[ROMA]
Dal colle del Palatino, tra pietre rosicchiate dal tempo e il profilo spezzato del Foro, si leva di nuovo una voce che da oltre venticinque secoli non smette di cantare. È quella di Saffo di Lesbo, la massima poetessa della Grecia arcaica, giunta fino a noi in forma frammentaria, a cui le Uccelliere Farnesiane dedicano fino al 31 gennaio 2027 la mostra Saffo. Lo spirito della poesia.
Il luogo non è casuale. Le Uccelliere sorgono negli Horti Farnesiani, i giardini voluti a metà Cinquecento dal cardinale Alessandro Farnese, affacciati sulle rovine imperiali. Roma imperiale, Rinascimento e Grecia arcaica si sovrappongono qui come gli strati di un palinsesto. Tra queste pietre Saffo non viene imprigionata in una biografia impossibile, ma restituita come esperienza.
Promossa dal Parco archeologico del Colosseo, organizzata da Electa e curata da Silvia Romani, grecista e mitologa, l’esposizione è il secondo capitolo di un percorso dedicato alle figure femminili dell’antichità capaci di parlare al presente, dopo Penelope, ospitata negli stessi spazi tra il settembre 2024 e il gennaio 2025. Quaranta opere in tutto: reperti archeologici, dipinti, sculture e oggetti di design provenienti da musei e collezioni private. Il percorso si articola in due padiglioni complementari che si fronteggiano come due specchi.
Nel primo incontriamo la Saffo storica, o almeno ciò che l’antichità ne ha lasciato: vasi figurati, sculture, dipinti e manoscritti. Tra questi spicca il cratere attico a figure rosse del 480-470 a.C., dove il nome della poetessa accompagna la figura dipinta. A fianco, il celebre affresco pompeiano divenuto icona popolare e il Busto di Saffo incoronata di alloro di Giovanni Marchiori. Della sua opera restano frammenti, versi strappati ai papiri o salvati dalla citazione di altri autori. Eppure è proprio la lacuna ad accrescerne la forza: come se il tempo, mutilando le parole, ne avesse lasciato intatto il battito.
La mostra costruisce intorno a questo vuoto un’esperienza multisensoriale a partire da due immagini centrali dell’universo saffico: il tuffo e la luna. Il primo è il gesto estremo, ambivalente tra morte e desiderio d’immortalità, che la leggenda lega al salto dalla rupe di Leucade, qui evocato anche da una proiezione con la rara immagine della poetessa nella Basilica ipogea di Porta Maggiore. La seconda è la presenza costante della notte nei frammenti, resa con la proiezione lunare e con La luna mancante avanti l’alba di Filippo Palizzi (1865 circa). Un suono diffuso, una luce bassa, un profumo di rosa che allude ad Afrodite. La poesia di Saffo era destinata al canto, accompagnato dalla lira, e prima di diventare pagina fu voce, corpo, ascolto condiviso.
Il secondo padiglione segue la trasformazione della poetessa in leggenda, dall’Ottocento alla cultura pop. È la Saffo romantica del salto per Faone, quella vittoriana, liberty e déco, fino all’icona contemporanea. Qui l’allestimento si fa giardino artificiale e interiore, popolato di immagini e fotografie che richiamano i giardini ottocenteschi e le prime mitologie femminili moderne.
Tra le opere: La morte di Saffo di Gustave Moreau (1876) e Saffo di Federico Faruffini (1865), L’uovo di Saffo nato dall’incontro tra Alda Merini ed Enrico Baj, ma anche la lampada Lesbo disegnata da Angelo Mangiarotti per Artemide nel 1967 e lo Sappho Swatch del 1991. A queste si affianca il libro d’artista ΣΑΠΦΩ di Alberto Burri (1973-1982), con poesie tradotte da Emilio Villa e dieci litografie originali: più che illustrare il mito, la materia contemporanea si confronta con una voce antica sopravvissuta per riscritture.
La Saffo che ne emerge non coincide più soltanto con la donna vissuta tra VII e VI secolo a.C. a Lesbo, ma con tutte le immagini che la storia ha depositato su di lei. Nessuna riesce a esaurirla.
Ad accompagnare la mostra è il catalogo Electa Saffo. Lo spirito della poesia (224 pp.) con saggi di Camillo Neri, curatore della più aggiornata edizione critica dei frammenti, Nadia Fusini e Alessandro Cavagna.
In un percorso che affida molto a suoni, proiezioni e suggestioni ambientali, il rischio che l’evocativo prevalga sul dato storico c’è: chi cerca la filologia dei frammenti dovrà andarla a cercare nel catalogo più che nelle sale. Ma la scelta ha una sua coerenza radicale: Saffo fu canto prima che testo. La sua poesia ha dato forma a ciò che accade quando il desiderio attraversa la carne: il fuoco sotto la pelle, la voce che viene meno, il tremore, il sudore freddo. È l’esperienza del frammento 31, ma è anche Eros, dolceamaro, potenza che espone insieme alla gioia e alla perdita, alla presenza e alla mancanza (frammento 130). Saffo non consola: attraversa. La sua modernità sta nell’impossibilità di ridurla a un’unica identità. Poetessa dell’esperienza amorosa, figura esemplare della lirica, personaggio reinventato da secoli di arti visive, continua a offrire alle epoche successive uno specchio in cui riconoscersi, talvolta deformando i tratti della donna storica per dare corpo alle proprie aspirazioni. La mostra rende visibile proprio questa stratificazione: invece di una biografia ricomposta artificialmente, il racconto di una presenza che cambia senza scomparire. Tra queste rovine, dove tutto ciò che fu potere è diventato pietra, resta in piedi ciò che era fragile: un canto. Gli imperi si sono dissolti, i fori sono tornati erba e marmo, ma la voce che confessava di tremare d’amore non ha smesso di farsi sentire.
Uscendo dalle Uccelliere, con il profumo di rosa ancora addosso, si ha l’impressione che il vero monumento del Palatino non sia la pietra, ma quel sussurro: voce eterna di gioia e di dolore.
Roma, Uccelliere Farnesiane, Parco archeologico del Colosseo, 15 ottobre 2026 – 31 gennaio 2027.
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