Leggendo l’intervista al Fatto (“Basta bugie: la Resistenza non c’entra nulla con le armi all’Ucraina”) del professor Marco Revelli sulla Resistenza mi è tornato in mente Dante Alighieri:
Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia,
quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua devèn,
tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Ci sono infatti due frasi in questa intervista che non condivido. La prima è relativa a quella che mi ha fatto pensare a Dante, una angelicizzazione direi una Resistenza venuta “a miracolo mostrare”. Marco Revelli afferma che Ferruccio Parri non girava il mondo raccogliendo fondi come fa Zelenski. Il nome di Ferruccio Parri mi è particolarmente caro visto che mi ritengo un nato orfano del suo partito, il Partito d’Azione. Proprio per questo, con apprezzamento per il suo operato, mi sembra indispensabile ricordare Alfredo Pizzoni, medaglia d’argento al valore militare.
Leggo sul sito dell’Anpi:
Figlio di un generale, Pizzoni aveva combattuto valorosamente durante la prima guerra mondiale guadagnandosi una Medaglia d’Argento. Si era poi laureato in legge ed aveva cominciato a lavorare in banca, divenendo un finanziere molto apprezzato. Il secondo conflitto mondiale lo vide indossare di nuovo la divisa, col grado di Maggiore dei bersaglieri (fu decorato con una Medaglia di bronzo al valor militare), ma ancor prima dell’armistizio, Pizzoni s’impegnò per riportare la democrazia nel Paese. Fu, infatti, dopo il 25 luglio 1943, tra coloro che parteciparono a Milano alle riunioni di quel “Comitato delle opposizioni” che – avendo come “perno organizzativo”, come lui stesso ebbe a definirsi, proprio Pizzoni – sarebbe diventato in seguito CLN di Milano e poi Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia. Pizzoni non era iscritto a nessuno dei partiti del CLN e, proprio per questo, fu ritenuto la persona più idonea a mantenere l’equilibrio interno del Comitato, di cui, dal settembre 1943 e per tutto il periodo della lotta clandestina, fu il Presidente. Un ruolo di grande rilievo nella Resistenza, Alfredo Pizzoni (che si chiamò, via via, “Alfredo”, “Biancardi”, “Melino”, “Paolo Felici”, “Pietro Longhi”), lo ebbe grazie alla sua esperienza professionale e alle sue conoscenze internazionali, che gli permisero di concludere importanti operazioni con gli Alleati: il 9 dicembre 1944, a Caserta, stipulò accordi finanziari che portarono nelle casse della Resistenza 160 milioni di lire mensili; sempre a dicembre, con i “Protocolli di Roma” ottenne dagli angloamericani il riconoscimento ufficiale del Comitato di Liberazione come unico centro coordinatore dell’attività resistenziale. Secondo Ferruccio Parri, presente alle trattative insieme a Pajetta e Sogno, fu quello un accordo al ribasso, ma servì tuttavia a rafforzare la lotta contro i nazifascisti, così come servì l’accordo che “Pietro Longhi” seppe concludere con il movimento partigiano jugoslavo.
Forse però è ancor più importante quanto si legge sul sito dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri:
Nel dicembre1944, Pizzoni e Parri, coadiuvati da Giancarlo Pajetta e E. Sogno, negoziarono con l’Alto Comando Alleato gli accordi politici, militari e finanziari, che sancirono il riconoscimento del C.L.N. per l’Alta Italia come organo di governo e di amministrazione nel territorio che i partigiani avrebbero liberato e del Corpo dei Volontari della Libertà come di una forza armata della guerra di Liberazione, che l’Italia aveva dichiarato al fianco delle Nazioni democratiche.
Il nostro imbarazzo con i soldi lo conosco e lo capisco, ma io ritengo sacrosanta la scelta di Parri e Pizzoni e di quanti con loro condussero quel negoziato. Se è sbagliato stabilire un parallelo tra Resistenza Italiana e Resistenza Ucraina, un discorso o semplicistico o mitologico, credo anche che non si debba demitizzare angelicizzando. Condivido alcuni punti della presentazione socio-politica della Resistenza italiana illustrata da Marco Revelli. Ma i soldi, come le armi, servivano a tutti allora come servono oggi. I soldi e le armi in guerra servono a tutti. Anche la Resistenza italiana, come quella ucraina, era di carne e ossa.
Marco Revelli poi, nella parte che trovo condivisibile, si sofferma su un’ importante e ovvia differenza: in Ucraina è stato un esercito nazionale ad assumersi la difesa della Patria, in Italia questo era inimmaginabile, noi avevamo l’invasore gentilmente invitato dal governo fascista sul nostro territorio. Questa differenza riguarda gli ucraini di oggi come i russi di ieri: come oggi a Kiev ieri a Stalingrado ci fu un esercito a combattere, allora contro i tedeschi: in primis la 62esima armata. Dunque questa differenza che cita Revelli non riguarda specificamente l’Ucraina. La nostra Resistenza nacque in un altro contesto e quindi ebbe altre caratteristiche, altri motori combattenti. Le differenze, appunto, sono differenze. Poi si potrà anche dire che una ha una specifica rilevanza, è indubbio. Ma in un contesto diverso è diverso ciò che accade.
E allora il punto qual è? Il punto è che prendere a paradigma la II Guerra Mondiale, in un senso o nell’altro, è sempre rischioso, ma lo è ancor di più oggi, tempo di polarizzazione. Il rischio è quello di cancellare i diritti dell’altro, le ragioni dell’altro popolo, per la polarizzazione in atto. Pensiamo agli ucraini? Certo, ma pensiamo anche ai russi. Hanno subito torti? Voglio fare un esempio che afferisce a loro e penso a Eltzin, a come emersero gli oligarchi, con consensi occidentali. All’inizio di quel tempo ero a Mosca, d’inverno: uscendo dall’hotel vidi una donna, nella neve, voleva vendere il salame che mostrava. Quando rientrai era ancora lì, con lo stesso braccio alzato per mostrare lo stesso salame. Ma vedendo le ragioni dei russi non voglio non poter vedere le ragioni degli ucraini e senza tornare alla (poco citata) persecuzione staliniana dei kulaki, soprattutto ucraini, vorrei dire che non si può rimuovere che Putin parlò di de-nazificare un popolo. Ma due segretari generali del Pcus sono stati ucraini. (Non è proprio così, ma al di là di un certificato di nascita Kruscev e Breznev erano ucraini, come molti alti dirigenti del partito).
Ma non intendo scrivere della guerra, però il discorso religioso russo non può essere tralasciato, soprattutto la teoria del “Mondo russo”. Il patriarca Kirill ha definito la guerra d’Ucraina una “guerra metafisica”, per stabilire chi siede alla destra del Padre, quindi contro l’Occidente corruttore a tal punto da portare il Gay Pride a Kiev. Poi ha parlato delle bombe atomiche come “grazia divina”.
Come sia la vita e la Resistenza in Ucraina lo sanno loro, come i russi sanno come sia la loro di vita e di Resistenza (e di queste si parla poco). Consigliare un popolo sotto attacco a non sbagliare è giusto, distanziarsi richiede una motivazione. E qui arriva il secondo punto, tutto italiano, su cui non mi ritrovo con quanto scrive Revelli:
La nostra Resistenza si inserisce dentro una guerra mondiale già in corso subendone le vicissitudini. L’Ucraina no, può essere al contrario il detonatore di una guerra mondiale che sarebbe totale nella sua distruttività.
Come detto mi limito a considerare che “la nostra Resistenza si inserisce dentro una guerra mondiale già in corso…”. Ha scritto l’8 marzo 2017 Valdo Spini su Patria Indipendente al riguardo dei Fratelli Rosselli:
Tornati dalla guerra i fratelli Carlo e Nello Rosselli, sotto il magistero del grande storico Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi ed altri amici, dettero vita nel 1920 a Firenze al Circolo di Cultura, libera palestra di dibattito e di ricerca. Il 10 giugno 1924 avviene il rapimento e l’uccisione – per mano fascista e con responsabilità del duce del fascismo e primo ministro del regno, Benito Mussolini – del deputato socialista Giacomo Matteotti, che con grande coraggio ed efficacia aveva denunciato alla Camera l’illegalità delle elezioni politiche svoltesi all’insegna della violenza e della minaccia delle milizie armate fasciste. Questi giovani comprendono che bisogna prendere una posizione attiva di lotta e di Resistenza. Carlo, con Gaetano Salvemini e altri giovani, decise di iscriversi allora per solidarietà al PSU, il partito Socialista Unitario di cui era segretario Giacomo Matteotti, Nello e altri all’Unione Democratica di Giovanni Amendola, che morì per le conseguenze di una terribile bastonatura nel successivo 1926. Il fascismo sembrò vacillare, ma grazie all’appoggio della Corona e dei “poteri forti” dell’epoca riuscì a superare la crisi e a rimanere in sella.
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