La mattina del 13 novembre 2019 Carlo Zangrando esce di casa alle Vignole e al posto degli orti trova la laguna. L’acqua salmastra ha scavalcato i marginamenti e resterà sui campi per giorni, bruciando le colture ed entrando nelle abitazioni. A dieci minuti di vaporetto da San Marco, si trova un’isola verde di circa cinquanta ettari, abitata da una cinquantina di persone in una ventina di famiglie. Le case sono separate da un canale dove, d’estate, ormeggiano le houseboat. Quasi l’ottanta per cento dell’isola è coltivato o lasciato allo stato naturale, mentre gli edifici ne occupano poco più del due per cento. Dopo l’alluvione del 1966, la vicina Sant’Erasmo era stata messa in sicurezza, non le Vignole che nel 2019 hanno dovuto pagarne le conseguenze.
Da quella mattina parte una storia che vale la pena raccontare per intero, perché contiene una tesi utile ben oltre la laguna. In un territorio fragile una comunità energetica conta ciò che rende possibile rimanere. Il kilowattora prodotto e condiviso diventa una piccola rendita di presidio, un flusso garantito che per vent’anni può pagare la cura di un suolo, il lavoro di un giovane, la manutenzione di un argine. Lo sconto in bolletta è solo una conseguenza.
Ne parlo con Luigi Di Prinzio, per molti anni docente allo IUAV, tra i fondatori dell’associazione Veras e della comunità energetica che ne è scaturita. Il suo racconto comincia dall’acqua alta e da un meccanismo che chi ha vissuto le emergenze lagunari conosce bene, il mutuo soccorso. Nelle settimane successive le famiglie si aiutano a svuotare case e magazzini e, alla fine del 2019, costituiscono il Comitato Vignole, una cinquantina di aderenti, un sito, un canale Telegram. Per un’isola abituata alle logiche chiuse delle micro-comunità, nota lo stesso Di Prinzio nei dossier che ha curato in questi anni, si tratta già di un traguardo.
La domanda successiva, semplice ma pressante, è come convincere i giovani che stanno già scappando a rimanere. Sull’isola, il lavoro si intreccia con l’agricoltura, i servizi alla nautica e la manutenzione dei canali. Intorno, ettari di aree demaniali giacciono abbandonati da decenni, ricoperti da rovi che hanno reclamato ciò che un tempo era coltivato. Da questa situazione è nata l’idea di unire le competenze dell’isola con le opportunità offerte dal Green Deal europeo, agricoltura biologica ed energia pulita. Il nome dell’associazione, V.E.R.A.S. (Vignole Energia Rinnovabile Agricoltura Sana), fondata nel marzo 2021, ne è la chiara testimonianza.
Nel giugno dello stesso anno, il Provveditorato alle Opere Pubbliche, successore del Magistrato alle Acque, ha concesso all’associazione quattro ettari nella parte meridionale dell’isola per un periodo di quindici anni rinnovabili. L’atto di concessione stabilisce chiaramente l’obiettivo di realizzare un parco agro-ambientale pubblico dotato di un impianto agrivoltaico a servizio.
Un aspetto che ha caratterizzato lo stile del progetto è stato l’uso di un drone per creare un ortomosaico e un modello tridimensionale del terreno prima di iniziare qualsiasi intervento. Ad ottobre 2021, dopo la prima settimana di lavoro con escavatore e trincia, il drone è stato utilizzato di nuovo per confrontare le immagini e calcolare il volume della vegetazione rimossa, circa due metri cubi di rovi per metro quadro. Questo approccio dimostra l’esperienza del gruppo nella pianificazione del territorio, applicata a una giungla di periferia lagunare. Oltre ai droni, il progetto coinvolge volontari, un piccolo trattore Fiat 250 donato da due soci, rilievi botanici di una tesi IUAV, e la valutazione ambientale strategica e d’incidenza richieste dai vincoli di Rete Natura 2000.
Nel 2022 il parco comincia a vivere prima ancora di esistere sulla carta. Arrivano duecento ragazzi di un centro estivo, gli scout montano le tende, gli studenti di un istituto tecnico veneziano analizzano terra e acqua, le classi ricevono piccoli orti da cinquanta metri quadri da curare dalla semina al raccolto. Nel boschetto di bambù qualcuno mette in scena “L’uomo che piantava alberi” di Jean Giono. Il progetto prevede un’area di campeggio gratuita per chi offre in cambio il proprio lavoro, due laboratori per la trasformazione dei prodotti e per la falegnameria, e alcune piccole unità abitative da venticinque o trenta metri quadri per chi si occuperà stabilmente del parco. Quest’ultima voce, la meno vistosa del masterplan, è quella che spiega tutto il resto, il parco ha bisogno di qualcuno che lo abiti.
Il cuore energetico del progetto è una serra agrivoltaica da 100 kilowatt di picco, capace di produrre intorno ai 120 megawattora l’anno, circa sei decimi dei consumi elettrici attuali dell’intera isola, famiglie e attività comprese, e una sessantina di tonnellate di CO2 evitate ogni anno. Il primo dimensionamento era partito dalle bollette di ventuno famiglie, raccolte una per una, e da un questionario sulle abitudini di consumo. Ma la taglia definitiva guarda più avanti. La comunità è pensata per allargarsi alle attività economiche dell’isola, alle famiglie che lasceranno la caldaia a metano, ai nuovi residenti e agli utenti collegati alla stessa cabina primaria che la legge oggi consente di includere.
Per mantenere gli incentivi la produzione agricola deve restare l’attività principale della serra, pena la revoca. Di Prinzio lo sa bene e ammette che il progetto edilizio è pronto mentre il piano colturale è ancora da definire seppure sia chiaro che le orticole saranno concentrate sul perimetro mentre le specie più delicate nella parte centrale, più protetta. Sarà questo, nei prossimi mesi, il compito più urgente.
C’è poi la verità, quella che i numeri rendono evidente qui e altrove. Con un’espressione cara a Di Prinzio, gli abitanti delle Vignole sono «nativi fossili», si scaldano quasi tutti a metano con consumi complessivi di circa 36 mila metri cubi l’anno. Convertiti in elettricità, con il passaggio alle pompe di calore, porterebbero la domanda dell’isola verso i 550 megawattora. La serra ne coprirebbe una frazione che potrebbe comunque crescere ed espandersi con la realizzazione di altri impianti e l’adesione di nuovi soci. La comunità energetica, in questo senso, inaugura una transizione che richiederà anni di lavoro sugli involucri edilizi, sugli impianti, sulle abitudini.
L’area ricade solo in parte nel progetto unitario previsto da una variante urbanistica approvata nel 2000, che destinava quel suolo a parco pubblico con limitate strutture di servizio e che ha richiesto un adeguamento di piano. Oggi, convenzione per la gestione pubblica del parco, masterplan e progetto unitario sono all’esame della giunta comunale. Lungo la strada la struttura in legno da 150 mila euro immaginata all’inizio ha lasciato il posto a una soluzione in acciaio, più economica poiché meno bisognosa di manutenzione. Nel frattempo la forma giuridica è cambiata e la concessione è passata dall’associazione alla comunità energetica, oggi una cooperativa del Terzo settore con dieci soci, nella quale Veras è confluita. Il 10 ottobre il consiglio di amministrazione discuterà una quota di contributo per socio tale da costituire un capitale iniziale con cui presentarsi agli istituti di credito, accompagnati da un piano economico a tre, cinque e sette anni.
Questa parte della storia contiene un paradosso politico che merita attenzione. Il PNRR ha finanziato a fondo perduto fino al quaranta per cento degli impianti delle comunità energetiche nei comuni sotto i cinquantamila abitanti, con impianti da mettere in esercizio entro il 30 giugno 2026. Le Vignole contano cinquanta residenti e sono esattamente il tipo di comunità per cui quella misura è stata pensata. Amministrativamente fanno parte del Comune di Venezia, e per lo Stato sono una città di oltre duecentocinquantamila abitanti. Le isole minori della laguna vivono così una doppia esclusione, troppo piccole per attrarre investimenti, troppo grandi sulla carta per accedere agli strumenti pensati per i piccoli.
La rubrica Correnti continua a seguire i fili che legano l’entroterra veneto alla laguna, e quello che passa per le Vignole porta lontano. Le isole orticole della Laguna Nord sono state per secoli la campagna di Venezia e oggi condividono con i borghi delle aree interne, con le colline abbandonate, con le terre demaniali lasciate ai rovi la medesima condizione fatta di suolo fertile, case vuote, giovani che se ne vanno. Lo spopolamento lagunare e quello appenninico sono due versioni della stessa storia e la cura che le Vignole propongono ha senso in entrambe.
Il ragionamento è questo. Un territorio agricolo e naturale ha bisogno di presidio, e il presidio costa. Il mercato remunera poco l’orto di sussistenza, la siepe ripiantata, il fosso pulito, attività da cui dipendono la tenuta idraulica, la biodiversità, la qualità del cibo. Oltre a favorire un potenziale nuovo settore lavorativo, la comunità energetica introduce in questo equilibrio l’incentivo pubblico ventennale sull’energia condivisa, che arriva a un soggetto collettivo e che l’assemblea decide come spendere. Se lo statuto vincola quei proventi al territorio, l’energia diventa il reddito di base della cura. Paga il custode, cofinanzia il laboratorio dove si trasformano le conserve, sostiene i programmi con le scuole, accompagna le famiglie nel passaggio dalla caldaia fossile alla pompa di calore elettrica. Alle Vignole il fotovoltaico finanzia l’orto e l’orto giustifica il fotovoltaico.
È una visione che ha radici precise. Nel 2010 Carlo Petrini e Jeremy Rifkin, in un dialogo pubblicato da Repubblica, immaginavano le comunità del cibo di Terra Madre e le comunità dell’energia come due facce dello stesso modello distribuito. Il Farm to Fork europeo e le linee agrivoltaiche del PNRR hanno poi dato a quell’intuizione una cornice normativa. Le Vignole la mettono alla prova su quattro ettari e il dossier dell’associazione la proietta su scala più ampia, immaginando un distretto energetico rinnovabile integrato in un territorio agricolo organico, esteso alla Laguna Nord, a Sant’Erasmo, al Cavallino, di cui la CER Vignole vuole essere il primo nodo.
Perché il modello si possa replicare in un borgo dell’Appennino o in un’isola del delta servono alcune condizioni che questa storia rende leggibili: serve terra pubblica disponibile in concessione, a canoni compatibili con una funzione sociale; serve una comunità che prima ancora dell’impianto abbia imparato a lavorare insieme, e qui “l’acqua granda” ha fatto, suo malgrado, da scuola; serve un metodo, fatto di dati, misure e monitoraggio, che renda il progetto credibile presso enti e banche; serve infine un’amministrazione capace di co-progettare con il Terzo settore, come prevedono dal 2021 le linee guida sull’amministrazione condivisa, con tempi compatibili con quelli di chi aspetta per restare e per crescere.
Il rischio opposto è già visibile in molte parti d’Italia dove si propongono comunità energetiche promosse da operatori commerciali come prodotti finanziari, con soci che non si conoscono tra loro e proventi che non vengono reinvestiti sul territorio. Comunità di nome, prive di abitanti nel senso pieno della parola. La differenza tra le due strade sta tutta nella domanda da cui si parte. Alle Vignole la domanda era come restare e l’energia rinnovabile è arrivata come risposta.
Nella puntata precedente di questa rubrica il ticket d’accesso trasformava un limite, ecologico e comunitario, in una tariffa. Alle Vignole si vuole compiere il percorso inverso, utilizzando una tariffa, l’incentivo sull’energia condivisa, e trasformandola in presenza, in cura, in limite custodito.
Nel racconto di Giono, Elzéard Bouffier pianta querce per decenni in una valle deserta della Provenza, finché la valle torna abitata e nessuno ricorda più chi l’abbia resa possibile. Il tempo degli alberi coincide con quello delle comunità e raramente con quello dei bandi. Alle Vignole il bambù dove fu messo in scena quel racconto continua a crescere, i bambini tornano ogni primavera agli orti, il consiglio della cooperativa si prepara a chiedere ai soci il primo contributo. La serra arriverà e porterà con sé il Sole che serve per restare.
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