TERZA E ULTIMA PARTE DI UN SAGGIO IN TRE PARTI
PRIMA PARTE
SECONDA PARTE
Dopo la prima e la seconda parte si conclude qui la pubblicazione del saggio del prof. arch. Attilio Petruccioli, esperto e profondo conoscitore dell’architettura islamica, che ha accolto l’invito a intervenire nel dibattito sulla Moschea di Venezia sviluppando il tema della costruzione di una moschea come progetto di ARCHITETTURA. Il saggio arricchisce con un contributo qualificato di Architettura le riflessioni sulla Moschea di Venezia che Ytali ha avviato con Bangla. Il divieto di pregare e il diritto di protestare, La Moschea. Discutiamone, Moschea una bella sfida per l’architettura e poi con La moschea dei veneziani
.
Il precedente di Oxford: due tradizioni in un unico organismo
Da questo punto di vista considero particolarmente interessante il riferimento all’Oxford Centre for Islamic Studies, progettato da Abdel-Wahed El-Wakil. Il complesso affronta un problema in parte analogo a quello veneziano: come costruire un’istituzione islamica all’interno di un contesto urbano e culturale fortemente caratterizzato da una propria tradizione architettonica.
La soluzione è significativa proprio perché non cerca di uniformare tutte le componenti dell’intervento a un unico linguaggio. Gli spazi destinati allo studio, alla ricerca, alla vita collegiale e ai servizi culturali sono organizzati secondo il principio dei quadrangles, dei cortili e dei giardini che appartiene alla tradizione dei college di Oxford. La biblioteca, le aule, l’auditorium, il refettorio e gli ambienti residenziali concorrono così a costruire un organismo con una riconoscibile matrice oxoniense.
La moschea, invece, recupera caratteri della tradizione classica arabo-islamica, rielaborandoli in una composizione contemporanea. Non si cerca di cancellare l’identità islamica dell’edificio religioso, ma neppure di estenderne indiscriminatamente il linguaggio a tutte le altre parti del complesso. Il risultato è un’architettura nella quale due tradizioni si riconoscono reciprocamente e trovano una composizione unitaria senza perdere la propria specificità.
Il valore di questo esempio non risiede nella possibilità di riprodurne lo schema, ma nel principio progettuale che lo sostiene: l’unità dell’organismo architettonico non richiede l’omogeneità linguistica delle sue parti. È un principio che potrebbe rivelarsi particolarmente utile per Venezia. Non vedo infatti perché gli spazi culturali, educativi e collettivi della nuova moschea non possano essere organizzati secondo una logica che trovi riferimenti nella tradizione urbana locale, mentre il nucleo destinato alla preghiera possa esprimere, attraverso una rielaborazione dei caratteri tipologici e costruttivi, la memoria della comunità bengalese. In questo modo non si avrebbe una semplice giustapposizione di due linguaggi, ma la possibilità di costruire un organismo complesso nel quale le diverse componenti siano riconoscibili e, nello stesso tempo, reciprocamente necessarie.
Il progetto come composizione di una contraddizione
Il problema di Venezia non consiste quindi nel trovare uno stile adatto a una moschea in laguna. Una simile formulazione sarebbe riduttiva e riporterebbe la discussione alla contrapposizione tra un’immagine orientale e un’immagine occidentale. Il progetto deve invece misurarsi con una questione propriamente architettonica: la composizione di due differenti memorie costruttive. Entrambe condizioni originarie del processo progettuale.
Non credo che nessuna delle due tradizioni possa essere assunta in modo esclusivo. Un progetto che riproponesse semplicemente la tradizione bengalese finirebbe per ignorare il luogo, mentre uno che si attenesse soltanto alla cultura costruttiva veneziana, rinunciando ai caratteri della memoria bengalese, produrrebbe un edificio incapace di rappresentare la comunità che lo ha promosso. La questione è come comporre queste differenze senza cancellarle, riconoscendo a ciascuna un ruolo effettivo nella definizione della nuova architettura. Non una mediazione stilistica, dunque, ma una sintesi progettuale capace di utilizzare le potenzialità delle due tradizioni.
In questa prospettiva, anche la definizione del programma architettonico può assumere un ruolo importante. La moschea Jama deve assicurare le condizioni necessarie alla preghiera collettiva del venerdì, ma non è necessario che tutte le attività del complesso siano subordinate alla stessa logica spaziale e costruttiva della sala di preghiera. Si può immaginare un organismo articolato, nel quale il nucleo religioso trovi una propria espressione tipologica e simbolica, mentre le attività culturali, educative e di incontro siano organizzate attraverso una struttura di spazi aperti, corti e ambienti collettivi capaci di stabilire rapporti con la città. È precisamente questo che insegna il precedente di Oxford: la possibilità di costruire un’istituzione nella quale la memoria islamica e quella del contesto locale non siano costrette a confondersi in un linguaggio ibrido, ma partecipino alla definizione di un organismo architettonico coerente.
Anche la scelta dei materiali e dei sistemi costruttivi dovrebbe discendere da questa riflessione. La massa muraria, il rapporto tra sostegno e copertura, la gerarchia delle cupole, la luce e la definizione delle soglie non possono essere trattati come temi indipendenti, né risolti attraverso l’applicazione successiva di elementi decorativi. Struttura, spazio, copertura e linguaggio devono concorrere fin dall’inizio alla definizione dell’organismo.
Per questo motivo considero particolarmente rischioso l’affidamento di un progetto simile a una cosiddetta archistar, chiamata a produrre un oggetto architettonico eccezionale e riconoscibile. Il rischio è che le due memorie, quella della comunità e quella del luogo, diventino entrambe semplici pretesti per un’esibizione autoriale. Una soluzione di questo tipo sarebbe particolarmente inopportuna proprio a Venezia-Mestre, dove il progetto richiede una conoscenza approfondita della storia costruttiva e dei processi di trasformazione urbana.
La tradizione non è un repertorio di forme da conservare o riprodurre, ma un insieme di conoscenze costruttive, spaziali e compositive ancora capaci di generare architettura. La costruzione della moschea deve dunque essere considerata un’occasione per mettere alla prova questa concezione della continuità storica. La moschea deve essere costruita e, proprio perché è destinata a diventare il principale luogo di riconoscimento della comunità musulmana bengalese di Venezia, non può essere un edificio qualsiasi. Deve esprimere la memoria di chi la costruisce e, nello stesso tempo, assumere la memoria del luogo come componente fondamentale del proprio processo formativo. È questa la contraddizione che il progetto è chiamato a risolvere, non eliminandola, ma trasformandola in una nuova possibilità architettonica. L’unità nella diversità, che costituisce il fondamento della convivenza tra le comunità, potrebbe così trovare una sua espressione concreta anche nell’architettura: non nella rinuncia alle rispettive identità, ma nella loro capacità di partecipare alla costruzione di una forma condivisa.
L’articolo Perché una moschea [3] proviene da ytali..