La missione continua. Anche dopo che la maggioranza degli elettori israeliani ha sfiduciato il governo di Benjamin Netanyahu. «Salvate il soldato Bibi» resta l’imperativo categorico di Donald Trump, anche se su di lui incombe un «martedì nero». A ricostruirlo, in un’analisi molto dura su Haaretz, è una delle firme di punta della politica del quotidiano progressista di Tel Aviv: Esther Solomon. Il titolo del suo pezzo non si presta a equivoci: «Come Trump sta aiutando Netanyahu a rubare le elezioni in Israele».
Solomon parte da lontano. Quando il 6 gennaio 2021 Trump esortò i suoi sostenitori a «fermare il furto» — ricorda — era il culmine di mesi di accuse sempre più deliranti di frode elettorale. Una folla inferocita assaltò il Campidoglio, dove il Congresso si era riunito per certificare i risultati che Joe Biden aveva vinto con circa 4,5 punti di vantaggio nel voto popolare. Non si può mai dire mai, osserva l’analista: per ora gli sforzi di Netanyahu di fare eco a Trump con l’accusa infondata che «gli arabi hanno rubato le elezioni» non hanno prodotto violenza paragonabile. Eppure il primo ministro non ha smesso di cercare di «trumpizzare» le elezioni israeliane e il prossimo governo, nonostante una maggioranza chiara abbia votato contro il suo schieramento — 67 seggi alla Knesset agli avversari, 53 ai suoi. Le conseguenze di quel cliché delle «elezioni rubate», scrive, non si sono ancora viste per intero.
Sull’origine della campagna ci sono diversi modi di datare le cose. Il giorno stesso del voto, l’ecosistema mediatico di Netanyahu ha fatto piovere messaggi allarmistici sugli arabi che avrebbero «assaltato» i seggi in massa, per passare poi alle accuse di frode. Per settimane e mesi, durante la campagna, il suo campo aveva preparato il terreno a una teoria del complotto sulle elezioni truccate. La delegittimazione degli elettori arabi, però, viene da più lontano: la sua esplosione più famigerata risale al 2015, quando Netanyahu avvertì che il suo governo di destra era in pericolo perché gli arabi stavano «votando in massa».
Il brutto deve ancora arrivare
Il cuore dell’analisi è la settimana precedente alle elezioni. Secondo Solomon, l’interferenza più grave è arrivata con due annunci. Il giorno del voto la polizia ha reso noto di aver arrestato tre cittadini beduini trovati in possesso di buste piene di contanti e schede elettorali per la Lista Araba Unita, dopo perquisizioni condotte senza mandato. Due giorni dopo il capo della Commissione Elettorale Centrale ha parlato di «gravi sospetti» su campagne di influenza finanziate da fonti straniere «ostili», Qatar compreso.
Il Likud era preparato su entrambi i fronti: su X ha descritto i fatti come prova che i partiti arabi, che a suo dire mirano alla distruzione di Israele, avessero «rubato» le elezioni per «islamizzare» il Paese, rovesciare la destra e decapitare l’Idf. Sono arrivate richieste di annullare il voto e ripeterlo, questa volta con il risultato giusto.
Dietro le indagini, secondo Haaretz e Channel 12, ci sarebbe stata una soffiata del capo di gabinetto di Netanyahu, Ido Norden, che avrebbe passato l’informazione ad alti funzionari di polizia — l’Ufficio del Primo Ministro ha smentito. Sul finanziamento straniero, invece, si è mosso il capo dello Shin Bet David Zini, favorito messianico di Netanyahu: dopo aver informato il premier ha portato il caso alla commissione elettorale come eccezionalmente grave. Quasi subito Channel 14, filo-Bibi, ne ha dato una versione confusa e isterica.
Nella sostanza, entrambi i casi sono stati gonfiati oltre misura per fini politici. Due dei tre beduini sospettati sono già stati rilasciati, con il giudice che ha sottolineato la povertà delle prove. Anche l’entusiasmo della destra per i fondi del Qatar nella comunità araba si sta raffreddando, perché le fonti descrivono un impatto sul voto «minimo». Per il Likud era comunque un’occasione preziosa: ribaltare la questione del Qatargate, cioè il finanziamento di Doha — quello sì documentato — ai più stretti consiglieri di Netanyahu.
Quello che resta, scrive Solomon, è l’amaro in bocca per la convergenza, se non la collusione, tra la campagna antiaraba di Netanyahu e quello che esce dalla bocca dei vertici dello Shin Bet e della polizia. Come Trump esortò i suoi a «combattere con tutte le forze», anche gli sforzi di Netanyahu per «fermare il furto» sono inquadrati in termini esistenziali. E non sono finiti.
La “maggioranza ebraica”
Il suo schieramento considera illegittima l’affluenza araba eccezionalmente alta, alimentata — nota l’analista, con un’amara ironia — proprio dalle politiche e dalla retorica brutali del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. E sostiene una forma particolarmente bigotta di calcolo elettorale. La maggioranza semplice dei voti, che i partiti contrari a Netanyahu hanno ottenuto insieme, non conta. Non conta nemmeno la maggioranza tra i partiti sionisti, esclusi arabi e haredi, che gli oppositori si sono assicurati. L’unico governo legittimo, per quel campo, è quello con una «maggioranza ebraica». Gli arabi non fanno parte del Popolo di Israele, ha sintetizzato Shimon Riklin, opinionista di Channel 14: quindi i loro voti si possono ignorare.
Solomon non usa mezzi termini: parla di razzismo conclamato, e di un colpo al significato stesso della cittadinanza israeliana, del voto e della democrazia, oltre che di un attacco grave al partenariato ebraico-arabo. E accade mentre ogni mossa politica israeliana viene trasmessa a milioni di persone nel mondo.
La Commissione elettorale ha ratificato i risultati. Non è bastato a fermare Netanyahu e il suo entourage. Per il primo ministro, spiega Solomon, il punto è la fase successiva del processo: decidere chi potrà formare il governo. Si tratta di invalidare in anticipo un esecutivo guidato da Gadi Eisenkot con partner arabi, dentro o fuori dalla coalizione. Lo strumento potrebbe servire a rifiutare la certificazione dei risultati, in programma quella settimana, o a ritardare la convocazione della Knesset.
E se c’è un rischio di disordini civili, questo aggiunge pepe alla spinta: i provocatori dell’estrema destra israeliana si stanno già scaldando. Il deputato di Otzma Yehudit Yitzhak Kroizer ha esortato gli ebrei israeliani a «uscire e armarsi» in vista di quella che prevede come una rivolta araba di massa, nel caso i voti arabi venissero invalidati.
Il parallelo con l’America è esplicito. Se Trump aveva la teoria del complotto sulle macchine per il voto Dominion e quella del «grande rimpiazzo» sugli elettori democratici, Netanyahu ha buste piene di contanti e una grande teoria razzista sugli elettori arabi. I fatti non contano: i funzionari che negli Stati Uniti si occupano di sicurezza elettorale, compresi quelli nominati da Trump, hanno dichiarato che il voto del 2020 è stato il più sicuro della storia americana, e questo non ha frenato l’incitazione. Lo stesso è accaduto in Israele: la commissione elettorale ha confermato l’integrità del voto, e l’agitazione del campo di Netanyahu è andata avanti.
E qui entra in gioco la guerra eterna
C’è poi un canale in più, secondo l’analista. Oltre a fare da portavoce a Trump, questi può interferire direttamente nel processo politico israeliano, dopo i molti appoggi dati al «grande primo ministro guerriero»: chiedendo una coalizione israeliana di suo gradimento, legata alla ripresa del conflitto con l’Iran. Una nuova guerra con Teheran darebbe ai due il pretesto per un governo di unità nazionale d’emergenza, con pressioni sull’opposizione perché ripristini la presa di Netanyahu sul potere in nome della sicurezza nazionale. Perché Israele abbia una possibilità di riabilitarsi, dentro e fuori, l’investimento migliore del tempo di Trump sarebbe offrire asilo a Netanyahu, come ha fatto di recente con il collega demagogo delle «elezioni rubate» Flávio Bolsonaro. In questo momento, grazie a Trump e agli incendiari trumpisti, a rischio non è solo il mandato democratico sottratto ai suoi veri vincitori, ma il futuro del Paese.
Così Solomon. Ma è difficile pensare a Netanyahu come a un Flávio Bolsonaro israeliano. Bibi ha la schiena dura e farà di tutto, e di peggio, per non uscire di scena — anche perché il rischio è che quell’uscita sia il primo passo verso la galera. E quando si sente in pericolo dà il meglio (il peggio) di sé. Vale probabilmente anche per il suo sodale alla Casa Bianca.
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