L’ostentazione della ricchezza, l’oscena esposizione del lusso, l’insulto dello spreco consumistico in un mondo che soffre la mancanza del necessario sono la causa e il riflesso dell’immiserimento non solo materiale, ma ideale e valoriale della società contemporanea. Due sono i sentimenti indotti dall’ipercapitalismo. L’adorazione estasiata e penosamente imitativa dei simboli (l’”agnello d’oro” per alcuni, il “feticismo delle merci” per altri) e degli uomini di successo (sembra che l’orrendo Musk abbia molto seguito tra i giovanissimi, oltre che nella nostra presidente del Consiglio). Oppure, all’opposto, la rivalsa, la recriminazione, il tradimento, l’odio. Non è difficile rispondere alla domanda che il sociologo Jean Ziegler si fece all’inizio di questo secolo su da dove venga “L’odio per l’Occidente”.
Non servono profondi studi di psicologia sociale, o quelli di Piketty sull’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o quelli dei territorialisti sulle periferie urbane per capire che stiamo ferendo i principi di base elementari della convivenza civile. “Caro vita”, “spese militari”, “definanziamento” dello stato sociale non sono (solo) poste di bilancio. Sono lotta di classe agita da chi sta in alto, violenza organizzata dagli stati per l’accaparramento delle risorse naturali, dominio sui più deboli. Sì, di fronte alle vetrine spaccate ho avuto una stretta al cuore, ma per la mancanza di una proposta politica che si proponga di cambiare ora, subito l’attuale sistema socioeconomico fin dalle sue radici. Sì, lo confesso, sto soffrendo di più per i ragazzini nelle celle delle questure che per Rolex razziati.
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