Hanno il potenziale ustionante del magma incandescente i versi di questa plaquette che anticipa un’omonima e più corposa antologia di Bita Malakuti. Essi traggono origine dai medesimi sommovimenti tellurici di una storia, anche geologica, sottesa alle controverse vicende del suo paese d’origine, l’Iran degli ayatollah più integralisti. Una conferma diretta viene dall’ascolto dei testi dalla viva voce dell’autrice: non è infatti il tono della sua voce a calamitare l’attenzione del pubblico, bensì la verità dirompente dei contenuti, veicolati, non di rado, attraverso una versificazione che s’avvicina ad un flebile sussurro.
È una dizione composta, mai gridata, sempre all’insegna dell’equilibrio anche quando sembrerebbe quasi impossibile raggiungerlo, lontanissima per giunta dai più triti luoghi comuni della poesia al femminile d’Occidente. Una poesia, inoltre, che testimonia di un profondo ancoramento alla sacralità della vita, non disgiunto dal più genuino spirito religioso, a prescindere da qualsivoglia confessionalità, quella sacralità che solo i veri poeti sanno attingere, come avviene nelle quartine del persiano Rumi o nei versi di Tagore.
Sin dal titolo, viene poi alla luce un connotato distintivo della Malakuti che non sarebbe dispiaciuto a Marija Gimbutas, vale a dire la piena adesione, ma per scelta e vocazione, all’archetipo della donna e della madre, all’interno di un contesto culturale e politico che si ostina pervicacemente a negare tale essenza fondante, persino nel “civilizzato” Occidente. Una postura che si nutre della fedeltà alla lingua materna, il farsi, elevato a lingua d’arte senza per questo respingere l’appartenenza alla tradizione dell’Islam, evidente fin nella resa grafica dei caratteri alfabetici. Dunque, un mirabile prodotto del più fecondo intreccio fra culture, se è vero che il codice di riferimento resta il persiano moderno, veicolato attraverso la lingua più diffusa nel mondo, l’inglese, prima ancora di approdare ad una delle prime versioni in italiano per mano di Francesco Occhetto.
La silloge apre all’insegna dei molteplici confini che delimitano, condizionandola molto pesantemente, la nostra esistenza (Confine, senza numerazione delle pagine) e che soltanto la poesia ha il potere di oltrepassare scardinandoli, per chiudere sulla lirica ispirata ad un icastico verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish (Questa valigia è la mia patria); nel mezzo Rirā, dedicata ad una giovane ragazza polverizzata dai missili dei pasdaran che abbattevano un aereo civile ucraino, e Cancrena, delicato e tragico omaggio alla figura paterna.
di Bita Malakuti
Il Ponte del Sale, 2026
Prezzo: euro 5,00
Il pregio indiscusso di queste liriche e, più in generale, dell’intera produzione poetica della Malakuti, risiede, per ammissione dell’autrice stessa, nell’aspirazione a condividere un dolore che è individuale, ma ad un tempo universale, insieme alla finalità di accendere un lucignolo di speranza nella cupa notte che incombe sul mondo: «… è la poesia, soltanto la poesia, ad avermi offerto almeno un briciolo di salvezza. Scrivendo poesie, alleggerisco prima di tutto il peso insopportabile della paura, della solitudine, dell’esilio, del lutto e della brama per la mia patria. Poi, con quelle stesse poesie, costruisco un ponte verso gli altri. Un ponte fatto del dolore e della speranza comune a tutta l’umanità» (Bita Malakuti, dall’esile premessa alla plaquette).
Riportiamo in calce, a beneficio del lettore, alcuni estratti dai testi:
«… Il tuo passaporto / sono quei campi di girasole / voltati verso te allo scorrere del treno / il tuo passaporto sono due foglie di libertà / e una foglia della primavera di Praga // […] // Figlio mio / la tua città è dove inizia il vento / […] / qui non ci sono parenti / ma a visitarci viene Cechov / per dedicarti / tutti i giardini di ciliegi del mondo» (Confine); «C’è un grido in me / che ancora cerca /un pozzo profondo, / più profondo della gamba / che hanno tagliato […] // […] // Non sarò un’esule / sarò una storia / la narratrice della sofferenza ferita / che è aperta / e mai si richiuderà» (Cancrena. Per il primo anniversario della morte di mio padre); «… Di quante estati / sono in debito con noi / le spalle nude della violaciocca? / Quante forche appese / sempre più cupe ci separano? / Di quante gocce di sangue / fu quell’ultimo bacio sulla più vicina sponda del confine? / Quanti anni ha / questa notte? / che non smette di graffiare la luna? // […] // Nella mia valigia / ogni notte / il ragazzo che amavo / scrive luna sulle mie mani / scrive Leyla / e ogni giorno / sotto il ponte di Seyed Khandan / conta le ferite sul corpo dell’arcata […] // […] Ovunque vado / è la costellazione del sangue /il mio indirizzo» (Questa valigia è la mia patria).
Immagine di copertina: Foto di Jed Owen su Unsplash
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