SAGGIO IN TRE PARTI. PRIMA PARTE
Attilio Petruccioli è professore alla Scuola di Dottorato di ricerca di Architettura e Costruzione (DrACO) del Dipartimento di Architettura e Progetto (DIAP) dell’Università la Sapienza di Roma. Il prof. Petruccioli ha grande conoscenza dell’architettura islamica avendo un legame profondo con l’Aga Khan Award for Architecture (AKAA) e con il network accademico ad esso collegato essendo stato Aga Khan Associate Professor of Islamic Architecture e avendo diretto il programma AKPIA (Aga Khan Program for Islamic Architecture) presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) negli anni Novanta. Il saggio arricchisce con un contributo qualificato di Architettura le riflessioni sulla Moschea di Venezia che ytali ha avviato con Bangla. Il divieto di pregare e il diritto di protestare, La Moschea. Discutiamone, Moschea una bella sfida per l’architettura e poi con La moschea dei veneziani
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Memoria della comunità, memoria del luogo e continuità della storia
La costruzione di un luogo di culto, e in particolare di una moschea, presuppone un accordo armonico tra le diverse comunità religiose, fondato sul rispetto e non sul dispetto. Non è soltanto una questione di tolleranza reciproca, ma un problema più profondo, che riguarda il modo in cui una società riconosce la pluralità delle proprie componenti e la traduce in forme di convivenza.
Nel corso della mia attività di ricerca e dei miei soggiorni in Medio Oriente ho avuto modo di conoscere alcune esperienze particolarmente significative. Ricordo, in particolare, la cittadina di Salt, nei pressi di Amman, dove la convivenza tra musulmani e cristiani si esprimeva nella stessa organizzazione della vita quotidiana. Le due comunità non erano separate in quartieri distinti, secondo una consuetudine diffusa in altre realtà orientali, ma condividevano gli stessi spazi urbani. La partecipazione alle rispettive festività religiose e, soprattutto, la solidarietà economica della comunità più agiata nei confronti dei componenti più poveri dell’altra costituivano manifestazioni concrete di una convivenza che non richiedeva la rinuncia alle singole identità. Oggi Salt rappresenta, purtroppo, un’eccezione in una regione nella quale la cultura del dispetto sembra essersi trasformata progressivamente in cultura della vendetta.
Questa esperienza suggerisce una riflessione che riguarda direttamente Venezia. L’unità di una comunità civile non presuppone l’omogeneità delle sue componenti; al contrario, può trovare proprio nella diversità una condizione di arricchimento. L’architettura, quando è chiamata a rappresentare una comunità, non dovrebbe occultare tale diversità in nome di un’improbabile neutralità, ma darle forma attraverso un processo di reciproco riconoscimento.
La costruzione della moschea Jama destinata alla comunità musulmana veneziana, nella quale la componente bengalese è maggioritaria, deve essere assunta come una necessità e come un fatto positivo per la città. Non è questo, dunque, il punto sul quale deve concentrarsi la discussione. Il problema propriamente architettonico è un altro: come dare forma a un edificio che rappresenti autenticamente la memoria e la cultura della comunità che lo promuove, senza ignorare la memoria costruttiva e la specificità del luogo nel quale viene costruito? A mio avviso, proprio nella compresenza di queste due esigenze risiede il carattere più interessante, ma anche la difficoltà, del progetto. Non si tratta di risolvere un problema di compatibilità formale, né di trovare un compromesso tra due immagini architettoniche, ma di mettere in relazione due diverse concezioni dello spazio e della costruzione, entrambe portatrici di una precisa continuità storica.
Ravenna: Moschea La Pace – Moschea as-Salām مسجد السلام
La moschea e l’unità nella diversità
Prima di affrontare questo problema è opportuno richiamare alcuni caratteri fondamentali dell’architettura della moschea. La liturgia islamica è estremamente semplice e non stabilisce prescrizioni circa la forma architettonica del tempio. La preghiera richiede essenzialmente un suolo pulito e il corretto orientamento verso la Mecca, individuato dalla qibla. Un tappeto pulito, disposto nella direzione prescritta, costituisce già uno spazio per la preghiera. Non a caso, i tappeti nomadi da viaggio riportano talvolta il disegno del mihrab, quasi a rendere possibile la trasformazione di qualsiasi luogo in un ambiente destinato al culto. Un negozio dismesso o un garage libero dalle automobili possono diventare, in questo senso, una piccola moschea di quartiere.
La distinzione fondamentale è quella tra la moschea ordinaria, masjid, luogo della preghiera individuale o collettiva, e la moschea congregazionale, jama, destinata alla preghiera comunitaria del venerdì. Quest’ultima risponde a un principio fondamentale dell’Islam: l’unità della ummah, la comunità dei credenti. La preghiera del venerdì richiede infatti uno spazio capace di accogliere la comunità nella sua interezza e di renderne visibile l’appartenenza.
La cosiddetta Casa del Profeta a Medina, utilizzata anche come luogo di preghiera dalla prima comunità musulmana, consisteva in un grande recinto, con un cortile e una parte coperta sul lato orientato verso la Mecca. Non esistevano prescrizioni circa la sua articolazione architettonica, né un modello da riprodurre. La storia successiva della moschea è stata pertanto una storia di sperimentazioni e trasformazioni, nelle quali le culture confluite nel mondo islamico hanno introdotto le proprie tradizioni spaziali, costruttive ed estetiche. È significativo, a questo proposito, il principio dell’urf, secondo il quale usi, costumi, consuetudini e tecniche locali possono essere accolti purché non entrino in conflitto con la legge coranica, la Shari’a. L’unità religiosa non comporta quindi uniformità culturale e architettonica. Al contrario, presuppone la possibilità di riconoscere e accogliere una pluralità di tradizioni.
Questo processo ha prodotto nel tempo organismi architettonici profondamente differenti. Le grandi tradizioni araba, persiana e turca hanno sviluppato per esempio altrettanti processi tipologici, derivati da culture e concezioni dello spazio preesistenti all’avvento dell’Islam.
Nella tradizione araba il punto di partenza è la sala ipostila, uno spazio sostanzialmente isotropo, costituito dalla ripetizione di campate e sostegni, nel quale l’introduzione del mihrab determina progressivamente una gerarchia e un orientamento. L’asse della preghiera si specializza attraverso il transetto, l’eventuale sopraelevazione della navata centrale e la formazione di nodi spaziali sottolineati dalla presenza delle cupole. La sala originariamente indifferenziata si trasforma così in un organismo articolato, senza perdere la propria matrice seriale.
La tradizione persiana si sviluppa invece intorno a una concezione spaziale fondata sulla doppia assialità ortogonale. Il suo esito più compiuto è l’impianto cruciforme a quattro iwan, nel quale la gerarchia degli spazi si organizza attraverso l’intersezione degli assi e la loro progressiva specializzazione verticale. La moschea diventa un organismo centrato, nel quale i quattro grandi vani voltati che si affacciano sul cortile stabiliscono una relazione gerarchica tra le diverse direzioni.
La tradizione turca, infine, procede attraverso una progressiva concentrazione e gerarchizzazione dello spazio interno. Dalla sala ipostila di derivazione selgiuchide, attraverso le sperimentazioni legate alla madrasa e alla centralizzazione del vano di preghiera, si giunge all’organismo ottomano dominato dalla grande cupola, con le semicupole e i volumi secondari che ne accompagnano l’espansione.
Queste tre famiglie non costituiscono altrettanti stili da riprodurre, ma l’esito di processi di trasformazione nei quali strutture preesistenti, tecniche costruttive, esigenze liturgiche e concezioni dello spazio hanno concorso a definire organismi nuovi. Anche elementi che oggi consideriamo caratteristici della moschea, come il mihrab, il minbar, la cupola e il minareto, hanno avuto origini e sviluppi differenti. Non tutti appartengono alla dotazione liturgica originaria; molti sono entrati nella tradizione attraverso successive acquisizioni e specializzazioni.
Questa ricostruzione consente di formulare una considerazione importante per il progetto veneziano: non esiste una forma islamica canonica alla quale la nuova moschea debba necessariamente conformarsi. Ma non esiste neppure una ragione per la quale essa debba rinunciare a manifestare la propria appartenenza culturale. La questione è piuttosto quella di individuare quali caratteri della tradizione possano essere assunti, trasformati e ricomposti in un organismo contemporaneo.
SEGUONO / SECONDA PARTE E TERZA PARTE
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