato votò direttamente per il primo ministro e Netanyahu perse contro Ehud Barak. Quella fu l’ultima elezione che registrò un’affluenza alle urne così elevata come quella di martedì. Al termine delle operazioni, lo schieramento che voleva cambiare il governo ha proclamato una grande vittoria, e il suo nuovo leader ha dichiarato solennemente e con emozione che «l’alba di un nuovo giorno» era alle porte mentre assumeva la guida.
Nessuno ha messo in discussione il risultato né lo ha definito un pareggio. Nessuno ha parlato di nuove elezioni o di un governo di unità nazionale. Non ricordo che qualcuno abbia contestato il diritto dello schieramento vincitore di esercitare il mandato ricevuto da una solida maggioranza di elettori solo perché alcuni di loro sono arabi.
Se fossimo un paese normale, il mondo democratico, a partire da ieri, ci guarderebbe con curiosità e ammirazione. Un paese che si è liberato da un governo populista-fascista, il quale aveva rafforzato la propria morsa sul potere nel corso degli anni, distruggendo al contempo le fondamenta democratiche dello Stato.
Questo è ciò che è successo a Orbán, Vučić e Bolsonaro. Solo che in Ungheria, Serbia e Brasile è bastato ottenere il 52-53 per cento dei voti perché ciò accadesse.
Mentre in un Israele di destra, religioso e tormentato dall’ansia, il 56 per cento della popolazione ha votato contro il proseguimento del governo di Netanyahu. Ricercatori e delegazioni sarebbero accorsi qui in massa per capire come ciò sia potuto accadere.
Il fatto è che Israele non è un paese normale, e la cosa peggiore è che abbiamo normalizzato questa situazione anomala. Israele non ha una democrazia parlamentare né una democrazia presidenziale. Ha una democrazia razzista”.
La conclusione a cui giunge Misgav è durissima. Forse troppo. Ma ha il pregio di guardare in faccia la realtà. Senza annacquarla. L’orizzonte del “cambiamento” resta circoscritto al campo ebraico-sionista, chi ne è fuori può contribuire, se vuole, a sostenerlo, ma non certo a frequentarlo.
Non è una sorpresa. Semmai è una conferma. Perché le stesse forze, al governo o all’opposizione, del perimetro ebraico-sionista, avevano votato compattamente – con l’eccezione di Meretz – nel luglio del 2018 la Legge fondamentale su Israele Stato della nazione ebraica: l’istituzionalizzazione di una etnocrazia.
Ed è su questo che, a mio avviso, andrebbe aperta una seria discussione (cosa alquanto improbabile nell’Italia degli ultras, pro-Isra o pro-Pal). Ragionare sulla “questione ebraico-israeliana” intimamente connessa all’identità di uno Stato, di una nazione, di una comunità. La destra la sua risposta l’ha già data da tempo. Una risposta “messianica”, portatrice di una visione apocalittica del rapporto tra Ebrei e Gentili; la visione, per usare una felice definizione di Thomas L. Friedman, tre premi Pulitzer, storica firma del New York Times, di Israele come uno “Yad Vashem nucleare”. La destra ha tradotto il “messianesimo” in politica. Da difensive, le guerre di Israele sono diventate guerre di conquista. I nemici vanno annientati. Eretz Israel deve estendersi dal mare (Mediterraneo) al fiume, anzi ai fiumi, perché oltre il Giordano c’è anche il Litani, il che spiega l’occupazione del sud del Libano.
Questa destra ha ottenuto un consenso che si traduce in 53 parlamentari eletti. Ma in cosa sono differenti i 48 parlamentari del “blocco del cambiamento”? Non certo nell’affermare, seppure in via ipotetica, che esistano ancora margini per la ripresa di un percorso negoziale con i palestinesi che abbia come sbocco la soluzione a due Stati. Su questo l’unico a pronunciarsi è stato Yair Golan, leader dei Democratici che portano a casa un non straordinario risultato di 8 eletti. I leader centristi (tra questi, Naftali Bennett e Yair Lapid, a capo di Together, 12 eletti) non sono rimasti in silenzio. No. Si sono dichiarati. Contrari.
Ma la questione palestinese, si dirà, non è stata al centro della campagna elettorale. Non è su questo che si sono ridefiniti gli schieramenti. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu (7 seggi) che pure fa parte, almeno per il momento, del blocco anti- Netanyahu, può essere tranquillamente definito un falco. Quando era ministro della Difesa, prima di rompere con l’ex amico Netanyahu, Liebermann esplicitò in un dibattito alla facoltà di Giurisprudenza della Bar-Ilan University di Tel Aviv (chi scrive era fisicamente presente) che per risolvere una volta per tutte il problema di Gaza, bastava sganciare una bomba nucleare tattica sulla Striscia, accusando Netanyahu, anche allora primo ministro, di essere troppo tenero con Hamas.
Mettiamo da parte la questione palestinese. Che idea di “normalità” hanno Eisenkot, Bennett, Lapid e gli altri leader centristi del “blocco del cambiamento”? Qual è la loro visione di Israele, del sionismo, dell’identità ebraica, di una democrazia che non discrimini per appartenenza etnico-religiosa?
Certi silenzi “parlano” da soli. E sono inquietanti. Annota David Issacharoff sul quotidiano progressista di Tel Aviv:
Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Avigdor Lieberman hanno finora mantenuto il silenzio per tutta la giornata riguardo alla loro migliore opportunità di formare un governo senza Netanyahu. Il loro silenzio suggerisce che, per ora, sia più probabile un governo di unità nazionale con Netanyahu oppure nuove elezioni.
Sarebbe questo il “cambiamento”? Un governo di “unità sionista” che sacrifichi l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich (usciti ridimensionati dal voto, i loro due partiti, insieme, conquistano 13 seggi)? L’Israele che ha sfiduciato Netanyahu e chi ha governato con lui, chiede il rafforzamento dello Stato di diritto, la fine dell’impunibilità dei coloni pogromisti, l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre. Pretende che la legge sia uguale per tutti, e che neanche un primo ministro non possa sfuggirle. Il che dovrebbe portare ad escludere, questo sì a priori, qualsiasi governo con il premier più longevo, ed esiziale, nella storia di Israele.
Certo, per tratti biografici, per stile, per comportamento, Gadi Eisenkot è agli antipodi di Benjamin Netanyahu. È una persona perbene, che nella guerra di Gaza ha perso un figlio e un nipote, mentre il figlio prediletto di Netanyahu, Yair, svernava, da imboscato di lusso, nell’accogliente Miami, in Florida. Eisenkot non si arricchirà con la politica. Lui le mani le ha davvero pulite.
Un vecchio adagio suggerisce che il poco è meglio del niente. Ma quel “poco” che si prospetta – con l’avvertenza che i giochi sono solo agli inizi e tutto o quasi potrebbe accadere – non avvicina Israele a un paese normale.
E allora torniamo all’inizio del nostro ragionare. Per come è nato, per come si è sviluppato, Israele potrà mai conquistare una “normalità”. Il dibattito è aperto. Per quanto mi riguarda, credo che sia possibile. Che il destino di Israele e del popolo ebraico non sia quello di chi è condannato ad essere “qualcosa d’altro”, nella tragedia o in missioni supreme da compiere. Un paese normale era, in fondo, anche il sogno originario dei padri fondatori dello Stato d’Israele, e del pionierismo sionista. La conquista della “normalità” non si risolve, anche se passa anche, con l’inclusione dei partiti arabi in una maggioranza di governo. La “normalità” passa anzitutto in una rivisitazione critica della propria storia, almeno dalla nascita dello Stato di Israele, focolaio nazionale del popolo ebraico ad oggi. Passa per una cesura netta tra Medinat (Stato) ed Eretz (Terra), tra secolarizzazione e religione.
Ha scritto Shimon Peres nel libro Shimon Peres. Una battaglia per la pace. Memorie (Rizzoli):
La mia speranza è che Israele divenga il centro e la fonte della nostra eredità di popolo, e non semplicemente una patria per il nostro popolo; che il popolo ebraico non debba dipendere da altri, ma che dia se stesso agli altri.
Identità e apertura. Il “cambiamento” non è solo un fatto di governo ma una prospettiva esistenziale. Quella di un paese “normale”.
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